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mercoledì 26 febbraio 2020
 
 

De Nicola: perché quel voto è stato un errore

20/07/2013  Così è stato impedito che la gestione dell'acqua fosse affidata attraverso gare competitive a chi era in grado di farlo in modo più economico.

Ritengo che per un credente la cosa più umiliante sia stata la campagna a favore dell'acqua pubblica che si faceva scudo dell'assurda frase che Sorella Acqua: Dio l'ha creata per tutti e quindi deve essere di tutti.
A prescindere dalla debolezza dell'assunto – anche la bauxite, il frumento e le mele allora sono "di tutti", cosa che né il Vecchio né il Nuovo Testamento, né Sant'Agostino né San Tommaso, hanno mai affermato – la strumentalizzazione della religione per lasciar governare un bene prezioso a una allegra brigata di amministratori lottizzati dai politici è stata una mossa irritante se non penosa.


Perché il referendum questo ha ottenuto: impedire che la gestione dell'acqua fosse affidata attraverso gare competitive a chi era in grado di farlo in modo più efficiente ed economico e potesse anche investire in modo adeguato. In gioco non era la "privatizzazione", come si è voluto in malafede far credere, ma la competizione.


Ricordiamo la situazione: le società pubbliche che gestiscono l'acqua sono terribilmente opache, i bilanci e i rendiconti non vengono pubblicati o non sono trasparenti. Sono anche inefficienti: quando l'acqua costa di meno in alcune realtà locali vuol dire che il contribuente la sta sovvenzionando con le sue tasse. E così la pensionata o il disoccupato devono pagare l'IVA al 22% per permettere al Circolo del golf di innaffiare i green a prezzi contenuti. E,nel frattempo, gran parte delle aziende pubbliche continuano a essere in perdita.


Inoltre, non essendo sottoposte a competizione non hanno alcun incentivo a migliorare. Perchè dovrebbero? Gli amministratori sono nominati dalla giunta al potere, rispondono ai loro referenti politici e se devono obbedire assumendo personale incapace o inutile lo faranno senza ombra di dubbio. La concorrenza, inoltre, servirebbe a diffondere la conoscenza: si imitano le migliori pratiche di gestione e si diffonde l'innovazione, cosa che i monopoli sono strutturalmente incapaci di fare.


La situazione in Italia è catastrofica: gli acquedotti perdono tra 1/3 e il 40% dell'acqua che trasportano, in alcuni posti le società pubbliche erogano arsenico, il 15% della popolazione non è raggiunta dal sistema fognario e non ci sono i 65 miliardi necessari per rimettere a posto l'infrastruttura e portarla a livelli europei. I privati troverebbero chi li finanzia, le società pubbliche no, a meno che, come sta succedendo ora anche a due anni dal referendum, non impongano prezzi alti agli utenti: oltre il danno le beffe.


L'unica flebile difesa che viene sollevata dai sostenitori dell'acqua pubblica è che alcune società private hanno imposto prezzi alti.
Ora, a prescindere dal fatto che molte più società pubbliche hanno prezzi ancora più elevati, e che, come si diceva, se non paga l'utente paga il contribuente, ebbene le gare competitive servono proprio a questo, assegnare il servizio a chi garantisce prezzi e prestazioni migliori, multare gli inadempienti e sloggiare gli incapaci: esattamente ciò che il referendum ha impedito.

Prevedere che le conseguenze del referendum sarebbero state negative era facile ma, come si sa, l'Italia non spreca mai una buona occasione per approvare entusiasticamente  qualcosa che sia populistico e dannoso, dalle radiose giornate di Maggio alla preservazione di Sorella Acqua.


Alessandro De Nicola è  avvocato, Presidente della Adam Smith Society, e docente all'Universita Bocconi di Milano.


adenicola@adamsmith.it

Twitter @aledenicola

 

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