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Benessere

Denti: le novità per un bel sorriso e dire addio alla protesi

10/04/2017  Oggi è possibile sopperire, con un’avanzata tecnica chirurgica, alla rigenerazione del tessuto, che consente a tutti di avere un sorriso naturale abbandonando le fastidiose protesi mobili.

In mancanza di uno o più denti, persi per cause diverse (come piorrea, traumi, infezioni o predisposizione genetica), è possibile recuperare il sorriso e una buona funzionalità masticatoria grazie all’implantologia, che tuttavia può avere alcuni limiti di applicazione. Il più noto è la mancanza di osso, il cui volume non è sempre sufficiente per contenere le radici artificiali: quali sono le principali cause? Oltre agli eventi traumatici, all’osteoporosi e al normale processo di invecchiamento, sotto accusa c’è soprattutto la mancanza di denti (edentulia), parziale o totale, per effetto della cosiddetta legge di Wolff, sviluppata nel 1892 dal chirurgo Julius Wolff.

In sostanza, le nostre ossa sono progettate per riparare i danni di eventuali colpi e urti, aumentando la loro densità, indurendosi e determinando un ritiro volumetrico. «Ciò significa che indossare regolarmente una protesi mobile, la classica dentiera, oppure sollecitare ogni giorno le aree della bocca dove mancano i denti naturali causa un’atrofia ossea, che si aggrava nel tempo», spiega il dottor Michele Di Cosola, medico chirurgo e odontoiatra, specialista in Chirurgia maxillo-facciale (www.studiodicosola.it). «Così, mandibole e mascelle si ritirano fino allo stato basale, necessario per contenere le strutture nobili del distretto oro-maxillo-facciale, ovvero nervi e arterie, perdendo la quota indispensabile per ospitare i denti».

SERVE UNA RIGENERAZIONE

Il risultato è un’instabilità della protesi, con tutte le conseguenze che ne derivano, ma anche l’impossibilità di intervenire con l’implantologia. Per fortuna, negli ultimi anni, sono state affinate svariate tecniche in grado di risolvere il problema e riempire lo spazio vuoto all’interno della struttura, rendendo possibile l’innesto e stabilendo la corretta tipologia di impianto, in termini di lunghezza e diametro, da posizionare in quel sito.

«Per prima cosa, vanno effettuate alcune valutazioni diagnostiche, che vanno dalla tradizionale radiografia della bocca alla più innovativa Tac Cone Beam 3D, un’evoluzione della normale tomografia assiale computerizzata che consente di produrre immagini tridimensionali e successivamente di stampare un modello realistico in materiale plastico in scala 1:1, su cui valutare con precisione le quote ossee e la possibilità di ancorare gli impianti», specifica il dottor Di Cosola.

Se in effetti dagli esami emerge un eccessivo assottigliamento, si può intervenire direttamente sull’osso con una rigenerazione che consente di procedere in un secondo tempo con l’implantologia.

Esistono diverse metodiche per farlo. La prima è una sorta di autotrapianto, che consiste nel prelevare l’osso da un’altra parte del corpo, normalmente dall’anca o dalla mandibola, per poi innestarlo nella gengiva con un processo che può richiedere due interventi chirurgici separati: si tratta però di una tecnica piuttosto invasiva, gravata dal rischio di un recupero talvolta difficoltoso e disagevole, oltre che di complicanze.

La strada più efficace invece è ricorrere a un osso artificiale, costituito da materiale sintetico derivante dall’ingegneria tissutale e normalmente di origine bovina, che viene posizionato “su misura” nella gengiva (in anestesia locale) e – nell’arco di 6-8 mesi – si integra completamente con quello del paziente, per poi supportare gli impianti e la protesi definitiva. «La migliore tipologia di intervento viene scelta in base alle esigenze personali, ma anche all’esperienza dello specialista, perché si tratta di una chirurgia molto avanzata che richiede uno specifico percorso di qualificazione e un’ottima manualità per assicurare risultati stabili e duraturi nel tempo», avverte Di Cosola. «Gli unici limiti di questa tecnica sono i tempi di guarigione, un leggero fastidio post-operatorio, simile agli esiti dell’estrazione di un dente e controllabile comunque con un normale antidolorifico da banco, e l’impossibilità di intervenire su alcune categorie di pazienti, come le donne in menopausa che assumono da tempo bifosfonati per il trattamento dell’osteoporosi o su chi è stato sottoposto a chemioterapia».

Il costo dell’intervento è molto variabile e dipende dalla problematica di base, ma mediamente una riabilitazione completa varia tra i 10 e i 15 mila euro, impianti e nuovi denti inclusi. «Si tratta comunque dell’unica alternativa possibile alla condanna definitiva di una dentiera, che ormai rappresenta un rimedio superato e spesso causa di irritazioni, infezioni, problemi a mangiare e parlare, situazioni di imbarazzo nella vita sociale e di relazione».

UNA SOLUZIONE NEGLI ZIGOMI

  

Se questa rigenerazione non è possibile oppure se il paziente non vuole attendere i tempi di guarigione, una soluzione valida ma più rapida sono gli impianti zigomatici, che vengono ancorati direttamente nelle ossa dello zigomo. «Si tratta di una tecnica ancora poco diffusa in Italia, ma messa a punto in Svezia già alla fine degli anni Ottanta, che consente di posizionare i denti fissi dell’arcata superiore nel giro di 12-24 ore con un intervento sicuro, quasi sempre in anestesia generale e con un costo che oscilla fra i 15 mila e i 20 mila euro, a seconda della condizione anatomica iniziale e della scelta protesica finale», sottolinea Di Cosola. «Per entrambe le opzioni, il giusto referente non è solo il dentista di fiducia, ma anche il chirurgo maxillo-facciale, abilitato per queste operazioni particolarmente delicate».

LE GIUSTE MISURE

L’implantologia consiste nell’inserire un impianto nell’osso, ovvero una vite in titanio che funge da radice e su cui viene costruita e fissata una corona, simile al dente originario. La dimensione della vite varia da 3 a 6 millimetri di diametro e da 6 a 16 millimetri di lunghezza: è evidente, quindi, che l’osso deve essere presente in una giusta proporzione nella zona da trattare.

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