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Benessere

Dieta, centra il tuo obiettivo

29/06/2015  Dimagrire con regimi ipocalorici rigidi o con schema fisso può diventare un’ossessione, spesso da curare addirittura con i farmaci. Meglio puntare sul risultato a medio-lungo termine, correggendo i comportamenti sbagliati che ci regalano i famosi chili di troppo.

Per molte persone, raggiungere il peso forma è la sfida di tutta una vita. «No, grazie. Sono a dieta» diventa la frase ricorrente e si crea una dipendenza dal non mangiare che genera ansia e frustrazione, fino all’angoscia. «Il benessere non può essere raggiunto con un maltrattamento del corpo, a cui necessariamente ci sottoponiamo ogni volta che rinunciamo a qualcosa», esordisce la dottoressa Sara Farnetti, specialista in Medicina interna ed esperta in malattie del metabolismo. «Le diete escludono alcuni cibi dall’alimentazione e fanno convivere con un’attenzione esagerata per la linea, generando terribili sensi di colpa quando non si riesce a resistere».

Così, la rincorsa al peso perfetto diventa ossessione, sacrifi cio, astinenza: pur di ottenere risultati immediati, e spesso miracolosi, ci si sottopone a stressanti privazioni alimentari e, una volta raggiunto il traguardo desiderato, non si interrompe la dieta per paura di ingrassare di nuovo, sprofondando in una vera e propria dipendenza (defi nita dieting). Questo circolo vizioso genera depressione e irritabilità, impedisce di vivere serenamente le occasioni sociali come feste o cene, ma soprattutto trasforma il cibo nel nemico da combattere, privo di qualsiasi potere gratifi cante.

«Al di là del disagio psicologico, classifi care gli alimenti in “permessi” e “proibiti” espone l’organismo a carenze nutrizionali serie, sia nel breve sia nel lungo termine, e non ha senso a livello metabolico », evidenzia Farnetti. «Solitamente, infatti, non si rinuncia solamente ai prodotti troppo elaborati e ricchi di zuccheri, come i dolci, ma anche a interi gruppi di alimenti preziosi per la salute, come i carboidrati, con un impatto negativo sull’equilibrio ormonale».

Invertire la rotta

  

Le “diete del divieto” non hanno più senso. Per dimagrire in modo graduale, costante e distribuito nel tempo, senza “effetto yo-yo” e restando in salute, bisogna pensare al motore piuttosto che alla benzina. «Non dobbiamo preoccuparci di quante calorie mettiamo nel serbatoio, perché i consumi dipendono dal tipo di motore, cioè dal nostro metabolismo», asserisce Farnetti. «Se non prestiamo attenzione alle necessità degli organi, iniziamo ad avvertire i classici sintomi di malessere: bocca amara, sonnolenza, gonfi ore addominale, mal di testa, intestino pigro, colite, senso di torpore».

Allora, che fare? Serve l’aiuto di un medico, che sappia analizzare gli esami del sangue, individuare le eventuali patologie da contrastare e considerare il fabbisogno energetico in base all’età e allo stile di vita, tenendo nella giusta considerazione i gusti e le preferenze. Più l’intervento è personalizzato, più è efficace. «Le diete che vanno tanto di moda, come la Dukan, la Atkins, la Zona, la monoalimento e così via, hanno un approccio generalista», aggiunge Farnetti, «ma noi, a tavola, dobbiamo comportarci come un architetto, che prima di progettare una struttura si informa sui metri quadrati a disposizione, sulla tipologia di terreno, su cosa deve costruire». Per esempio, se si ha una circonferenza addominale molto elevata e si segue la dieta dell’ananas, gli zuccheri di questo frutto non faranno altro che liberare insulina, l’ormone che favorisce l’aumento di peso, producendo anche un danno al metabolismo. Il segreto dunque è imparare a scegliere gli alimenti giusti, abbinarli tra loro e valutare il metodo di cottura migliore per ottenere l’effetto ormonale desiderato.

Il ruolo della mente

Prima di iniziare una dieta, però, è anche importante rifl ettere sul suo signifi cato: molte persone, ad esempio, apprezzano l’estetica di un personaggio celebre e ne abbracciano la fi losofi a a tavola, senza valutare se quel programma di dimagrimento sia davvero sensato. La maggior parte delle diete famose, infatti, fa leva soprattutto sulla vanità e non sul reale desiderio di stare bene. «Per evitare danni, spesso irreversibili, bisogna prima lavorare sulle problematiche che condizionano la serenità mentale, oltre che la linea», interviene la psicoterapeuta Daniela Marafante dell’Istituto Riza di Milano. «In poche parole, spesso non è necessario cambiare radicalmente quello che si mangia, ma come lo si mangia, intervenendo sui meccanismi che spingono a nutrirsi male».

Chi è abituato a spiluccare prima di cena può farsi togliere il cestino del pane al ristorante; chi divora snack mentre studia può recarsi in biblioteca per non avere libero accesso alla dispensa; chi si ingozza davanti alla Tv può riempire il tempo con un passatempo costruttivo. In sostanza, bisogna allenarsi ogni giorno a comportamenti che siano propri, perseguibili e salutari: come dire, se ci nutriamo bene ogni giorno non ci saranno mai chili di troppo da smaltire. «Anche il modo di mangiare può essere importante: il cibo va osservato, annusato e poi assaporato a piccoli bocconi; oppure, prima di sederci a tavola, possiamo ascoltare una canzone gradita e lasciarci andare in quattro passi di danza », suggerisce Marafante.

Se mangiare sano non è più sano

  

Per alcuni, però, il problema è più grave. Esiste infatti un nuovo tipo di disordine alimentare, la cosiddetta ortoressia nervosa, che rende maniaci delle regole nutrizionali, della scelta del cibo e delle sue caratteristiche. «Chi ne soff re si isola e rinuncia alla vita sociale perché deve rispettare la dieta, pianifi ca i pasti con diversi giorni di anticipo, tormenta i fi gli con le sue credenze e, quando si reca da parenti e amici, si porta il cibo da casa per timore dei grassi, delle sostanze chimiche o di altri elementi, a seconda della particolare fobia», sottolinea Marafante.

Descritto per la prima volta dal dietologo americano Steve Bratman nel 1997, questo disturbo impedisce di avere rapporti equilibrati con l’esterno e richiede un approccio psicologico per essere aff rontato. «È importante comprenderne l’origine, che spesso si trova nella classica vacanza al mare, ma anche in palestra e nei luoghi dove l’aspetto estetico viene messo in mostra e in cui, nel confronto con gli altri, le persone più fragili iniziano a sentirsi inferiori».

Ma la motivazione di un cattivo rapporto con il cibo può risiedere anche nelle dinamiche familiari, magari troppo esigenti o restrittive: per alcuni, l’alimentazione diventa l’unico spazio in cui potersi esprimere o trasgredire le regole imposte e non condivise. «Per smettere di vedere gli alimenti come una golosa ricompensa che permette di superare i disagi, riscopriamo la bellezza della vita, coltivando un hobby, impegnando nuove energie nel lavoro, regalandoci un massaggio, ritrovando la giocosità e la leggerezza che spesso la vita di ogni giorno ci impedisce di esternare», conclude Marafante.

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