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Dimagrire: le mosse giuste per perdere peso

24/05/2016  Un consiglio di base: è importante prendere coscienza che anche pochi chili in più possono rappresentare un rischio per la salute. E per muovere i primi passi serve un controllo medico e un piano per dimagrire gradualmente e riconquistare pienamente la forma fisica.

Quasi un italiano su due lotta contro i chili di troppo: il 35 per cento della popolazione è in sovrappeso, mentre l’11 per cento presenta uno stato di obesità, con una forte prevalenza nelle Regioni del Sud. Insomma, più o meno tutti abbiamo a che fare con questo problema direttamente o indirettamente. Un controllo fa bene a tutti, perché al di là del milione di italiani che presenta un’obesità grave, anche solo qualche chilo di troppo può rappresentare un rischio per la salute.
«Il sovrappeso infatti viene classificato in due forme, a seconda della localizzazione del grasso, che può concentrarsi soprattutto a livello addominale oppure su glutei e cosce», specifica Paolo Sbraccia. «La seconda forma, comunemente detta “a pera”, può rappresentare un problema estetico ma è meno pericolosa rispetto alla classica pancetta, tipica dell’obesità “a mela”, dove il tessuto adiposo è distribuito sotto il muscolo e circonda gli organi interni».
Attraverso complesse reazioni biochimiche, questo grasso viscerale – riconoscibile perché la pancia non ha un aspetto flaccido e cadente, ma è rotonda, sporgente e dura al tatto – induce il rilascio nell’organismo di ormoni, enzimi e molecole infiammatorie che aumentano il rischio di malattie cardiovascolari, tumorali, metaboliche e osteoarticolari.
Per valutare il proprio livello di rischio, è importante misurare la circonferenza addominale con un semplice metro da sarto, all’altezza dell’ombelico, stazionando in piedi, davanti a uno specchio e senza trattenere il fiato: il risultato ideale è quello che non supera i 102 centimetri nell’uomo e gli 88 nella donna. Oltre questi numeri, che fare? «Per prima cosa, bisogna capire che il grasso è il risultato di un bilancio energetico non equilibrato, ovvero si introducono più calorie di quante se ne consumano, per cui l’organismo sta accumulando riserve da utilizzare in caso di necessità», sottolinea Sbraccia. «L’unica soluzione è rivoluzionare il proprio stile di vita, mangiando sano e praticando una regolare attività fisica, che consiste anche nello sfruttare tutte le occasioni che la quotidianità offre per muoversi, come utilizzare le scale, spostarsi a piedi e così via».
Chi non riesce a ottenere un calo ponderale soddisfacente può rivolgersi a uno dei tanti centri di eccellenza che, in tutta Italia, offrono una valutazione multidisciplinare (medici internisti, nutrizionisti, endocrinologi, psichiatri, psicologi, dietisti, fisioterapisti): sul sito della Società italiana dell’obesità (www.sio-obesita.org) è disponibile l’elenco dei centri accreditati suddivisi per Regione, ma altri riferimenti si possono trovare anche sul portale della Società italiana di chirurgia dell’obesità e delle malattie metaboliche (www.sicob.org).
«Oltre a un programma personalizzato, che abbina un regime dietetico ipocalorico a un’attività fisica calibrata su bisogni e possibilità del paziente, ora i medici possono prescrivere, oltre all’Orlistat in commercio da molti anni, che inibisce l’assorbimento dei grassi ma ha un impatto limitato, un nuovo farmaco innovativo: la Liraglutide 3 mg», specifica Sbraccia. «Quest’ultimo agisce a livello encefalico, nell’ipotalamo, inibendo l’appetito, stimolando la sazietà e riducendo progressivamente il peso corporeo».
Per i casi più gravi esiste poi la cosiddetta chirurgia bariatrica, che include una serie di procedure – sempre più evolute e sicure – capaci di promuovere la perdita di peso attraverso bendaggio gastrico o altre metodiche in grado di ridurre l’assunzione o l’assorbimento degli alimenti.
La buona notizia è che, alla fine, si vive meglio e più a lungo. «Il peso corporeo è legato a doppio filo con la longevità», interviene il dottor Filippo Ongaro (autore di una rubrica su BenEssere), direttore scientifico dell’Istituto di medicina rigenerativa e antiaging di Treviso e vice presidente dell’Associazione medici italiani antiaging (www.filippo-ongaro.it). «Da un lato infatti i geni responsabili di un invecchiamento sano e tardivo sembrano gli stessi che regolano metabolismo e consumo energetico; dall’altro poi tutti i meccanismi fisiopatologici legati a sovrappeso e obesità, come gli squilibri ormonali o l’aumento della glicemia, comportano nell’organismo una serie di disordini che non agevolano una lunga vita». Alcuni studi hanno addirittura messo in evidenza come l’obesità provochi un decadimento precoce della memoria e delle funzioni cognitive, comportando un maggiore rischio di demenza, come l’Alzheimer. «Il sovrappeso produce un’infiammazione cronica in tutto il corpo che, alla lunga, deteriora le connessioni fra i neuroni, ovvero le sinapsi, interferendo con i normali processi di apprendimento», semplifica Ongaro. Le stesse ricerche hanno però dimostrato che seguire una dieta povera di grassi saturi può invertire questi processi e ripristinare le naturali facoltà cognitive: in sostanza, basta dimagrire e il cervello torna attivo.
Un ultimo segreto? Bisogna curare i muscoli. Nel 90 per cento dei casi, infatti, l’obesità è legata a un’eccessiva introduzione di cibo, mentre solo il 10 per cento deriva da una patologia sottostante, talvolta genetica oppure legata al mal funzionamento delle ghiandole endocrine. «In questo senso, svolgere una regolare attività fisica aiuta sicuramente a bruciare le calorie in eccesso», evidenzia Ongaro, «ma anche a mantenere ed eventualmente incrementare la massa muscolare, che negli anni tende a diminuire: la perdita di muscolo influisce negativamente su molte reazioni metaboliche dell’organismo, correlate sia all’obesità sia all’invecchiamento. Dunque, allenarsi vale doppio».
E allora non rimane che incominciare a valutare la possibilità di iniziare un percorso virtuoso.


CALCOLIAMO IL BMI

L’indicatore più utilizzato nella valutazione clinica dell’adiposità è il cosiddetto Bmi, ovvero l’indice di massa corporea, un valore numerico che si ottiene dividendo il peso (in chilogrammi) per il quadrato dell’altezza (espressa in metri). Ad esempio, se uno pesa 80 chili ed è alto 175 centimetri, il suo Bmi è pari a: 80 diviso (1,75x1,75) = 26,12. A quel punto, il risultato viene confrontato con una tabella di riferimento (la più nota è quella stilata dall’Organizzazione mondiale della sanità) che suddivide la popolazione in sette categorie: obesità di terzo grado (Bmi superiore a 40), obesità di secondo grado (tra 35 e 39,99), obesità di primo grado (tra 30 e 34,99), sovrappeso (tra 25 e 29,99), normopeso (tra 18,50 e 24,99), sottopeso (tra 16,00 e 18,49), grave magrezza (Bmi inferiore a 16,00). «Si tratta però di un’informazione incompleta, che non distingue fra le singole componenti di un individuo, come l’acqua e la differente massa grassa, magra e ossea», spiega Paolo Sbraccia, presidente della Società italiana dell’obesità (www.sio-obesita.org). «Può accadere dunque che un atleta abbia un valore di Bmi elevato, pur non avendo un eccesso di grasso corporeo, ma una massa muscolare molto sviluppata».


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