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Doc, la storia vera di Pierdante Piccioni, il medico che ha ispirato Doc - Nelle tue mani

14/10/2020  Dietro la fiction Doc - Nelle tue mani c'è la storia vera di una persona reale, cui la serie è liberamente ispirata. Andiamo a scoprire com'è andata nella realtà. Sul numero in edicola di Famiglia Cristiana, intanto, l'intervista a Matilde Gioli, una dei protagonisti del telefilm.

Doc esiste davvero, ma che si sappia – a meno che qualcuno non abbia iniziato a farlo per scherzo dopo la fiction Rai Doc nelle tue mani - nessuno lo chiama Doc. E non si chiama neppure Andrea Fanti ma Pierdante Piccioni  e nella sua storia la cosa che più ha in comune con il suo omologo televisivo interpretato da Luca Argentero sono quei 12 anni di buco nella memoria.

È il 31 maggio del 2013, Pierdante Piccioni ha 54 anni e sta andando, da Pavia dove abita, al lavoro, all’Asst di Lodi, dove fa il primario del Pronto soccorso. Lungo la strada la sua macchina sbanda in curva e sbatte, senza che nell’incidente ci siano altri coinvolti. Finisce in coma per poche ore, quando si risveglia nella sua memoria c’è un buco. Capita a 150.000 persone ogni anno dopo un trauma cranico commotivo di risvegliarsi avendo perso la nozione di pochi minuti trascorsi, il più delle volte sono quelli che corrispondono alla dinamica dell’incidente: si ricorda di essere stati in bicicletta e di essersi ritrovati per terra, niente di come si è caduti. Altri, circa 4-500 persone, hanno un buco prolungato che supera i 7 giorni.

Quando si sveglia Pierdante Piccioni il suo mondo si è fermato al 25 ottobre 2001, è convinto che l’incidente sia avvenuto dopo aver accompagnato a scuola suo figlio di otto anni, con le paste per la festa del compleanno. Ma il mondo degli altri è andato avanti. I colleghi che lo circondano sono stranamente invecchiati rispetto a come sono nella sua testa, così sua moglie che non fa – per fortuna di entrambi – la direttrice sanitaria nell’ospedale in cui Piccioni lavora, come nella fiction, ma la psicologa: il fatto è che lui l’aveva lasciata assegnista di ricerca e se la ritrova docente universitaria con qualche ruga in più. Lo specchio gli rende un sé stesso di 54 anni, si ricorda di sé con un volto da 42. Nella confusione, nelle difficoltà la moglie resta il punto fermo: nella vita vera il loro rapporto non è andato in crisi nei 12 anni trascorsi che lui non ricorda ma la ritrova accanto a sé anche se ovviamente bisogna fare i conti non semplici con il buco: Piccioni non ha, a differenza del suo alter ego televisivo, tradimenti propri e una separazione da dimenticare perché non ci sono stati, ma ha cancellato dalla memoria una grave malattia della moglie e tutto l’impegno che ci ha messo per salvarla portandola a curare dall’altra parte del mondo.

Ancora più difficile e molto, incontrare i figli al risveglio, a differenza della fiction due maschi in buona salute: Piccioni crede di aver portato a scuola un bimbo di otto anni con un fratello di 13 e si ritrova in una stanza di ospedale con due marcantoni ultraventenni che lo trattano quasi alla pari e che lui non riesce a far combaciare con i due bambini che ha in testa. Fatica a riconoscerli e anche ad accettarli, perché non ricorda niente del percorso che ha fatto con loro per tirarli grandi, non sa niente degli adolescenti che sono stati né degli uomini che sono diventati: a dirla tutta non è neanche entusiasta del modo colorito con cui si esprimono. Sarà un lavoro lungo ricostruire con pazienza, fatica, sfuriate, incomprensioni, affetto e silenzi il rapporto con loro. Ricostruire è la parola giusta, ma non vale solo con i figli: Piccioni dovrà lavorare anni per rimettere insieme il puzzle monco della sua esistenza trascorsa. Rivive da zero il lutto per la madre scomparsa tre anni prima dell’incidente, fatto che i suoi ricordi hanno cancellato.

Comincia a capire che non basta che altri gli rendano, condividendo ricordi, l’immagine sommaria delle tessere mancanti, c’è la componente emozionale di quei ricordi che niente e nessuno gli potrà rendere, se la memoria non torna, perché era solo sua. E la memoria non torna. Non è più tornata. Da allora Piccioni deve fare i conti con quell’altro sé, l’uomo che in quei 12 anni che non ricorda è diventato. Non il medico di provincia, ma un primario affermato prima a Crema, poi a Lodi, con consulenze importanti a Roma.

Ha un problema professionale, ricorda di essere un medico e in una certa misura lo è ancora, non ha perso le nozioni e l’esperienza acquisite fino al 2001 ma ha smarrito 12 anni di aggiornamento in cui la medicina ha anche cambiato pelle, affidando molte più diagnosi a strumenti come Tac, ecografie, risonanze magnetiche, che le nuove tecnologie hanno reso negli anni sempre più sofisticate.

Piccioni si risveglia non riconoscendo il suo cellulare touch screen - impara a usarlo dal suo giovane compagno di stanza -, ma soprattutto non sapendo niente dell’uomo e del medico che è diventato nella carriera trascorsa nel frattempo. È la cosa più difficile con cui fare pace: costa fatica, dolore, rapporti da rinegoziare, un’identità da ricostruire, inevitabilmente diversa da prima. Quando il direttore sanitario del suo Ospedale, a Lodi, gli prospetta la possibilità del congedo con pensione di invalidità Piccioni capisce che da grande, se ci riesce, vuole tornare a fare il medico e rifiuta il pensionamento. Prende coscienza dei suoi diritti, si tuffa in uno studio matto e disperatissimo e in due anni recupera le nozioni perse, anche perché a dispetto del trauma sembra che studiare e trattenere nozioni gli stia venendo più facile di prima. Decide di rinunciare agli psicofarmaci.

Riceve l’idoneità dai medici del lavoro e inizialmente, il 5 maggio 2014 rientra a Lodi con un incarico che non è il suo di primario del pronto soccorso, finisce in uno stanzino assegnato temporaneamente alla UO Gestione Formazione e Sviluppo Risorse Umane, ruolo molto meno operativo del precedente, e intanto studia, studia, studia. Mentre cerca di rimettere insieme altri pezzi di sé: una delle cose difficili è aprire e leggere le 60.000 mail rimaste nel Pc del primario Pierdante Piccioni. Per fortuna nella vita reale, a differenza che nel telefilm, non c’è nessun figlio morto bambino nel suo passato e nessuna diagnosi sbagliata sua a riguardo: in questo la fiction è davvero molto liberamente ispirata, come lo è nelle relazioni sentimentali.

Quello che però Piccioni scopre è che il medico, capace, efficiente e un po’ scorbutico con pazienti e collaboratori che gli sembra di ritrovare in quelle mail non gli piace tanto, non si riconosce nei suoi modi, se lo sente estraneo. Alla fine i medici del lavoro riconoscono a Piccioni l’idoneità a rientrare nel suo vecchio ruolo: non solo è ancora in grado di fare il medico ma anche di fare il primario del pronto Soccorso, anche se l’ospedale di Lodi ha appena messo a concorso il posto per sostituirlo. Chiede di essere assegnato a Codogno dove nel 2015 è viene nominato Direttore dell’Unità Operativa (Struttura Complessa) di Pronto Soccorso ed Accettazione del P.O di Codogno dell’Azienda Ospedaliera di Lodi.

Pierdante Piccioni sa di essere ormai un medico diverso rispetto a prima, anche se non sa bene com’era prima: il confronto con i ricordi altrui gli restituisce un medico diventato ora molto più empatico, con colleghi e pazienti, grazie a quello che chiama un corso di specializzazione accelerato in pazientologia ottenuto finendo in ospedale dall’altra parte della barricata. Al punto che in tante occasioni pubbliche ha raccontato che i suoi collaboratori di oggi gli ripetono scherzando che se avessero saputo che ne sarebbe uscito così, cambiato in meglio, gli avrebbero dato una botta in testa loro stessi molto prima.

Questa diversità lo porta a scegliersi un percorso che corrisponde meglio alla sua nuova identità: rinuncia ai gradi di Primario per mettersi a disposizione del dipartimento sociosanitario. Durante l’epidemia di Covid, Piccioni ha lavorato in prima linea a Lodi, dove ha dato vita all'unità di Integrazione Ospedale Territorio e Appropriatezza della Cronicità: con il compito di creare percorsi adeguati per pazienti usciti dalla fase iperacuta. Non gli piace l’etichetta di eroi che è stata cucita addosso ai medici in questi mesi, preferisce sentirsi una persona con senso del dovere e un occhio agli ultimi e ai penultimi.

La parte della sua storia che coincide cronologicamente con la serie Tv è raccontata nel libro Meno dodici (Mondadori), scritto con Pierangelo Sapegno. Altri due libri sono usciti, perché a scrivere ci ha preso gusto e perché è terapeutico.

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