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Don Benedetto Zampieri: «La mia parrocchia grande come il nord Italia»

05/09/2019  Una delle sfide del Sinodo sull’Amazzonia è la cura pastorale di aree vaste e difficili da raggiungere. Credere ha viaggiato sul fiume con un prete di Padova

Lo sguardo di don Benedetto Zampieri è fisso in avanti, oltre la prua del barco Nossa Senhora de Livramento con cui solca le acque del Rio Branco per visitare le comunità riberinhe, che vivono sulle rive del grande fiume.

Durante la navigazione, il prete padovano inviato due anni fa in Amazzonia, più precisamente a Caracaraí, nello stato brasiliano di Roraima, pensa alle persone che sta per incontrare. Ma anche all’accoglienza che riceverà, al prossimo Sinodo voluto da papa Francesco per l’Amazzonia, ai benefici che potrà portare per la gente che da due anni costituisce il cuore della sua missione. «Quando sbarchi in una nuova comunità non sai mai che cosa potrai trovare», racconta al rientro da un viaggio di quaranta giorni che lo ha portato fin nelle acque del Rio Juaperí a incontrare  gli indios Waimiri Atroari di Xixau, che non vedevano un prete cattolico da cinque anni. «Ciò che conta è l’essenzialità, il contatto con le persone. Lungo il fiume ti rendi conto di quanto ampia sia la sproporzione tra tutto quello che ci sarebbe da fare e le tue scarse possibilità, i limiti personali, di tempo e di spazio. Per questo al centro finisce da subito la relazione, il tentativo di generare incontri significativi, per testimoniare il Vangelo». 

UNA CHIESA VICINA ALLA GENTE

In Brasile, don Benedetto ha trovato una Chiesa in piena sperimentazione, con un clero giovane, che ha compreso come le strutture non funzionino: «La parola chiave qui è credibilità: vivere la fede in Amazzonia significa condividere profondamente la vita di tutti i giorni, con le sfide grandi e piccole che essa presenta. Qui non c’è teoria, ma una presenza che proviamo a rendere sempre più concreta e stabile».

La povertà cronica che affligge le popolazioni del fiume conosce oggi una nuova minaccia: ricchi americani o brasiliani si spingono sempre più avanti lungo le rive dei fiumi a bordo di imbarcazioni di lusso. Lo chiamano turismo ambientalista, ma la sua traduzione pratica è lo sfruttamento delle comunità più fragili, che rischiano di svendersi ai tour operator specializzati che portano con sé droga, prostituzione minorile, fino anche alla sparizione di molti bambini. Come portare sostegno in un contesto così complicato?

«La Parola di Dio apre sempre le porte: ci permette di entrare nelle case delle famiglie, di raccogliere i loro problemi, le loro storie», riprende don Benedetto, che ad agosto per la prima volta ha portato con sé sul fiume anche il vescovo di Roraima Mario Antonio Da Silva. Storie come quella di Karimi, adolescente riberinha, che ha cominciato a svenire a scuola e al lavoro e ad accusare problemi psicologici seri: nel dialogo è emerso un abuso subito nell’infanzia, con la complicità della madre, che solo ora la ragazza sta rielaborando.

PARROCCHIE IMMENSE

  

Nulla è improvvisato. Tutto ciò che don Benedetto mette in campo fa parte di ciò che la Chiesa brasiliana gli chiede. Ma la parrocchia di Caracaraí è immensa. I suoi 21 mila abitanti vivono in un territorio grande come il Nord Italia. Don Zampieri è uno dei quattro preti fidei donum padovani presenti nella diocesi di Roraima. Con loro c’è anche Fabiano Brusamento, laico in pensione. Accanto alle comunità fluviali, ci sono quelle rurali di cui si occupa don Orazio Zecchin, composte da piccoli proprietari, schiacciati sempre più dalla fame di terra dei grossi fazendeiros.

Nelle cittadine di Caracaraí e Iracema, don Luigi Turato e don Giuseppe Cavallini si occupano della formazione di catechisti e lìder (guide, ndr) di comunità e affiancano i sempre più numerosi profughi venezuelani, in fuga dal loro Paese allo stremo verso le grandi metropoli brasiliane. I 100 mila immigrati hanno destabilizzato uno stato già alle prese con la povertà e altri gravi problemi sociali, come la tossicodipendenza.

La risposta si chiama Fazenda de esperança, associazione attiva in tutto il Brasile che ha una casa proprio a Iracema. Don Benedetto è un punto di riferimento anche per i 35 uomini che vivono lì. «In realtà», confessa, «ascoltare la testimonianza di queste persone che escono dal tunnel della droga grazie alla fede rafforza me stesso e la mia missione». Così il giovane prete ha preso anche a frequentare le case dello spaccio, nella periferia della città: «In molti mi mettono in guardia, ma in realtà ho sempre trovato grande rispetto per me come prete. Non ci sono dialoghi o confronti: io mi presento e offro la possibilità di uscire dalla dipendenza e dallo spaccio, lascio un biglietto e me ne vado».

Nonostante tutto, la presenza della comunità ecclesiale risulta rarefatta. La società rischia di disgregarsi e la distanza tra la Chiesa e la vita della popolazione – alle prese con l’occupazione delle terre, lo sfregio dei garimpeiros (cercatori d’oro illegali, nda) e i progetti faraonici di centrali idroelettriche che rischiano di sommergere ampie porzioni dello Stato – si va divaricando sempre più. «Le istanze del Sinodo da anni sono presenti nel confronto tra i vescovi brasiliani», conclude don Benedetto. «Occorre puntare sui laici e su una nuova configurazione perché le comunità possano ascoltare la Parola e vivere i sacramenti con regolarità e sentirsi davvero parte della Chiesa».

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