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Giulio Andreotti: «Il suo insegnamento è valido ancora oggi»

26/02/2016  Ripubblichiamo l'intervista a Giulio Andreotti, che conobbe don Gnocchi nel 1947. Con il suo esempio, ci disse il senatore, ha dimostrato che «il vero sacerdote deve vivere i problemi degli altri uomini».


Fra i tanti che hanno potuto conoscere in profondità don Gnocchi c’è il senatore a vita Giulio Andreotti, che ebbe occasione di frequentarlo sin dal 1947, quando era sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e uno dei principali collaboratori di Alcide De Gasperi.
«La prima volta che don Carlo venne a trovarmi», racconta il senatore Andreotti, «fu estremamente esplicito e mostrò di avere le idee chiare: “Non vengo a chiedere nulla, ma soltanto a offrire la mia disponibilità”».

Cosa intendeva dire?

«Voleva sottolineare la necessità che il Governo si attrezzasse per rispondere ai nuovi bisogni sorti dopo la guerra. Lui si era già mosso in tal senso e dunque sentiva il dovere morale di mettere al servizio della collettività quanto aveva intuito e avviato. In modo molto diretto, quasi imperativo direi, riuscì a convincere noi responsabili della pubblica amministrazione che dovevamo attrezzarci con una mentalità nuova, e non soltanto offrendo contributi economici, per rendere i giovani mutilati non degli “assistiti”, bensì elementi attivi nella società».

Don Gnocchi non si limitò a occuparsi dei mutilatini, fu un pioniere anche in altre questioni sanitarie…

«È vero. Fu tra i primi a sollecitare che venisse effettuata la vaccinazione obbligatoria contro la poliomielite, che l’opinione pubblica non vedeva con favore. E poi, in fin di vita, espresse la volontà di donare le cornee a due ragazzi non vedenti, quando in Italia il trapianto d’organi non era ancora disciplinato giuridicamente. Il suo generoso gesto accelerò il dibattito in Parlamento e favorì il varo di una legge sul tema».

Quali aspetti di don Carlo Gnocchi la colpirono di più?

«Appariva immediatamente attraente, affidabile, convincente. Il fascino sacerdotale che promanava attorno a lui era qualcosa di straordinario, la sua trasmissione della fede era contagiosa. Don Carlo amava dire, con un sorriso ironico, che il sacerdote non si doveva fare soltanto in chiesa e in sacrestia, ma anche nel resto della vita. Un insegnamento valido ancora oggi, poiché il vero sacerdote vive i problemi degli altri uomini, e quindi non soltanto svolge un’azione evangelizzatrice, ma anche un impegno di comunione».

Leggendo gli atti del processo di beatificazione, c’è stata qualche testimonianza che l’ha colpita?

«Sono tanti gli episodi minuti che ce ne tramandano lo spessore. A un vigile romano che lo aveva fermato per eccesso di velocità mise in mano un santino e ripartì dicendo: “Vado di fretta perché ho più di 200 bambini da mantenere”. Per far giocare a calcio i bambini ciechi cucì un barattolo di latta nel pallone, che indicava loro la posizione della palla. Quando ebbe la medaglia d’oro del Comune di Firenze, a chi gli chiese se era contento rispose: “Quando mi presenterò al Padre Eterno mi dirà: Cosa vuoi? Hai già ricevuto tanta ricompensa in terra...”. Anche per questi riconoscimenti, e per qualche accelerazione burocratica che pure io ho contribuito a compiere in favore della sua opera, talvolta suscitava invidie e gelosie. Però, se avesse percorso l’iter consueto, probabilmente ora non staremmo qui a parlare del beato don Gnocchi!».

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