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sabato 07 dicembre 2019
 
Contro la tratta
 
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Don Carmine Schiavone: «Sulla strada aiutiamo le donne sfruttate»

14/02/2019  Il direttore della Caritas di Aversa, insieme a un gruppo di volontari, da cinque anni va nelle periferie ad ascoltare le vittime della tratta. Alcune di loro sono riuscite a liberarsi

In certe terre di frontiera anche una partita di calcio, a volte, può comunicare la portata del dramma umano ed esistenziale di tante persone. In un territorio molto esteso come quello della diocesi di Aversa, in provincia di Caserta, che comprende paesi di forte impatto mediatico per fatti di camorra, come Casal di Principe o Casapesenna, quando c’è una partita, per alcune donne è festa: i 90 minuti di gioco rappresentano uno spazio di libertà dai clienti.

Si tratta di donne schiave, ricattate, costrette a vendere sulla strada corpo e dignità: è il dramma delle nigeriane. Prostitute di fatto, ma  per chi  scrive, dopo aver percepito il dolore che certi racconti svelano, è difficile usare questa parola con il disvalore che le è attribuito. Sono persone che sulla strada non volevano finirci e non vogliono starci, che parlano con pudore, senza mai alzare lo sguardo, perché hanno ben chiari sia il significato della sacralità del proprio corpo sia la sofferenza per non essere riuscite a difenderla. Giunte in Italia con l’inganno di un lavoro onesto, sono state gettate poi sul marciapiede per ripagare un debito che non si estinguerà mai.

Qui ad Aversa, la piaga della prostituzione si intreccia con un altro dramma e un altro crimine: il traffico di organi, oggetto di indagine da parte dell’Fbi, che sta monitorando il Litorale Domizio.

A denunciare la  situazione è don Carmine Schiavone, direttore della Caritas diocesana di Aversa e referente regionale Caritas per l’immigrazione, che da anni, con uno gruppo di volontari, è impegnato in prima linea a combattere contro la tratta e a offrire aiuto alle donne costrette a prostituirsi. Spiega don Carmine: «Ho scoperto questa tremenda verità insieme a suor Rita Giaretta, fondatrice della Comunità Casa Rut di Caserta. Dall’ascolto di varie testimonianze di persone che sono riuscite a uscire dalla tratta abbiamo appreso particolari sconvolgenti. Nel raccontare il dolore e il desiderio di libertà pagato a caro prezzo, alcune ci hanno riferito che a chi vuole arrivare in Italia e non riesce a trovare il denaro per il viaggio, viene proposta la vendita di organi non vitali, come rene e cornea. I soldi vengono  subito intercettati dalla mafia nigeriana, che gestisce la partenza e lo sbarco, e l’organo diviene oggetto di commercio. Abbiamo individuato finora circa 15 casi, tutti di donne che ora sono sul marciapiede».

Attraverso i racconti di don Carmine possiamo vedere volti, sguardi, lacrime; quelli delle ragazze che accettano di pregare Dio sulla strada, insieme al sacerdote e ai nove volontari che lo affiancano, e ringraziano questi amici che sanno offrire loro ascolto e sostegno.

Sarah (tutti i nomi sono di fantasia, ndr) non si prostituisce più e oggi è libera. Don Carmine ricorda bene le sue parole quando è venuta a cercarlo: «Padre, sono stanca». Eveline è bella e giovanissima, nemmeno 18 anni, anche se lei afferma di averne 22, ma ha lo sguardo spento. Bella e solare è anche Jane, che sta  consumando la sua gioventù nella notte, all’ombra di plastica che brucia. Gladys ha deciso di partecipare alla Messa nella sede della Caritas di Aversa.

DALLA FIDUCIA ALLA DIGNITÀ

Come è nata l’idea di andare sulla strada con i volontari? Racconta il sacerdote campano: «Come direttore della Caritas di Aversa e referente regionale dell’immigrazione, in questi ultimi cinque anni ho osservato il fenomeno dell’immigrazione e le sue diverse sfaccettature: accoglienza, integrazione, inclusione, accompagnamento oppure, dall’altra parte, sfruttamento e rifiuto. Le parole di papa Francesco che parlava di una Chiesa in uscita hanno messo nel nostro cuore l’ansia di voler fare qualcosa in più. Con il supporto del vescovo, monsignor Angelo Spinillo, e di tutta la Chiesa diocesana, abbiamo deciso cinque anni fa di andare a visitare il marciapiede per far sentire la presenza della comunità cristiana nelle zone d’ombra. Senza avere la pretesa di riscattare subito la persona o chiederle immediatamente un percorso di fede che, magari, non è pronta ad affrontare. Il nostro è un approccio delicato, rispettoso degli spazi di queste ragazze, che chiede il permesso e, una volta creata la relazione di fiducia, ha la speranza di ridare la dignità. Noi offriamo aiuto, conforto, ascolto, facciamo fronte alle necessità di queste donne che non hanno nulla, hanno fame, a volte chiedono giubbini e coperte. La loro reazione è di stupore, di commozione nel sentirsi considerate persone capaci di sentimenti. Diamo loro anche un volantino, tradotto in diverse lingue, con la spiegazione dei servizi offerti dalla Caritas e un numero di telefono per contattarci. Cerchiamo di ricostruire la loro vita partendo dalle macerie».

Per trovare la strategia giusta per avvicinarsi a queste ragazze, don Carmine si ispira al Vangelo: «Sono molto affascinato dal brano dell’incontro fra Gesù e Zaccheo», spiega. «Gesù passa in mezzo alla folla, incrocia tante persone per la strada ma va a fermare il suo sguardo sulla “periferia” rappresentata da Zaccheo. Non lo accusa di tutti i suoi peccati, ma è proprio in quella relazione con Gesù che Zaccheo, gradualmente, capisce i suoi errori e chiede di poter ricominciare. La nostra strategia ecclesiale è questa. Noi sulla strada vogliamo esserci per intercettare degli sguardi. Come Gesù dice a Zaccheo “Voglio fermarmi a casa tua”, così anche noi ci fermiamo in quella che è la casa di una donna sfruttata, cioè la strada. E lì entra in gioco la pazienza di attendere un avvicinamento che inizia con il raccontarsi».

Foto di Francesco Fiorellini

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