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giovedì 22 ottobre 2020
 
Don Claudio Burgio
 
Credere

«Il male non ha mai l'ultima parola»

12/03/2020  «C’è sempre un punto da cui ripartire, perché il cuore di ognuno di noi è fatto per il bene», dice il fondatore della comunità Kayrós, che nel Milanese accoglie ragazzi in difficoltà

In un’epoca segnata dal disorientamento, dalla disillusione e da tante situazioni che indurrebbero a pensare che chi cade è perduto, è interessante incontrare persone convinte che nella vita si può sempre ripartire. Don Claudio Burgio è uno così. Non per inguaribile ottimismo o per buonismo ingenuo, ma perché è testimone di tante ripartenze, esistenze che sembravano destinate ad appassire e sono invece rifiorite.

Come quelle degli ospiti della comunità Kayrós che a Vimodrone, alle porte di Milano, accoglie giovani segnati da disavventure familiari o da guai con la giustizia. Sono adolescenti assegnati alla comunità dal Tribunale per i minorenni dopo essere stati allontanati da famiglie problematiche, oppure provengono dal carcere minorile Beccaria di Milano, dove da 15 anni don Claudio opera come cappellano insieme a don Gino Rigoldi, a contatto con storie pesanti e apparentemente senza speranza.

«Ho imparato che c’è sempre un punto da cui provare a ripartire, perché il cuore di ognuno di noi è fatto per il bene, anche quando è schiacciato dalle scorie del male», dice il sacerdote, 51 anni. «Bisogna scommettere su questa possibilità e dare energie per questo obiettivo. Noi adulti dobbiamo ridurre il tempo dedicato alle prediche, e cercare invece di essere testimoni credibili di ciò in cui diciamo di credere».

Don Burgio ne parla nei suoi libri, in particolare in quello intitolato Non esistono ragazzi cattivi, dove le storie dei suoi ragazzi si incrociano con l’avventura di uomo e di prete, facendo emergere un itinerario educativo alimentato dalla fede e fatto di sfide e di imprevedibili possibilità di cambiamento.

Liturgia e carità

È sorprendente che una persona che dedica molto del suo tempo ad accompagnare esistenze terremotate dal dolore e dalla criminalità sia anche direttore della Cappella musicale del duomo di Milano, la più antica istituzione musicale della città, fondata nel 1402 e composta da cantori adulti e pueri cantores. Il duomo e il carcere sono i due “luoghi del cuore” di don Burgio, che spesso si intrecciano come quando, in certe domeniche, alcuni ragazzi di Kayrós o del Beccaria, accompagnati dagli educatori, partecipano alla Messa che celebra nella cattedrale alle 12.30: «Capita che la loro presenza diventi uno spunto per l’omelia ispirato a vicende vissute insieme. In quelle occasioni faccio esperienza di quanto la liturgia e l’esercizio della carità non siano affatto mondi lontani, ma due dimensioni della fede strettamente intrecciate».

La passione per la musica abita nel cuore di don Burgio fin dall’infanzia: a 8 anni cominciò a cantare nella Cappella, divenendo poi musicista e compositore apprezzato. «La musica mi ha sempre affascinato perché parla al cuore dell’uomo, lo attira verso la bellezza ed esprime quella positività ultima che abita in ciascuno di noi. Il male non è mai l’ultima parola, come è accaduto per Gesù che dopo la morte ha conosciuto la risurrezione. Ma ciò non avviene per magia, richiede tempo e fatica».

Ferite e potenzialità

  

Per questo ha chiamato Kayrós la comunità fondata nel 2000 assieme a un gruppo di famiglie e di privati cittadini sensibili al tema dell’accoglienza dei giovani in difficoltà. È un termine greco che significa momento opportuno, tempo favorevole. «Vivere il kayrós è saper distinguere i tempi della vita, discernere i segni che Dio ci manda, lasciarsi educare dagli avvenimenti rinunciando alla tentazione di istruire Dio su come dovrebbero andare le cose. Nulla accade per caso, tutto ha un senso, dobbiamo scoprirlo andando a lezione dalla realtà».

Lui a lezione ci va da anni, proponendosi ai giovani come testimone di una umanità alimentata dalla fede. Come gli scrisse il cardinale Carlo Maria Martini, l’arcivescovo di Milano che anni prima lo aveva ordinato sacerdote, nella dedica di un suo libro: «A don Claudio, che non spreca parole ma compie fatti di Vangelo».

Gli ospiti della comunità vengono accompagnati dall’équipe di 25 operatori e da 50 volontari a conoscere il loro kayrós, a curare le ferite e a scoprire potenzialità schiacciate ma non cancellate dalle sofferenze e dagli sbagli commessi. Il primo, nel 2000, è stato Alain, arrivato a 15 anni dal Cameroun, antesignano di quelli che in seguito sarebbero stati catalogati come minori stranieri non accompagnati, giovani in cerca di futuro e passati dalla precarietà alle illusorie tentazioni del guadagno facile e al reclutamento nei giri della malavita.

Chi riparte e chi non ce la fa

Vite segnate da droga, furti, rapine, violenze, ma anche dall’incontro con persone che abbracciano le fragilità e propongono un cammino fatto di ritorno a scuola, apprendimento di un mestiere, ricerca di lavoro, capacità di gestirsi in autonomia e di vivere in una dimensione comunitaria nelle “casette” che la comunità gestisce a Vimodrone.

Molti giovani sono ripartiti, qualcuno ha scelto strade sbagliate. Come Tarik e Monsef, due adolescenti marocchini ammaliati dal fascino del radicalismo islamico e arruolatisi nell’Isis. Il primo è morto combattendo in Siria, il secondo è sprofondato nelle sabbie mobili del Califfato. «Può sembrare una sconfitta... Mi sono chiesto tante volte dove ho sbagliato con loro, cosa ho sottovalutato, cosa avrei potuto fare e non ho fatto», confessa don Burgio. «È l’educazione che porta con sé il rischio della libertà, e rende evidente che tu puoi seminare ma la vita degli altri non è nelle tue mani». Il cammino dell’accoglienza non è una comoda pianura, le salite sono molte. Ma lui non molla: ha fatto suo l’invito del Papa per una Chiesa in uscita e ripete che «la fede non è una culla, è un rischio quotidiano».

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