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Quella prima visita di un Papa nei Paesi dell'ex Urss

03/09/2018  In occasione del 25° anniversario del viaggio di Giovanni Paolo II Lituania, Lettonia ed Estonia, ripubblichiamo il nostro reportage dell'epoca in cui il pontefice esortò i fedeli a vincere le tentazioni di vendetta contro gli ex comunisti. Un invito purtroppo ancora attuale

Per tutti i giorni del suo viaggio nei Paesi Baltici (Lituania, Lettonia, Estonia) il Papa ha pronunciato parole di riconciliazione. Così quello che doveva essere il viaggio della rivincita e del­l'orgoglio della fede cristia­na sull'ideologia atea comu­nista crollata nei territori ex sovietici, si è tramutato in una lunga sequela di parole di pace e di tolleranza, nella richiesta pressante ai popoli di «ripudiare la tentazione della vendetta che sempre conduce negli sterili labirin­ti dell'odio». «Per voi non ci siano né vincitori, né vinti», ha detto in lituano nella cat­tedrale di Vilnius, che il regime comunista aveva tra­sformato in museo, «ma uo­mini e donne da aiutare ad uscire dall'errore, persone da sostenere nello sforzo di riscatto dagli effetti, anche psicologici, della violenza, del sopruso, della violazione dei diritti umani».

Oggi in Lituania ci sono i vincitori e i vinti. I vincitori sono un quarto della popo­lazione che è finito in pri­gione, nei lager, deportato in Siberia, ucciso o costret­to all'esilio da cinquant'anni di repressione sovietica. I vinti sono i persecutori di allora che oggi si dichiarano ex comunisti, fanno procla­mi di nazionalismo e governano con il nome di "Partito democratico del lavoro".

Il Papa ha parlato a en­trambi: «Ai vinti è urgente ricordare che non basta adeguarsi alle mutate condi­zioni sociali: occorre piutto­sto la conversione sincera e, se necessario, l'espiazione. Ai vincitori va rinnovata l'esortazione al perdono che deriva dalla sequela del Vangelo della misericordia e della carità».

Era commosso Karol Wojtyla quando si è chinato a baciare il suolo lituano. Ci voleva venire fin dall'inizio del suo pontificato perché questa è terra di martiri, di eroica fedeltà  al Vangelo e alla Chiesa. Gli scendevano le lacrime sul volto quando si è inginocchiato nella cat­tedrale di Vilnius a pregare sulla tomba di san Casimiro e poi quando ha salito i gra­dini della Collina delle croci, il luogo dove si ricapitola la lunga tragedia del popolo lituano. Questo colle, alto pochi metri, è un santuario spontaneo. Le croci le ha portate la gente a rappre­sentare la propria sofferen­za. Il Papa ha paragonato la collina al Golgota, dove mo­rì Gesù, e ha confidato all'arcivescovo di Vilnius che lo accompagnava: «Biso­gnerebbe far venire qui tutta l'Europa, tutto il mondo».

Nel cuore del Papa la Col­lina delle croci della Litua­nia diventa così un luogo mistico: «La croce», ha det­to durante la Messa che ha celebrato sotto il colle, «è stata per tutta la nazione e per la Chiesa una provvi­denziale fonte di benedizio­ne, un segno di riconcilia­zione tra gli uomini». Dun­que nemmeno nel luogo-­simbolo dei massacri anti­cattolici, tanto odiato dai comunisti, che per tre volte lo spianarono con le ruspe, Wojtyla ha ceduto nell'eser­cizio della misericordia.

Lasciata la Lituania per la Lettonia, si è recato al santuario di Anglona, e qui in mezzo alla folla raccolta per la Messa c'era un cartel­lo scritto in russo: «Mosca aspetta il Papa di Roma». In Lettonia vive un'importante minoranza russa (35 per cento della popolazione). Ci sono tensioni e problemi di rapporti con i nativi, c'è la questione (lo stesso in Esto­nia) della presenza delle truppe di Mosca. Il Papa, anche qui, non ha abbando­nato il tema che gli è caro in questo viaggio e ha detto in russo: «La fede è stata la for­za di liberazione dalla re­pressione del passato. Ora deve diventare una forza di riconciliazione per quanti condividono problemi e possibilità». Quindi, im­provvisando in polacco: «Dobbiamo essere più aper­ti al dialogo e predisporci ad aiutarci reciprocamente».

La questione della convi­venza con i russi era già sta­ta affrontata dal Papa appe­na arrivato in Lituania, par­lando al piccolo corpo di­plomatico (venti persone) accreditato a Vilnius ( tra cui l'ambasciatore italiano Tempesta), quando aveva esplicitamente rivendicato il diritto dei russi residenti a vivere nei Paesi baltici. Ma non vi sono stati solo i russi baltici nelle preoccupazioni del Papa. Vi è stata la Rus­sia, Mosca, gli ortodossi del Patriarcato. Per il Paese ex egemone sui Baltici Giovan­ni Paolo II ha invocato «pa­ce all'interno e all'esterno dei suoi confini»: «Tutti se­guiamo con partecipe inte­resse gli sforzi che la Russia sta compiendo per entrare in una stagione di sempre più salda libertà e solidarie­tà interna e internazionale».

A sentire il Papa c'era l'inviato personale del Pa­triarca ortodosso di Mosca Alessio, il pope Georghy Ze­blitsiev. Il pope ha seguìto il Papa passo passo nel viag­gio baltico. Papa Wojtyla lo ha invitato a pranzo: è un segno importante di disgelo tra cattolici e ortodossi, che accade dopo tre anni di du­re polemiche e di incomprensioni. Al tavolo sedeva anche il vescovo cattolico di Mosca Tadeusz Kondrusie­wicz. Il portavoce vaticano ha riferito dei dialoghi. Il pope russo ha detto al Papa che le sue parole sulla Rus­sia sono state ben accolte a Mosca. E il Papa ha rispo­sto: «Le ho dette col cuore». Poi Giovanni Paolo II, quando l'inviato del Patriar­cato ha osservato che nei li­bri ci sono molte cose di­storte circa le vicende delle due Chiese, ha detto: «Sono d'accordo sulla necessità di uno sforzo comune per ri­scrivere la storia dei rap­porti tra Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa».

Dai Paesi baltici il Papa di Roma ha bussato alla porta di Mosca? È aumenta­ta la speranza di un viaggio a lungo desiderato? Stani­slaw Grygel, filosofo e ami­co del Pontefice, ne è asso­lutamente convinto: «Que­sto viaggio annuncia i suoi pellegrinaggi negli altri Paesi dell'ex Unione Sovie­tica, dove lo aspettano uo­mini che in questo orribile campo sono sopravvissuti nella fedeltà a Dio».

Foto di Giancarlo Giuliani.

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