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martedì 12 novembre 2019
 
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Ecco chi sono le soldatesse dell'esercito curdo che combattono contro Erdogan

17/10/2019  Hanno lottato in famiglia contro i pregiudizi, contro l'Isis e ora difendono il loro popolo dall'esercito turco. Ritratto delle guerriere che hanno sconfitto l'Isis

Vengono mitizzate, la stampa utilizza foto che ne evidenziano l'avvenenza, le chiama “amazzoni”, banalizzando così un progetto di portata storica. Un progetto che ha le radici in quarant'anni di lotte per la libertà, che non è stato e non è facile, che ha visto le donne curde combattere prima per l'emancipazione all'interno della propria società, delle proprie case e famiglie - che spesso le hanno ostacolate - e poi decidere che bisognava combattere anche con le armi. A fianco degli uomini.

 

Oggi le donne curde sono di nuovo in guerra, in 18mila su 45mila combattenti totali, difendono strenuamente il nord-est della Siria dall'attacco turco, poeticamente chiamato “Primavera di pace”. Ma non c'è niente di estetico e neppure di poetico nella guerra. Anzi. Essa è imbruttimento. Ha imbruttito anche le donne combattenti del YPJ (la formazione femminile dell'esercito curdo) perché hanno visto l'orrore perpetrato dal Daesh (il sedicente Califfato islamico), perché hanno dovuto uccidere per restare in vita e perché hanno visto molte loro compagne morire.

 Non solo. Hanno subito derisioni e oltraggi - come è accaduto con la venticinquenne Ayse Deniz Karacagil, conosciuta come “cappuccio rosso”, ammazzata nel 2017 nei combattimenti contro Daesh, e poi oggetto di feroci insulti sui social -, sono state dilaniate, anche quando hanno combattuto solo con la forza della parola, com'è accaduto a Hevrin Khalaf, 35 anni, segretaria generale del Future Syria Party, paladina dei diritti delle donne, vittima, il 12 ottobre scorso, di un bombardamento probabilmente delle milizie filo-turche, mentre andava a trovare i primi caduti degli attacchi dei turchi, o giustiziate come Sakine Cansiz, Fidan Dogan e Leyla Soylemez, le tre attiviste curde uccise a colpi di pistola a Parigi nel 2013, all'interno del Centro d’informazione del Kurdistan, forse da estremisti di destra turchi, forse da membri dei servizi segreti.

Fanno paura le donne curde, con la loro indipendenza. Non è stato facile creare un esercito femminile, auto gestito, auto organizzato, auto addestrato. Ma le donne lo sanno da sempre: la strategia dei piccoli passi è l'unica che può funzionare in un mondo fortemente patriarcale com'è ancora il Medio Oriente. Erano temute dai miliziani del Daesh, per i quali essere colpiti da una donna era disonorevole, oggi fanno paura ai turchi, per questa loro determinazione alla libertà, che si spinge fino all'estremo, e che è fonte di ispirazione per le donne di tutto il mondo. «Appartengo alla classe operaia. Nel 2012, ho lasciato il Regno Unito per unirmi alle combattenti dell'YPG, contro Daesh, nel nord della Siria, nella regione autonoma del Rojava», racconta Zeyneb Alî.

Come lei, tante altre. Anna Qereçox (Anna Campbell, prima donna britannica a morire combattendo a fianco delle curde nel Rojava), Lêgerîn Çiya (Alina Sanchéz, di origine argentina, dottoressa, ha partecipato alla realizzazione del sistema sanitario del Rojava, morta in un incidente stradale a Hesekê nel 2018), Avaşîn Têkoşîn Güneş (Ivana Hoffman, tedesca, morta nel 2015 combattendo contro il Daesh): sono Şehîd, martiri. Quando è arrivata, Zeyneb è rimasta stupita, «nel Rojava la popolazione curda ha costruito un'enclave di libertà basata sui principi della democrazia, dell'ecologia e della liberazione delle donne. Ho partecipato ad una loro assemblea, mi sono resa conto che quel luogo - dove vige un Confederalismo democratico, dove vivono insieme tre milioni di persone di varie etnie, oltre ai curdi, yazidi, turcomanni, arabi..., di religioni e culture diverse -, era inconsueto, totalmente differente da qualsiasi cosa avessi vissuto politicamente nel Regno Unito. Le donne del Rojava sono consapevoli, altamente politicizzate e impegnate a tutti i livelli della società». «Nei villaggi hanno organizzato delle case (mala jin) - spiega Clara, della Rete Jin, di solidarietà alle donne curde, che in Italia collabora con la onlus Cisda - dove le donne dei vari villaggi possono rivolgersi per qualsiasi problema, che sia una richiesta di aiuto in caso di violenza o, semplicemente per avere indicazioni per creare una cooperativa di lavoro.

Ma la cosa più interessante è che le donne curde sono fortemente impegnate nella ricostruzione della loro storia, anche sulla base del pensiero di Abdullah Öcalan, leader del Partito dei Lavoratori, che affermava che per comprendere la storia dell'oppressione dei popoli, bisogna studiare l'oppressione della donna. Partire, quindi, dalla storia per costruire una società libera. Questa elaborazione - che si chiama “Jinealoji - Scienza delle donne” -, oltre a costituire oggi la base del pensiero rivoluzionario, è anche parte dei programmi scolastici di studenti e studentesse ed è diventata una facoltà universitaria». «Ma con il ritorno di Erdogan, il progetto del Rojava è a rischio estinzione», conclude Zeyneb. 

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