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Quadrio Curzio: oltre la crisi

27/04/2012  Politica fiscale, tagli alle spese, benefici alle imprese, sviluppo delle infrastrutture e attenzione alle famiglie.

Il prof. Alberto Quadrio Cuzio (foto Ansa).
Il prof. Alberto Quadrio Cuzio (foto Ansa).

Finora tasse, tagli e ancora tasse. Ma quando comincia questa benedetta fase due del Governo Monti, quella della ripresa e dell’occupazione? Chiediamo lumi ad Alberto Quadrio Curzio, economista e membro dell’Accademia dei Lincei, abituato a interloquire, per capire come va il mondo, con banchieri, scienziati, governatori e capi di Governo, ma anche con negozianti e proprietari di bancarelle. Uno dei pochi economisti che conosce anche il prezzo del latte. «In questi quattro mesi di Governo», spiega, «Mario Monti ha messo un grosso impegno per rimettere in sicurezza i nostri titoli di Stato sui mercati. L’esito è stato certamente positivo in quanto il nostro spread dai 570 punti dello scorso 9 novembre (data del suo insediamento) è sceso fino a 370. Significa 200 punti base, che tradotti in termini di onere di interessi vuol dire risparmiare 25 miliardi di euro l’anno!»

C’è chi sostiene che la caduta dello spread, ovvero del differenziale tra il rendimento dei nostri titoli rispetto a quelli tedeschi, è merito della Banca centrale europea, che ha rastrellato sui mercati i nostri titoli, sostenendo la domanda...

«Certo, è anche merito della Bce, ma non solo. Ai primi di novembre i “bonos”, i titoli di Stato spagnoli, avevano uno spread inferiore al nostro di 140 punti base. Significa che il nostro debito era molto più a rischio di Madrid. Ora siamo noi che paghiamo meno dei bonos 40 punti base. Poiché il sistema bancario spagnolo ha beneficiato della liquidità Bce tanto quanto il sistema italiano, questi 180 punti di risalita non sono merito della Bce, bensì di Monti. Ma c’è di più. I mercati hanno giustamente ricominciato a capire nel confronto Spagna-Italia che il nostro sistema economico (in particolare la nostra potente manifattura orientata all’export) è molto più forte di quella spagnola. L’opera di Monti ha rassicurato i mercati, spingendoli a guardare i fondamentali del nostro Paese. I mercati ci stavano terribilmente penalizzando».

Quando cominciano i nostri problemi?

«Dobbiamo riportare le lancette dell’orologio al luglio 2011. L’allora ministro Tremonti aveva lavorato bene, tenendo in sicurezza i conti. Poi sono cominciate quelle fibrillazioni dentro maggioranza e Governo che via via hanno portato a esautorare l’allora ministro dell’Economia. Sono arrivate due manovre correttive, una dietro l’altra, abbastanza confuse, soprattutto la seconda, coralmente decisa dal Governo piuttosto che da Tremonti. Da lì è partito tutto».

Gli italiani hanno imparato la parola spread, sulla loro pelle...

«Il peggioramento dello spread è stato anche dovuto alla consistente paura del contagio greco, che non veniva sufficientemente isolato sui mercati più importanti dell’Unione europea».

Ora l’Italia ha la pressione fiscale e l’età di pensionamento più alte d’Europa. Tutte queste tasse stanno producendo una stretta nei consumi. Non c’erano altre strade?

«È noto che l’aumento della pressione fiscale produce effetti recessivi. Ma visto che eravamo nel mirino di un attacco speculativo, temo che l’azione fosse la sola possibile in termini di urgenza. La manovra correttiva è stata fatta con l’acqua alla gola e le entrate fiscali sono la fonte di riequilibrio dei conti più rapida. Ora che l’urgenza sembra cessata, il Governo si deve fortemente impegnare su taglio della spesa improduttiva (la fonte più sana di riequilibrio dei conti), alleggerimento delle tasse e recupero dell’evasione».

C’è un pericolo inflazione?

«Di questo problema mi preoccupo relativamente poco. Su questo vigila anche la Bce. È più urgente far ripartire la crescita».

I tagli della politica hanno un valore esemplare e simbolico, ma non sono determinanti: si parla di 300 milioni l’anno...

«Se andiamo a vedere gli studi della Confcommercio e della Uil saltano fuori altre cifre. Cifre da capogiro. Il costo funzionale delle istituzioni si aggira sui 6 miliardi all’anno. Il costo addizionale è 18 miliardi. Intorno a questi 18 miliardi girano 1,3 milioni di persone. Che un Paese di 60 milioni abbia bisogno di un apparato simile mi sembra francamente eccessivo. C’è poi il problema della valorizzazione del patrimonio pubblico non reddituale. Con il federalismo demaniale sono stati trasferiti agli enti locali molti immobili di pregio. Io mi aspetto molto dall’attuazione vera del federalismo, che non ha nulla a che fare con il separatismo. Vedremo se il Governo si saprà muovere in questa direzione»

Come si alleggerisce la pressione fiscale?

«Con vari provvedimenti. La delega fiscale che il Governo chiede al Parlamento mi pare soprattutto un riordino della tassazione sugli immobili. Non è l’unico problema, ma il problema principale. Tra l’altro comprende una parte relativa alla ricollocazione dei redditi di impresa in capo alle imprese e all’imprenditore e norme molto interessanti sulla semplificazione. C’è anche il problema cruciale dei costi standard. Perché una garza in Lombardia costa ai contribuenti un euro e in Calabria dieci euro? Infine, il nodo della tassazione sul lavoro e sulle imprese. Il Governo ha introdotto delle misure per favorire la patrimonializzazione delle aziende e questo è importante. Significa introdurre un regime di sgravi fiscali per chi reinveste gli utili. Molto va fatto sul piano delle infrastrutture, che generano occupazione, migliorano il sistema- Italia e fanno girare l’economia. Su questo gli Eurobond possono fare molto. La mia tesi è che se l’Europa non si coalizza per fare grandi investimenti infrastrutturali la recessione durerà a lungo».

Una famiglia su due è stremata dalla crisi. Che fare sul piano dell’urgenza?

«Innanzitutto bisogna evitare che la nuova tassa sugli immobili, l’Imu, colpisca i meno abbienti in maniera insostenibile. Non possiamo pretendere che la paghi un anziano che vive in una casa di riposo e ha dato il suo immobile in comodato al figlio. Bisogna poi ricuperare i fondi europei che sono a disposizione ma che non sfruttiamo. Per il sostegno alle famiglie più povere bisognerebbe riprendere il tema della social card, che deve far capo alle municipalità e per la quale andrebbe creato un fondo, da alimentare con i ricavi delle multe, dei recuperi dell’evasione per omissione di scontrini, con i proventi di turismo e mostre. È un momento durissimo, ma possiamo farcela».

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