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Ecumenismo della carità, rivoluzione della tenerezza

31/10/2016  Cambiamenti climatici, guerre, profughi, ingiustizie. Luterani e cattolici firmano la dichiarazione "Together in hope" ("Insieme nella speranza") che impegna le due Chiese a lavorare per la giustizia. Papa Francesco ringrazia i Governi che accolgono i rifugiati e chiede di "andare incontro agli scartati". Poi la preghiera comune per la Siria.

Malmö, Svezia
Dal nostro inviato


È un ecumenismo concreto, che si occupi dei mali del mondo e cerchi delle soluzioni, quello che chiedono i quattro testimoni
che  - nell'Arena del ghiaccio di Malmö -  parlano davanti a papa Francesco e al vescovo  Munib Youan, presidente della Federazione luterana mondiale. Ed è anche l'impegno che le due Chiese, con la firma della dichiarazione congiunta "Together in hope" ("Insieme nella speranza"), promettono di portare avanti. 

 

Pranita Biswasi, indiana, 26 anni, parla dei cambiamenti climatici che «in India i cambiamenti hanno un impatto diretto sulla vita delle persone, in particolare sulle donne». Parla dei suicidi, delle donne che «devono percorrere chilometri e chilometri per procurarsi acqua e legno» e parla del suo impegno, insieme con gli altri giovani della federazione luterana  «per occuparci del creato anche per le generazioni future».

E poi Heector Gaviria, direttore di Caritas Colombia ricorda il processo di pace «iniziato poco più di tre anni fa tra Governo e guerriglia» e del lavoro di supporto alle vittime di questi anni di guerra, vittime dei massacri, della sottrazione delle terre, delle mine antiuomo e ricorda che la Colombia è il secondo paese al mondo  per numero di mine antiuomo.

Parla Marguerite Barankitse, burundese, che ha cominciato ad adottare bambini quando la guerra civile dilagava in Burundi nel 1993 e che ha creato,  in 22 anni, una casa per 22 mila bambini. Una Casa della pace grazie alla quale i bambini che avevano perso tutto hanno potuto studiare e sono diventati medici, insegnanti, hanno potuto spezzare il ciclo di violenza. Un sogno che non si arrende nonostante «sia tornata la violenza e la situazione sia davvero pericolosa». Adesso vive in Rwanda, rifugiata come gran parte della popolazione ruandese, ma «ho portato lì il mio tesoro» che sono i bambini e le bambine dei quali continua a occuparsi.

E infine un’atleta, Rose Lokonyen, 23 anni, del Sud Sudan, ma rifugiata in Kenya dall’età di 8 anni, che ha trovato proprio nello sport una grande occasione di riscatto dopo che i suoi, quando aveva 14 anni sono tornati in Sud Sudan per occuparsi dei nonni e non ne ha avuto più notizia. «Se sei un rifugiato non significa che tu non sia una persona», dice Rose. Che ha fatto dello sport una bandiera per il riscatto di tutto il suo popolo sperando che «si possano creare le condizioni per un ritorno in patria».

«Basta odio, basta xenofobia nel nome della religione», risponde il vescovo Younan «Oggi a Lund e a Malmo, sperimentiamo il moderno miracolo dell’unità, ci spostiamo dal conflitto alla comunione e la riunione storica di oggi invia un messaggio al mondo intero», il messaggio di aver assunto impegni comuni che «possano portare verso la riconciliazione e la pace invece che contribuire ad aumentare i conflitti nel mondo già tormentato».  Sfidateci, dice il vescovo. Che ricorda anche che «la follia dell’amore è l’unica cosa che può cambiare il mondo» e sprona tutti ad «accogliere lo straniero tra di noi». Lui, rifugiato palestinese, sente particolarmente quanto pesino le guerre e i conflitti sui bambini. E ringrazia i testimoni perché hanno chiamato alla mente anche quanto succede in Medio oriente, in africa, in Asia, dal Bangladesh alla Nigeria e dice loro che «ci avete insegnato il vero significato del martirio: voi siete oggi i nostri modelli».

Parla di «voci che chiedono giustizia» e della scelta obbligata per le religioni di «operare per la giustizia in questo mondo, perché non ci può essere pace senza giustizia». Invita a pregare per una equa risoluzione del conflitto israelo palestinese, per «Gerusalemme città condivisa dalle tre religioni» e spiega, come fa anche, dopo di lui papa Francesco, che la dichiarazione congiunta che le due Chiese firmeranno alla fine dell’incontro è un servizio che si vuole fare per «alleviare le sofferenze umane».

La Caritas internationalis da un lato e il Servizio della Federazione luterana mondiale, spiega papa Francesco, «firmeranno una dichiarazione comune di accordi allo scopo di sviluppare e consolidare una cultura di collaborazione per la promozione della dignità umana e della giustizia sociale».  E anche Bergoglio insiste in particolare sui rifugiati e sugli effetti dei conflitti e delle guerre. Francesco ringrazia i testimoni per il loro coraggio e la loro testimonianza. Il Papa chiama alla «rivoluzione della tenerezza» e a rendere «tangibile il fatto che Dio non scarta nessuno, ma accoglie tutti». Il Papa ringrazia i governi che accolgono i profughi, e ringrazia anche «il vescovo Antoine, che vive ad Aleppo» e che porta in Svezia la sua testimonianza di una città devastata, ma nella quale «tu, caro fratello, continui a lavorare per raccontarci la drammatica situazione dei siriani».

Francesco invoca la conversione per quelli che «detengono la responsabilità dei destini di quella regione», ma chiede anche di non lasciarsi abbattere dalle avversità», anzi di trovare «nuovo impulso per lavorare sempre più uniti» facendo «ogni giorno un gesto di pace e di riconciliazione, per essere testimoni coraggiosi e fedeli di speranza cristiana».  

E poi la preghiera comune per la Siria e l'ultima parte dell'incontro, prima della firma, non a caso intitolato "Call to action", chiamati all'azione, per dire che occorre pregare, accogliere, cercare il dialogo e prendersi cura. 

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