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martedì 25 settembre 2018
 
Unità dei cristiani
 

Ecumenismo: la strategia di Francesco

25/01/2014  Si conclude la Settimana di preghiera per l'unità, un'iniziativa ecumenica internazionale che si celebra ogni anno sul finire di gennaio. Il punto su quanto fatto. E su quanto rimane da fare.

Roma, Vaticano, 20 marzo 2013. Papa Francesco incontra Bartolomeo, il Patriarca ecumenico di Costantinopoli. Foto Reuters/Osservatore Romano
Roma, Vaticano, 20 marzo 2013. Papa Francesco incontra Bartolomeo, il Patriarca ecumenico di Costantinopoli. Foto Reuters/Osservatore Romano

 

Si prega da più di cento anni, una settimana speciale dedicata alla preghiera per l’unità dei cristiani. La settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, diventata per brevità la preghiera per l’ecumenismo, venne inventata da padre Paul Watson, pastore anglicano diventato cattolico, nel 1908, quando ancora la parola ecumenismo non era stata praticamente coniata. La data, tra il 18 e il 25 gennaio, è stata scelta perché è quella che va dalla festa della cattedra di san Pietro a quella della conversione di Paolo. Ogni anno si trova un argomento di riflessione, ma praticamente è sempre lo stesso. Parte dalla domanda: “Cristo può essere diviso?”. La risposta è naturalmente no, ma così non accade e allora occorre pregare perché solo così può accadere che le cose si rimettano a posto.

In Italia la questione della divisione di Cristo e quindi delle dispute sull’unità dei cristiani e del dialogo tra i diverse Chiese cristiane non è molto percepito, come invece accade in altri Paesi cattolici in Europa e nel resto del mondo. E’ un errore perché - oltre alla plurisecolare presenza di comunità riformate, in primo luogo le chiese valdesi che in Piemonte, nelle valli Pellice e Chisone, hanno il loro cuore pulsante - gli ortodossi, per via dell’immigrazione, sono ormai diventati moltissimi. 

Roma, Vaticano, 11 gennaio 2014. Papa Francesco con alcuni esponenti delle chiese orientali. Foto Reuters.
Roma, Vaticano, 11 gennaio 2014. Papa Francesco con alcuni esponenti delle chiese orientali. Foto Reuters.

Questa è la prima settimana ecumenica che celebra Francesco. Ne ha parlato all’udienza mercoledì scorso secondo il suo stile, spiegando che Cristo non può essere diviso, perché Cristo nessuno lo possiede (nemmeno le Chiese) e perché Cristo lo si dà. Quindi ciò che conta non sono le discussioni, ma la testimonianza. E’ un modo per superare l’ecumenismo? Forse, o meglio, per lasciare l’ecumenismo, inteso come scienza e metodo, agli esperti e alle commissioni, in modo che tutti gli altri si occupino del Vangelo. Che è praticamente lo stesso.

Ciò non significa che le divisioni non ci siamo e che il Papa non ne sia avvertito e naturalmente preoccupato.
Le divisioni hanno radici storiche, molto profonde, intrecciate di teologia e di ragioni politiche e geopolitiche e a volte anche economiche, difficili da comprendere fino in fondo e quindi difficilissime da sanare e cancellare pienamente. Bergoglio in questi mesi di pontificato ha ripetuto che ciò che conta è il Vangelo e la testimonianza.

Il gesto “ecumenico” più potente lo ha fatto a marzo dell’anno scorso, praticamente appena eletto, annunciando di voler andare a Gerusalemme e lì, sul Santo Sepolcro, abbracciare Bartolomeo, il patriarca di Costantinopoli, esattamente come aveva fatto 50 anni fa Paolo VI nel corso del pellegrinaggio in Terra Santa con Atenagora.

Roma, Vaticano, 29 settembre 2013. Papa Francesco abbraccia Youhanna X, Patriarca greco ortodosso. Foto Reuters/Tony Gentile.
Roma, Vaticano, 29 settembre 2013. Papa Francesco abbraccia Youhanna X, Patriarca greco ortodosso. Foto Reuters/Tony Gentile.

Quell’abbracciò 50 anni fa portò fulmineamente alla cancellazione delle reciproche scomuniche che duravano da 1054, anno della scisma tra Oriente e Occidente. Cosa potrà portare il pellegrinaggio di Francesco e Bartolomeo? Tra ortodossi e cattolici l’unità non c’è nonostante la cancellazione della scomunica. Manca la condivisione dello stesso calice, che dovrebbe essere cosa diversa dalla piena intesa dottrinale. Appena dopo la fine del Concilio ecumenico Vaticano II, quando soffiava quel vento nuovo, sembrava che si potesse arrivare alla condivisione del calice. Ma poi prevalsero i teologi che sottolinearono la necessità di arrivare prima alla intesa dottrinale.

Il risultato è che tutto è fermo e che i piccoli passi non vengano avvertiti dal popolo di Dio. In questi anni si è fatta avanti l’idea di un ecumenismo di fatto, perché i fedeli non percepiscono più le differenze per esempio in Gran Bretagna, con gli anglicani, per esempio nei Paesi ortodossi tra bizantini di rito cattolico o rito ortodosso. Insomma il Vangelo è lo stesso. Bergoglio punta a questo. Le dispute invece continueranno su questioni dottrinali che sono diventate negli anni anche dispute di potere. Per esempio tutti i cristiani sono d’accordo sul fatto che Roma “presiede nella carità”, ma sui poteri del Papa rimane un dissidio difficile da comporre. Dal Vaticano II si sono fatti passi avanti con diversi accordi: quelli con la Chiesa assira sulla natura di Cristo, l’accordo con i luterani sulla giustificazione. Con gli ortodossi la questione del primato divide. Qualcuno ha provato a introdurre il tema della Chiesa eucaristica, altri quello dell’uno e dei molti. Si discute, ma non si fanno molti passi avanti, perché ognuno è geloso del proprio potere.

Roma, Vaticano, 10 maggio 2013. Papa Francesco scambia doni con Tawadros II, copto ortodosso. Foto ReutersAndreas Solaro
Roma, Vaticano, 10 maggio 2013. Papa Francesco scambia doni con Tawadros II, copto ortodosso. Foto ReutersAndreas Solaro

Lo è Roma e lo sono gli ortodossi, ancorché molto divisi tra loro e incapaci da decenni di arrivare anche solo ad un’ agenda per la convocazione di un Concilio pan-ortodosso. Bergoglio può sparigliare le carte. Lo ha già fatto con l’annuncio dell’abbraccio di Gerusalemme e con la sua insistenza sulla sinodalità e sulla collegialità, miele per orecchie ortodosse. Potrebbe perfino ripristinare il titolo del Papa “patriarca d’Occidente” abolito nel 2006 da Ratzinger, che fece infuriare gli ortodossi. Ripristinarlo vorrebbe dire correggere in senso ecumenico la dottrina del primato.

Roma, vaticano, 20 marzo 2013. Papa Francesco a colloquio con il Metropolita Hilarion, "ministro degli esteri" della Chiesa ortodossa russa. Foto Reuters/Osservatore Romano.
Roma, vaticano, 20 marzo 2013. Papa Francesco a colloquio con il Metropolita Hilarion, "ministro degli esteri" della Chiesa ortodossa russa. Foto Reuters/Osservatore Romano.

Si tratta di tentativi, di approcci per gradi, secondo il metodo di una ricerca mai appagata, l’unico tuttavia in sintonia con in Vangelo, metodo di Francesco, il quale ben sa che i cristiani possiedono solo il Vangelo da donare come testimonianza ad un mondo scombinato. Le discussioni tra i teologi continueranno, così come la produzione di documenti e di “testi di convergenza” per confermare i piccoli passi delle scelte dottrinali.

Ma forse, per via di Francesco, con una consapevolezza maggiore: che al compagno di strada, al fratello nella stessa fede ognuno deve affidare reciprocamente il cuore senza sospetti e senza diffidenze, sbaragliando ossessioni e stratificazioni della storia, non sempre limpide, con un approccio più biblico, meno ecclesiastico e più pastorale anche alla teologia e alle rigidità del diritto.

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