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venerdì 23 ottobre 2020
 
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Enrico Galiano: «Torniamo in classe con fantasia e ingegno»

14/09/2020  Insegnante di lettere delle Medie e scrittore, è ottimista per questo “ritorno a scuola 2020” per cui trova calzante una parola: “convalescenza”. «Siamo a un bivio: o usiamo male il tempo e ci ammaliamo ancora di più; o usiamo senno, saggezza e ascolto e ne usciremo più forti di prima»

Enrico Galiano, 42 anni
Enrico Galiano, 42 anni

Enrico Galiano, insegnante di lettere alle Medie e scrittore, questa mattina ha salutato così sulla sua pagina Facebook l'anno nuovo:

Oggi sarà strano. Tutto.

Sarà strano vedere studenti lasciati a marzo bambini e ora già ragazzi, o uomini e donne.

Sarà strano starci a distanza. Niente abbracci, pacche sulle spalle, coppini a tradimento.

Perché i coppini del primo giorno sono i più belli, si sa.

Sarà strano non stringerci le mani, e stare seduti tutto il tempo.

Sarà strano non poter scroccare la merenda, diritto sacro e inviolabile di ogni studente.

Sarà strano non fare le riunioni fiume in bagno, quando inspiegabilmente uno per classe in sincrono tutti chiedono di andarci alla stessa ora e tutti tornano insieme, circa cinque minuti dopo (se va bene).

Sarà strano non accarezzarvi la testa quando non vi viene un esercizio, non chiedervi in prestito la penna perché la mia la perdo sempre, non passare in mezzo ai banchi.

Sarà strano ripensare a tutto quello che è successo e a quello che ci aspetta.

Ma una cosa no, una cosa sarà sempre la stessa.

L'idea di costruire qualcosa, insieme. Il rumore che si sente anche se non si sente, quello del calcestruzzo che gira, dei mattoni, le voci di chi mette su casa dove prima non c'era.

Per cui diciamoglielo, quando li vediamo, oggi.

Bentornati a casa.

Bentornati a scuola.

Quando lo raggiungiamo al telefono è a scuola: «Per capire la disposizione dei banchi. É tutta una questione di centimetri. Noi riapriamo il 16 settembre, la nostra è una scuola molto antica, in sostanza è come giocare a Sudoku».

Che anno sarà?

«Ci sono due possibilità. O ci impantaniamo subito perché la voglia di fare polemica supera quella di trovare soluzioni. O se saremo uniti e avremo voglia di “trascendere” allora sarà un'opportunità di grande crescita. Perché ogni volta che aumentano le regole è un'opportunità educativa, l'occasione per essere più consapevoli. Perché la limitazione della libertà ha uno scopo: proteggerci e proteggere gli altri. Le giovani generazioni di questi anni, io stesso mi metto tra loro, hanno conosciuto molto meno le regole. Adesso c'è questo ritorno a una scuola più “militare” (uscite contingentate, ricreazione al banco): sarà un modo per crescere».

Lei è ottimista...

«È vero, lo sono. Ho una classe di seconda media che mi aspetta aperta e collaborativa. Ragazzi molto rispettosi delle regole e dell'ambiente (borraccia di ferro, zero plastica, pulizia del giardino già lo scorso anno). Tutte piccole cose che mi dimostrano che possono essere molto meglio dei loro punti di riferimento tra genitori, educatori e insegnanti. Mentre ho incontrato molti, troppi, adulti oppostivi».

Cosa le dispiace di più della situazione?

«Che sia stato un problema strumentalizzato. Un momento di fragilità usato per attaccare la classe insegnante, la ministra, invece che un tempo per costruire».

Come immagina mercoledì?

«Ho recuperato una lavagne in ardesia, la metterò in giardino e da qua a dicembre la lezione la farò all'aperto. Ogni ragazzo porterà la sua sedia. Per sicurezza, ma anche perché sentano che stanno vivendo un tempo diverso. Vorrei che questa pandemia diventasse una svolta anche sulla mia didattica, che le restrizioni che acutizzassero la fantasia. È l'ingegno che si mette in moto quando sei chiuso in una cella: le norme ci costringono per proteggerci gli uni con gli altri, l'ingegno è la didattica che si trasforma. Non vorrei più andare a dispensare nozioni; vorrei leggere e capire. Soprattutto questo perché è un momento in cui le informazioni arrivano in maniera contrastante. Ecco il mio obiettivo: allenare “il muscolo della comprensione del mondo” per non farci travolgere».

Lei che ama le parole e ne ha fatto una professione, che parola regalerebbe a questo inizio di anno?

«Convalescenza: che ci rimanda a qualcosa di non tanto positivo, perché è il periodo dopo la malattia; ma con-valescere vuol dire anche riprendere valore, forza e addirittura acquistare maggiore forza dopo la malattia. Ed è esattamente questo il bivio che abbiamo di fronte: usare male questo tempo e ammalarci ancora di più oppure; oppure usare l'aiuto reciproco, il senno, la saggezza e l'ascolto per acquistare ancora maggior forza rispetto a prima».

 

 

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