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Etiopia, la scommessa dei nuovi agricoltori

08/03/2019  I progetti nel settore idrico e igienico-sanitario promossi dal Vis-Volontariato italiano per lo sviluppo nella regione somala, per far fronte alle gravi piaghe della siccità e della carestia.

(Foto di Yemane Gebremedhin)

Per raggiungere Gogti, nel distretto di Hawara, dalla cittadina di Jijiga ci si inoltra su strade sterrate che solcano distese semidesertiche, tra nubi dense di terra e polvere. Qua e là, compaiono capanne di paglia con il tetto ricoperto di panni, greggi sparse di capre che pascolano tra gli arbusti sparuti. Siamo nella regione somala, Etiopia orientale. Un’ora di volo da Addis Abeba. Qui la popolazione – 5 milioni di abitanti – è prevalentemente somala, al 95% di religione musulmana, ma a Jijiga, il capoluogo, vivono anche tante comunità non somale, come gli oromo, uno dei tasselli del complesso mosaico etnico etiope.

La strada attraversa Gelbob, un villaggio deserto, agglomerato di case abbandonate. «Qui vivevano 800 persone, di etnia somala e oromo. Nell’estate 2018 questa regione è stata teatro di violenti scontri interetnici e fra gli abitanti dei due gruppi si è scatenato un confitto civile. La gente ha abbandonato il villaggio e tanti sono stati accolti in un campo per rifugiati. Ma Gelbob è solo un esempio: tantissimi villaggi della zona sono stati abbandonati». A raccontare è Fuad Alamirew, 45 anni, presidente di Dgmda (Don Gianmaria memorial development association), l’associazione partner locale della Ong italiana Vis nella regione somala e dedicata al salesiano don Gianmaria Premoli che passò più di 15 anni della sua vita a Jijiga.

In questa parte d’Etiopia, spiega Fuad, la convivenza tra etnie non è mai stata un problema. «Prima le risorse venivano condivise. Ma la siccità e la carestia impoveriscono la popolazione, alimentando le tensioni tra i diversi gruppi». Il cambiamento climatico crea conflitti e nuove migrazioni. Oltre il villaggio di Gogti, la catena di montagne all’orizzonte divide questa regione dal Somaliland. Fino a pochi anni fa, raccontano gli anziani del villaggio, le donne, madri e figlie della comunità, si mettevano in marcia in piena notte verso le montagne. Camminavano per venti chilometri per raggiungere il Somaliland e fare rifornimento di acqua. Poi, con le taniche piene sulle spalle, tornavano indietro, al mattino. Un percorso pericolosissimo: molte di loro non rientravano a casa, vittime degli animali selvatici, o degli agguati di delinquenti.

Nella regione somala le popolazioni di pastori hanno sempre dovuto combattere per sopravvivere alla penuria di risorse idriche, alla siccità e alle carestie che mettono a rischio la vita delle persone e degli animali. Una situazione gravemente esasperata dall’inarrestabile cambiamento climatico, che ha reso le precipitazioni, già scarse, ancora più esigue durante le due stagioni piovose, provocando siccità più ricorrenti, perdita della biodiversità e di aree destinate al pascolo, erosione del suolo, inondazioni.

Ilmi Abdi, 65 anni, è arrivato dal villaggio di Bolol. Capovillaggio e sheikh, leader religioso islamico, ha 35 figli: «Tre di loro sono emigrati in Europa. Sono stati recuperati in mezzo al mare dalla Guardia costiera italiana. Per questo ringrazio gli italiani», dice. «Nessuno avrebbe mai immaginato che la nostra vita sarebbe radicalmente cambiata». Abdullahi Ibrahim, 48 anni, due mogli e 12 figli, è capoclan e capovillaggio di Gogti, la figura leader della comunità. Anni fa sembrava che per questa terra non ci fosse speranza. «La prima bottiglia d’acqua potabile che abbiamo ricevuto è stata dal Vis», racconta con gratitudine. «Tutto quello che oggi abbiamo lo dobbiamo alla Ong italiana. Nessuno prima del Vis aveva mai pensato a noi, neppure il Governo».

Il pozzo di Gogti è stato scavato a 6 chilometri dal villaggio: oggi è collegato direttamente alla comunità da un acquedotto costruito sfruttando la pendenza del terreno, in modo gravitazionale, finanziata dall’Aics, l’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo. In questi anni il Vis si è occupato della costruzione e implementazione di pozzi che servono quattro comunità: Gogti, Bolol, Dodoti e Lasanot. In totale il distretto di Harawa conta oggi su nove pozzi, di questi, sette sono stati realizzati dal Vis, due dal Governo locale della regione. In questa zona dell’Etiopia, il Vis - Volontariato internazionale per lo sviluppo ha fatto davvero la differenza nel cambiamento della vita quotidiana di numerose comunità, incidendo in modo integrato su molteplici settori, dalle risorse idriche – alla base di qualunque attività –, allo sviluppo di scuole e il sostegno all’istruzione, fino alla promozione dei diritti e della dignità delle donne e all’implementazione di centri medico-sanitari di qualità per garantire l’assistenza di base. Nel centro medico della cittadina di Dawronaji la Ong ha sostenuto la costruzione di uno speciale reparto per le malattie infettive, in modo particolare per la tubercolosi, molto diffusa. Siccità e carestia hanno un impatto diretto sull’istruzione.

La scuola primaria di Abdiaziz accoglie quasi 400 alunni, da cinque villaggi della zona e dalle comunità più piccole circostanti. «Durante i periodi di grave siccità le popolazioni locali sono costrette a emigrare verso le città principali, come Lefaessa. Così i bambini devono interrompere la scuola», spiega Mesfin Degaga, 34 anni, di Jijiga, project manager del Vis nella regione somala con un master in Psicologia sociale alle spalle. Qui il Vis ha avviato un programma alimentare: di recente è stata iniziata la costruzione di una cucina che permetterà di offrire un pasto quotidiano a tutti gli alunni. Il progetto coinvolge anche la scuola di Dere, dove si impartisce un programma di alfabetizzazione di base (alternative basic education). Nella scuola secondaria di Lefaessa gli oltre 900 studenti sono divisi in quattro classi, ognuna delle quali ospita in media cento alunni, mai meno di 80. Mancano computer, strumenti per i laboratori. «Mantenere gli standard qualitativi è dif’cile, la formazione qui non può competere con quella del resto dell’Etiopia». Altro enorme problema: «L’assenza di servizi igienici per gli alunni a causa della penuria di acqua».

Presente in Etiopia dal 1998, dal 2006 il Vis è impegnato in un programma idrico che garantisce accesso all’acqua potabile per le persone, gli animali e le coltivazioni e sistemi igienico-sanitari efficienti, operando in loco attraverso Dgmda e grazie anche al contributo della Fondazione Elena Trevisanato di Venezia. Da poco tempo il Vis è partito con la seconda fase del progetto Resilience over drought II (Resilienza oltre la siccità), finanziato dall’Aics in tre distretti. L’acqua potabile ha permesso a varie comunità pastorali, come quella del villaggio di Boadley, di costituire le prime cooperative agricole per lo sviluppo di colture adatte alle condizioni del terreno. «Gli abitanti di Gogti», osserva Mesfin, «si stanno trasformando da pastori in agricoltori. L’obiettivo è coltivare prodotti come pomodori, cipolle, angurie destinati non solo al consumo ma alla vendita per ottenere delle entrate immediate».

Nel campo ortofrutticolo creato dalla cooperativa agricola di Gogti stanno crescendo germogli di speranza. Otto ettari di terreno coltivati a mais, cereali, pomodori, frutta come papaya, guaiava, arance, secondo criteri di diversi’cazione e sostenibilità. Una parte del terreno è dedicata a un progetto pilota sul caffè, prodotto d’eccellenza dell’Etiopia. Ecco la resilienza: escogitare nuovi percorsi per adattare la propria vita alle avversità climatiche e ambientali, che non si possono modi’- care. «Il caffè si coltiva sugli altopiani. La sfida è far attecchire le piante anche in un clima e in un terreno non favorevoli». Una scommessa agricola, in questa terra ai margini dell’Africa.

 

Il reportage è stato pubblicato nel numero 8 di "Famiglia cristiana".

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