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lunedì 17 giugno 2019
 
 

Fabrizio Moro: «Canto l'amore per i figli che ho fatto soffrire»

16/05/2019  A tu per tu con l’artista romano dopo l’uscita del nuovo album, come sempre specchio della sua vita. «ho scritto una canzone per il mio bambino, dopo essermi separato dalla madre. so che è una ferita che porterà con sé per sempre, ma cerco di fare del mio meglio per essere comunque un bravo papà»

Fabrizio Moro è seduto su un divanetto nei nuovissimi studi della Rca di Milano. Il contrasto non potrebbe essere più stridente tra l’aria “da duro”, come lui stesso si definisce, suggerita dall’abbigliamento e dai numerosi tatuaggi che esibisce, i sorrisi che lo illuminano all’improvviso quando per esempio ricorda gli anni passati in oratorio («il più bel periodo della mia vita») e la commozione che lo avvolge quando parla di suo figlio Libero, che ha 10 anni: «Nel mio ultimo disco c’è una canzone dedicata a lui, Filo d’erba. L’ho visto soffrire molto dopo la separazione tra me e la sua mamma. La mia coscienza farà i conti con questo per tutto il resto della mia vita».

Un contrasto che si riflette anche nelle sue canzoni, nell’alternanza tra la rabbia e l’indignazione di Pensa e di Non mi avete fatto niente, con cui ha vinto due Sanremo, e la dolcezza di Portami via, presentata sempre al Festival nel 2017 e dedicata alla figlia Anita che ora ha cinque anni. Tanti stati d’animo diversi che si ritrovano pure nel suo decimo album Figli di nessuno. Un elemento però accomuna tutte le sue canzoni: Fabrizio scrive solo di cose che ha vissuto davvero o che lo riguardano da vicino e quindi per entrare nel suo mondo basta chiedergli di approfondire i suoi testi.

Perché hai scelto come singolo Ho bisogno di credere?

«Perché la fede mi ha sempre aiutato. A Roma diciamo “abbi fede” e non ci riferiamo solo a Dio, ma agli altri e a sé stessi. La fede è ciò che mi ha permesso, anche nei momenti di grande difficoltà, di svegliarmi la mattina e pensare che la vita ha un senso».

In Arresto cardiaco canti: «Non aveva torto il prete all’oratorio. Mi diceva che sarei finito in purgatorio. Mettile da parte le tentazioni, veleno per il cuore e per le articolazioni». Chi era quel prete e di quali tentazioni parlava?

«Sono cresciuto a Setteville Nord, un quartiere molto periferico di Roma. Non c’era niente, neanche un bar: solo l’oratorio di don Giancarlo. Con gli amici ci si ritrovava lì e fumavamo qualche sigaretta o ci facevamo qualche birra. Quando lui ci vedeva, ci rimproverava. Ma in realtà, era il più matto di tutti. Avevo messo su un gruppo punk e facevamo le prove in una saletta in oratorio. Quando c’era la festa del quartiere, facevamo un piccolo concertino e ogni tanto don Giancarlo si univa a noi a cantare».

«Figli di sette Peroni fredde alla vigilia di Natale. Di percorsi di recupero per alcolismo adolescenziale». In questa canzone, Figli di nessuno, torni a parlare dei problemi che in passato hai avuto con l’alcol…

«Sì, è una cosa che non ho mai nascosto. Ne sono uscito perché sono un duro, ma c’è una cosa che mi fa davvero paura: la malattia. E io non ho un fisicaccio che regge tutto…».

Torniamo alla canzone che hai scritto per tuo figlio. Ci sono versi molto belli e dolorosi come: «Guardo una foto di te seduto a due anni nel carrello del supermercato. Mentre sorridi ti vedo vecchio e ogni ruga è una ferita che io e tua madre ti abbiamo lasciato»...

«È quello che ho visto una mattina accompagnando Libero a scuola. Ho immaginato le rughe come ferite perché sui nostri figli si riflettono gli errori che facciamo, anche senza rendercene conto. Ho pensato tante volte che potrei essere un buon padre cercando di trasmettere a mio figlio tutta l’esperienza che ho accumulato, cercando di essere il più trasparente possibile. Però ci sono delle lacune che non possiamo colmare, delle sofferenze che non possiamo evitare ai nostri figli, perché alla fine siamo esseri umani».

Sempre nella stessa canzone dici: «Crescere non è facile, ma non devi avere paura». Come fai ad aiutarlo in questo senso?

«Iniziando dalle piccole cose per responsabilizzarlo. Per esempio, un giorno, all’ora della merenda, gli ho detto: “Questi sono i soldi; vai al bar a prenderti la pizzetta da solo. Io ti aspetto fuori”. “Ma come si fa?”, mi ha chiesto tutto impaurito. “Vai, entra e arrangiati: ce la puoi fare”. Io lo guardavo dal vetro mettersi in fila con quella cartella enorme e i 5 euro in mano, lui che non conosce nemmeno bene il valore dei soldi. È entrato, si è guardato un po’ in giro spaesato, ma poi l’ha comprata e all’uscita, mentre mi dava il resto, era tutto orgoglioso».

«Adesso ha 9 anni e va a calcio. Io gli faccio preparare la borsa da solo. Ogni tanto si dimentica qualcosa: le scarpe, l’acqua, l’accappatoio. Quando arriva in campo e se ne accorge, io lo rimprovero dicendogli che deve pensarci lui perché più andrà avanti e più potrà contare solo su sé stesso. Tanti mi dicono che sono troppo severo, però credo che questo mio modo di educarlo possa essere un primo antidoto contro la paura. Perché la vita fa paura soprattutto quando sei piccolo».

Tuo padre con te ha fatto lo stesso?

«Mio padre con me non c’era proprio. Lui è il classico uomo d’altri tempi: un calabrese chiuso, con princìpi immutabili, una persona che ha sempre lavorato tantissimo, che non ha mai fatto mancare niente alla sua famiglia. Però con noi figli non c’è mai stato a livello emotivo. Non era il padre che ti insegnava a metterti gli scarpini per il calcio nella borsa. E anche per poter realizzare i miei sogni ho dovuto lottare contro di lui. Gli dicevo che volevo fare il cantante e lui si infuriava: “Ma quale cantante! Vai a imparare un mestiere, un lavoro vero”. Ora però abbiamo un bellissimo rapporto».

Nel 2007 hai dedicato proprio a lui la vittoria a Sanremo giovani con Pensa, la canzone che invita la gente del Sud a ribellarsi contro le mafie. L’aveva mai ascoltata prima?

«No. Non ho mai fatto sentire una canzone prima di eseguirla in pubblico a parenti o amici: è una cosa intima, che mi imbarazza troppo. Però papà mi ha detto che è stato molto orgoglioso di me per quella canzone. E, da meridionale, ancora di più».

Sei ancora legato alla tua terra d’origine?

«Moltissimo. I miei nonni erano contadini. Si sono trasferiti con mio padre da Vibo Valentia a Roma quando lui aveva 8 anni e io ho passato tutte le estati della mia infanzia lì. Anche se è una terra molto difficile, complicata da vivere e da capire, è una terra bellissima, piena di gente ricca di dignità».

Torniamo al tuo album che si chiude con una canzone, Quando ti stringo forte, romantica e piena di speranza. Perché questa scelta?

«Perché alla fine l’amore salva sempre. A volte passo delle giornate infernali: i viaggi su e giù per l’Italia, la pressione che sento addosso, nonostante ormai è da tanto che faccio questo lavoro. Poi torno a casa e bastano dei gesti molto semplici, come prendere la mano di mia figlia Anita, per sentire una carica di energia che mi ringiovanisce di vent’anni. “Quando ti stringo forte la vita mi sembra bellissima”. È una frase molto semplice, ma credo che sia la cosa più vera che ho detto in tutto il disco».

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