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lunedì 17 dicembre 2018
 
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Focsiv e Coldiretti: a Kylolo la farina sconfigge la povertà

05/05/2018  Siamo andati in Tanzania dove il Cefa di bologna e i francescani lavorano a un progetto che migliora la vita a 1.300 piccoli agricoltori. In pochi anni l’associazione Mawaki è diventata un solido esempio di sviluppo. I contadini riescono a guadagnare di più e c’è maggiore sicurezza alimentare. È una delle 40 realtà sostenute quest’anno dalla campagna “Abbiamo riso per una cosa seria”, l'iniziativa di Focsiv e Coldiretti

Quest’anno siamo andati in Tanzania per parlare di “Abbiamo riso per una cosa seria”, la campagna della Focsiv (la rete del volontariato di matrice cristiana), realizzata in collaborazione con Coldiretti, che avrà il suo momento culminante il 5 e 6 maggio nelle piazze italiane: quel pacco di riso che verrà dato in cambio di un’offerta andrà a sostenere, tra gli altri progetti (e sono ben 40), quello che il Cefa di Bologna sta realizzando nel Paese africano.

 

È solo raccontando di padre Paolo, del cooperante del Cefa Giovanni, dei 1.300 soci dell’Associazione Mawaki, di come un piccolo e povero distretto dell’altopiano tanzaniano trovi in quel progetto una risposta all’insicurezza e all’insufficienza alimentare, che quel riso offerto da Focsiv e Coldiretti assume tutto il suo significato.

Lo stabilimento del progetto del Cefa, Ong della rete Focsiv, a Kylolo, in Tanzania.
Lo stabilimento del progetto del Cefa, Ong della rete Focsiv, a Kylolo, in Tanzania.

Kylolo, quindi, una cittadina a 40 chilometri da Iringa, nell’altopiano della Tanzania. Un tessuto sociale ed economico fatto di piccoli agricoltori e, quando c’è, di allevamento degli animali da cortile. «È raro, qui, trovare famiglie alla fame», spiega Giovanni Spata, responsabile Cefa del progetto, «ma è anche raro trovare un buon livello di alimentazione. Il cibo base è l’ugali, la polenta di mais che la gente mangia tutti i giorni, ma che spesso diventa l’alimento quasi esclusivo perché la povertà impedisce di acquistare carne o verdure. Vale anche per i bambini, che spesso sono malnutriti».

 

Così, nel 2010 il Cefa partecipa a un bando dell’Unione europea e ottiene il finanziamento. E s’avvia il progetto, semplice e ambizioso allo stesso tempo. L’idea è di intervenire sia in ambito agricolo che zootecnico, mettendo in piedi un sistema che consenta di pagare meglio il mais prodotto dagli agricoltori, aumentandone i guadagni, abbassando contemporaneamente il prezzo della farina con la quale si fa l’ugali, in modo da consentire alle famiglie di disporre del denaro per acquistare altri prodotti alimentari.

 

«L’associazione» spiega ancora Spata, «in pochi anni aveva messo insieme 300 soci. Conferivano a noi il mais e noi davamo loro una serie di benefici». Ossia forniva le sementi, il fertilizzante, ma anche il trattore e i mezzi per coltivare. E poi il camion per raggiungere i mercati più lontani, i momenti di formazione, due professionisti (un tecnico agronomo e uno zootecnico) per migliorare la produzione agricola e l’allevamento. «L’idea di fondo», aggiunge, «era ed è di chiudere tutta la filiera, dal sostegno durante la produzione, alla raccolta, fino alla distribuzione e alla vendita. All’inizio abbiamo messo soldi per avviare il sistema, ora è un fondo rotativo, il sistema si finanzia da sé».

Le cose però nel tempo evolvono: il Cefa, lungo la strada, ha realizzato un’altra esperienza cresciuta grazie ai Frati francescani minori rinnovati: l’associazione Mawaki, nata nel 2004 da un manipolo di 13 persone nel villaggio di Pomerini, nei pressi della loro missione. «Anche la nostra è stata una realtà sviluppatasi in fretta», dice padre Paolo Boldrini, in Tanzania dal 1984 e a Kylolo dal 1997. «In breve tempo si sono associate alcune centinaia di contadini, da tutti i villaggi vicini». Le due realtà si sono unite: oggi Mawaki ha 1.300 associati. Incontriamo padre Paolo all’assemblea annuale: una sala affollatissima, partecipano 400 di loro, dibattono sui problemi presenti e le prospettive future. «Il nostro», insiste padre Paolo, «è un lavoro poco appariscente, ma lascia frutto, dà alle famiglie gli strumenti per costruirsi autonomamente il domani. Secondo me incide più del grosso progetto che una volta finito non lascia nulla».

 

«Oggi», gli fa eco Spata, «abbiamo rivendite in sette villaggi e gestiamo direttamente due negozi. A fine stagione avremo lavorato oltre 100 mila chili di mais. E stiamo raggiungendo gli obiettivi: nel mercato di Kylolo la farina di mais prima costava 30 mila scellini al sacco (1 euro ne vale 2.760, ndr), oggi noi la vendiamo a 18 mila. Il prezzo di mercato al chilo è tra i 360 e i 380 scellini. Noi paghiamo il mais ai nostri soci a 450 scellini e, se a fine anno restano margini di guadagno, viene distribuito ai soci».

 

Le prospettive sono rosee. Oltre alle macchine già in uso per decorticare e macinare il mais, da quest’anno Mawaki potrà utilizzare attrezzature che promettono una nuova crescita: un essiccatore, un macchinario per mettere sottovuoto la farina, misuratori per l’umidità e il peso specifico dei chicchi: «Tutto questo», conclude Giovanni, «consentirà di arrivare sul mercato con un paio di mesi d’anticipo e di avere un prodotto che si conserva fino a due anni, con la possibilità di avviare la produzione di farina biologica».

 

Il pacco di riso che giungerà in tante piazze italiane, sabato 5 e domenica 6 maggio, avrà il sapore di tutto questo. Focsiv e Coldiretti possono ben dire di avere tanto riso per una cosa seria.

 

Foto di Stefano Dal Pozzolo/Focsiv

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