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domenica 17 gennaio 2021
 
Terrorismo islamico
 

Foreign fighters, un esercito di combattenti spaventa l'Europa

09/01/2015  Circa 15.000 persone provenienti da 80 Paesi, combattenti jihadisti con passaporto europeo, lasciano le loro case e la loro vita per andare a combattere nel proclamato Stato islamico, nelle file dell'Isis e del Califfo. Per poi tornare a seminare il terrore nel Vecchio Continente. E più di 1.000 combattenti stranieri transitano in Siria ogni mese.

In un'informativa alla Camera sull'attentato di Parigi al settimanale satirico Charlie Hebdo, nel quale hanno perso la vita 12 persone, il ministro degli Interni Angelino Alfano ha dichiarato che dei 53 foreign fighters censiti passati per l'Italia ce ne sono quattro italiani, due dei quali sono Giuliano Delnevo, morto lo scorso anno in Siria e un giovane che si trova attualmente in un altro Paese. Intanto cresce l'allarme in tutta l'Unione Europea per questi "combattenti" jihadisti  che a migliaia - le ultime stime parlando di circa 15.000 persone provenienti da 80 Paesi - lasciano casa loro per andare a combattere in Siria o in Iraq, a fianco dell'Isis. Per poi tornare a seminare il terrore anche in Europa.

Ma chi sono esattamente questi foreign fighters? I cosiddetti "viaggi del jihad", compiuti cioè da militanti “europei” per combattere all’estero tra le fila di milizie che utilizzano metodi terroristici in conflitti non convenzionali, non sono un fenomeno del tutto nuovo. Sulla rivista della Polizia di Stato italiana, per esempio, si legge che già negli Anni ’80 e ’90, e anche lo scorso decennio, i Servizi antiterrorismo di mezza Europa documentarono con le loro indagini l’esistenza di una vasta attività di reclutamento, spesso effettuata negli ambienti che gravitano intorno alle moschee più radicali aperte nel vecchio continente, finalizzata a inviare giovani "mujahedin" verso zone caratterizzate da conflitti interetnici e religiosi.

Claudio Galzerano, direttore 2^ divisione del Servizio centrale antiterrorismo della Dcpp/Ucigos, presidente del Terrorism working group del Consiglio Europeo durante il semestre di Presidenza italiana, scriveva nel marzo di quest'anno: «Dalla regione afgano-pakistana al Nord Africa, dal Caucaso all’Iraq, ovunque in pratica le fazioni islamiche locali avessero impugnato le armi per abbattere le istituzioni sostituendole con emirati islamici fondati sull’applicazione integrale della shari’a (legge islamica), si assistette già allora ad un consistente flusso di aspiranti combattenti provenienti dall’Europa».

Quella che risulta veramente nuova, rispetto all’attuale conflitto siriano, è la dimensione numerica assunta dal fenomeno
. «Polarizzando i mai sopiti istinti ribellisti-jihadisti presenti nella quota più esasperata degli ambienti integralisti islamici europei», spiega ancora Claudio Galzerano, «la Siria ha finito per costituire un ampio canale di sfogo in cui sono confluiti non solo vecchi protagonisti della scena islamista europea – spesso già indagati, processati, condannati ed espulsi per le loro attività terroristiche – ma anche le nuovissime leve della cosiddetta inspire generation. Con questo termine si individua una specifica categoria di militanti, in genere estranei agli ordinari circuiti delle moschee, all’apparenza isolati, talvolta autoctoni, privi di connessioni evidenti con i network terroristici internazionali, la cui adesione incondizionata ad una visione jihadista dell’Islam è conseguenza diretta della propaganda radicale diffusa in Rete grazie a magazine esclusivamente online come Inspire«.

«Attraverso questa rivista web ispirata all'ideologia della jihad, pensatori radicali del calibro di Anwar al-Awlaqi – il cittadino americano di origine yemenita ucciso in Yemen da un drone statunitense nel settembre 2012 – sono riusciti nell’intento di inoculare in tanti giovani musulmani residenti in Occidente rapidi processi di radicalizzazione, trasformandoli in veri e propri mujahedin internauti e aprendo di fatto loro la strada verso scenari di conflitto, come quello siriano, dove vanno ad ingrossare le fila dei gruppi qaedisti Jabhat al-Nusra e Stato islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL)».

Un rapporto di Europol sul terrorismo del 2013 evidenzia come importanti operazioni di polizia connesse alla partenza o al ritorno di militanti islamisti dal quadrante siriano siano state condotte soprattutto in Belgio, Francia, Olanda e Regno Unito, Paesi dove il fenomeno dei foreign fighters è da tempo molto avvertito e preoccupante. Fenomeno che, come in altre nazioni dell'Europa meridionale, ha per il momento assunto in Italia dimensioni numericamente piuttosto modeste. Scrive ancora uno dei direttori del Servizio centrale antiterrorismo: «Al netto della dozzina o poco più di militanti nazionalisti siriani oppositori del regime di Assad tornati in patria per unirsi al Free Syrian Army, la presenza sul fronte siriano di jihadisti partiti, transitati o comunque, a vario titolo, collegati all’Italia è da stimarsi intorno a poche unità. Con l’eccezione della drammatica vicenda del ventiquattrenne genovese Giuliano Delnevo, convertitosi all’Islam col nome di Ibrahim, rimasto ucciso nei pressi di Aleppo, in Siria, all’inizio del maggio 2013 in uno scontro che vedeva impegnata la milizia a guida cecena in cui il giovane militava, si tratta per lo più di stranieri che risiedono o hanno risieduto nel nostro Paese, alcuni dei quali già emersi in precedenti attività di settore. Allo stato, le indagini non hanno confermato la presenza di filiere stabili attive nel nostro Paese nell’instradamento di estremisti verso la Siria. E Giuliano Delnevo è proprio uno dei quattro italiani, di cui ha parlato il ministro Angelino Alfano in Parlamento a proposito dei 53 foreign fighters censiti e passati per l'Italia.

 Secondo il quotidiano Washington Post, più di 1.000 combattenti stranieri transitano in Siria ogni mese, un tasso che non è stato sinora ridotto neppure dal raid aerei contro lo Stato islamico e dagli sforzi da parte di altri Paesi per arginare il flusso di partenze. In pratica, l'entità della migrazione in atto da parte dei cosiddetti foreign fighters  suggerisce che la campagna aerea guidata dagli Usa non ha scoraggiato per nulla i militanti nell'intenzione di recarsi nella regione.  «Il flusso di combattenti che si fanno strada verso la Siria rimane costante, in modo che il numero complessivo continua a crescere», ha detto un funzionario dell'intelligence statunitense. La linea di tendenza consolidata dallo scorso anno registra che il numero totale di combattenti stranieri in Siria ai avvicina ai 16.000, e il ritmo eclissa quello di qualsiasi conflitto paragonabile negli ultimi decenni, tra cui la guerra del 1980 in Afghanistan. Funzionari degli Stati Uniti attribuiscono a questi flussi una serie di fattori, tra cui le sofisticate campagne di reclutamento orchestrate da gruppi in Siria, come lo Stato islamico e la relativa facilità con la quale i militanti del Medio Oriente, Nord Africa e l'Europa possono farsi strada verso quel Paese. 

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