logo san paolo
domenica 22 luglio 2018
 
Ecumenismo
 
Credere

Francesco a Ginevra: «I cristiani parlino una sola lingua: il Padre nostro»

28/06/2018  L’ha detto il Papa al Consiglio ecumenico delle Chiese. «Insieme dobbiamo ascoltare il grido dei poveri e dei deboli, che sono sempre più emarginati»

Tante forme diverse, tante voci differenti, per riconoscersi in Cristo e nel Vangelo. Eppure Ginevra porta i segni di un passato ecclesiale turbolento. La cattedrale, dedicata a San Pietro, conobbe le lotte tra papi e antipapi, finché non divenne nel XVI secolo tempio protestante. Giovanni Calvino ne fece il suo pulpito e allargò da qui l’influenza della Riforma. Adesso si guarda a quell’epoca senza i sospetti e l’astio che hanno pesato per lunghi secoli sull’unità tra i cristiani.

Proprio l’unità è stata la password del viaggio ginevrino del Papa. A differenza di quanto fecero Paolo VI nel 1969 e Giovanni Paolo II nel 1984, Francesco ha concentrato la visita tutta in ambito ecclesiale. Non è stata, però, una scelta di chiusura: Bergoglio è convinto che senza la testimonianza dell’unità i cristiani non possono contribuire a pacificare il mondo, dilaniato da tante divisioni.

L’ECUMENISMO DELLA CARITÀ

Il Consiglio ecumenico delle Chiese ha ormai settant’anni di vita. Il Papa ha voluto essere presente per celebrare l’anniversario dell’organizzazione, che conta quasi trecentocinquanta Chiese come membri. Roma ancora vi prende parte solo da osservatrice, ma Francesco preferisce sorvolare sugli ostacoli teologici e concentrarsi sull’ecumenismo di fatto. Quello del sangue, alimentato dalla testimonianza di tanti cristiani perseguitati, i cui carnefici non distinguono tra cattolici, ortodossi o riformati. E quello della carità: con cristiani di differenti confessioni alleati per il riscatto degli ultimi.

A Ginevra si possono trovare dei begli esempi, come il centro di distribuzione di scarpe e indumenti gestito insieme dalla Caritas e dal volontariato protestante. La coordinatrice Typhaine Guihard ci mostra il pannello all’entrata, in cui c’è scritto che tutti qui sono i benvenuti, senza distinzione alcuna. Delle mamme col chador, il velo islamico, cercano nelle scatole degli abiti per loro e per i propri figli, che intanto giocano in un angolo del capannone attrezzato per intrattenere i più piccoli. 

UNITI PER AIUTARE CHI SOFFRE

  

Francesco nell’incontro ecumenico, tenutosi nella Visser’t Hooft Hall del Consiglio delle Chiese, è stato categorico: no al disinteresse o, peggio, alle chiusure egoistiche. Bisogna farsi interpellare dal pianto dei sofferenti, e «c’è da inquietarsi quando alcuni cristiani si mostrano indifferenti nei confronti di chi è disagiato». Il Papa non ha fatto riferimenti espliciti al dramma dei migranti – al centro del dibattito internazionale –, ma ne ha parlato coi giornalisti sul volo di ritorno e durante la Messa si è pregato anche per loro. Negli enormi padiglioni del Palaexpo erano presenti circa 40 mila fedeli cattolici, giunti anche da Francia e Italia. Francesco ha insistito: i cristiani devono parlare con una sola lingua, quella del Padre nostro. Un idioma che non conosce l’io e il mio, ma soltanto il noi della solidarietà.

TROPPA IPOCRISIA

Solidarietà, altra parola chiave, che fa rima con unità. Ginevra è sede del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni unite e dell’Agenzia per i rifugiati, da cui gli Stati Uniti di Trump si sono ritirati. Troppa ipocrisia, è l’accusa. Ipocrisia è lo stesso termine che abbiamo sentito adoperare da Yann Perrin, uno dei responsabili del Centre de la Roseraie, dove transitano ogni giorno un centinaio di immigrati in cerca di aiuto e protezione. Siamo arrivati qui seguendo la loro scia quasi impalpabile. Ci ha spiegato sconsolato Yann: «La Svizzera esamina le loro pratiche e poi li rimanda ai Paesi di prima accoglienza, a cominciare dall’Italia, lavandosene le mani».

Se si passeggia in una giornata di sole sul Lungolago, davanti al famoso getto d’acqua, si ha l’immagine di un Paese felice, dove tutto è perfettamente in ordine. «Non è così», ci avverte Sabbel Ceesay, un’altra operatrice umanitaria. «Anche a Ginevra, in apparenza una delle città più ricche al mondo, ci sono molti precari e tanta gente che non sa come sbarcare il lunario».

OLTRE GLI IDEOLOGISMI

  

Tornano in mente le frasi pronunciate dal Papa davanti all’assise ecumenica: «La credibilità del Vangelo è messa alla prova dal modo in cui i cristiani rispondono al grido di quanti, in ogni angolo della terra, sono ingiustamente vittime del tragico aumento di un’esclusione che, generando povertà, fomenta i conflitti». Da Francesco una constatazione amara: «I deboli sono sempre più emarginati, senza pane, lavoro e futuro, mentre i ricchi sono sempre di meno e sempre più ricchi». Di fronte a tutto ciò, è inutile restare fermi a certe classificazioni: conservatori e progressisti, di destra o di sinistra. Aldilà degli ideologismi, si tratta di scegliere in nome del Vangelo il fratello anziché sé stessi, sebbene ciò spesso appaia un lavoro in perdita.

Di nuovo emerge il richiamo propedeutico all’unità. Ecco perché il primo atto del viaggio è stato la preghiera comune, nella cappella del Centro ecumenico, davanti alla Croce della Riconciliazione, costruita con frammenti di bombe della Seconda guerra mondiale, e all’altra coloratissima Croce di Lund, realizzata da un artista salvadoregno per commemorare l’incontro cattolico-luterano svoltosi nella cittadina svedese alla presenza di papa Francesco il 31 ottobre 2016 per il cinquecentenario della Riforma protestante. Ha detto il Papa: «Camminare insieme per noi cristiani non è una strategia, ma un atto di obbedienza nei riguardi del Signore e di amore nei confronti del mondo».

Non ci sono alternative all’unità, insomma: la strada contraria, quella della divisione, porta a guerre e distruzioni, e a pagarne le conseguenze sono soprattutto i più deboli.

Multimedia
Le immagini della Messa del Papa a Ginevra
Correlati
I vostri commenti
0
scrivi
 
 
Pubblicità
Edicola San Paolo