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domenica 17 novembre 2019
 
 

Il dramma delle "bambine mai nate"

03/04/2012  Sono quasi 100 milioni nel mondo le femmine che non hanno mai visto la luce a causa di pratiche infanticide e di aborti selettivi. La loro unica colpa: essere nate del sesso sbagliato.

Una famiglia indiana (foto e foto copertina Corbis).
Una famiglia indiana (foto e foto copertina Corbis).

Prima degli anni Ottanta, alle bambine indiane veniva riempita la bocca di riso per soffocarle, o venivano ammazzate con grosse dosi di oppio. Oppure, più semplicemente, abbandonate e lasciate morire di fame. Poi è arrivata la tecnologia. Ovvero, l'ecografia. E lo “sterminio” è diventato più semplice ed efficace. Oggi in alcuni villaggi della regione indiana del Punjab, dove manca ancora l'acqua potabile e trovare un'aspirina è impresa quasi impossibile, si possono fare diagnosi ecografiche per scoprire se è un maschio o una femmina. Se il fiocco è rosa, l'epilogo spesso è scontato, soprattutto quando si tratta del secondo o del terzo figlio. «L'aborto», scrive la biologa e giornalista scientifica Anna Meldolesi in Mai nate. Perché il mondo ha perso 100 milioni di donne (Mondadori, pp. 208, € 16), «è ormai diventato il nuovo potente motore del genericidio».

Meldolesi non cade, per fortuna, nella trappola delle polemiche ideologiche tra difensori e detrattori della legge 194 che dal 1978 regola in Italia l’interruzione di gravidanza. Il suo studio è asettico, resta attaccato ai numeri e alla ratio stringente dei fatti. Che dicono che lo sterminio delle bambine è diventato ormai un fenomeno globale. Dalla Cina, dove un’ideologia terribile i figli li vuole unici, maschi e perfettamente sani, all'India, dove la pubblicità martellante degli esami prenatali avverte che “cinquemila rupie oggi ti permettono di risparmiarne cinquantamila domani”, il problema è dilagato in molti Paesi del Sudest asiatico. Poi, attraverso i flussi migratori, ha attecchito anche in Occidente, Italia compresa. Dall’ex Jugoslavia e l’Albania fino ai paesi dove ci sono forti flussi migratori come Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna e Norvegia. Facilitate dall’assistenza medica offerta dai paesi dove si sono recate, le immigrate continuano a praticare l’antica selezione sessuale in uso nei Paesi d'origine.

In Cina e India il rapporto numerico tra i due sessi ha iniziato ad impennarsi a favore di quello maschile (foto Corbis).
In Cina e India il rapporto numerico tra i due sessi ha iniziato ad impennarsi a favore di quello maschile (foto Corbis).

La sex ratio, il rapporto numerico tra i due sessi, in natura è di 105 neonati maschi ogni 100 femmine, con leggere oscillazioni, che la scienza non è ancora riuscita a spiegare, legate a diversi fattori, dalla dieta materna all’etnia o allo status dei genitori. Quando si interviene artificialmente, attraverso l’aborto, il rapporto numerico s’impenna a favore dei maschi fino a raggiungere uno sbilanciamento ancora maggiore per i secondogeniti e i terzogeniti.
Negli anni Ottanta, in Cina e India il rapporto numerico tra i due sessi ha iniziato ad impennarsi a favore di quello maschile. Invece di 105 maschi ogni cento bimbe femmine, hanno cominciato a nascerne 108, 110, 115, 120. Nel 1990 fu il guru liberal Amartya Sen, premio Nobel per l’Economia, a lanciare l’allarme sulla New York Review of Books: «Almeno 100 milioni di bambine sono state cancellate in seguito a infanticidi o aborti selettivi di feti femmine». Quindici anni dopo Sen ha aggiunto: «L’aborto selettivo è l’ultima delle discriminazioni. Una discriminazione “high-tech”».

In sostanza, per il primo figlio ci si affida al caso, ma se il maschio non arriva al primo tentativo, si cerca di fare in modo di avere il genere desiderato uccidendo quello indesiderato. In Cina, ad esempio, la sex ratio era di 108 maschi contro 100 femmine fra il 1985 e il 1989, è salita a 124 tra il 2000 e il 2004, per scendere a 119 nel 2005. Oggi all’appello mancano 40,9 milioni di bambine in Cina, 39,1 in India, 4,9 in Pakistan, 2,7 in Bangladesh, 5,5 milioni nell’Africa sub-sahariana e 1,3 in Egitto. In Occidente, a preoccupare i demografi è la regione del Caucaso che dopo il crollo dell’Unione Sovietica ha conosciuto un aumento notevole della sex ratio. In Armenia è di 114, in Azerbaijan ha superato quota 116 e la Georgia, caratterizzata da numerose oscillazioni, si attesta su 111.

L'inchiesta sugli aborti selettivi in Inghilterra pubblicata sul quotidiano "Daily Telegraph".
L'inchiesta sugli aborti selettivi in Inghilterra pubblicata sul quotidiano "Daily Telegraph".

L’ultimo scandalo arriva dall’Inghilterra dove l’aborto selettivo su base sessuale è illegale. Un’inchiesta del Daily Telegraph (http://www.telegraph.co.uk/health/healthnews/9104994/Sex-selection-abortions-are-widespread.html), però, ha dimostrato che è una pratica presente e ben radicata. Un giornalista in incognito e munito di telecamera nascosta ha accompagnato una donna incinta in nove cliniche britanniche. In tre casi, i medici si sono detti disponibili a far abortire la giovane ragazza perché semplicemente il figlio non era del sesso desiderato.«È un infanticidio femminile», ha spiegato candidamente il dottor Raj Mohan della Calthorpe Clinic di Birmingham, «bisogna trovare un'altra ragione. Scrivo che lei è troppo giovane per tenere un bambino. E comunque l'infanticidio femminile è una pratica comune nel terzo mondo».

Dello stesso tenore la reazione di Prabha Silvaraman, che lavora per alcune cliniche private e per il Pall Mall Medical Center: «Non faccio domande. Se lei vuole interrompere la gravidanza, la interrompiamo», è stata la sua risposta. Il centro, in seguito, ha dichiarato di aver interrotto i contatti con la ginecologa. Ma proprio la legge è ricca di sfumature. La selezione del sesso, per esempio, è già permessa in Gran Bretagna anche se in condizioni molto precise come nel caso in cui ci sia il rischio di una grave malattia ereditaria. In Inghilterra, Galles e Scozia l’aborto è consentito fino alla ventiquattresima settimana di gestazione. Dopo, è consentito in rarissimi casi: uno di questi è la grave disabilità riscontrata nel feto.

Inoltre, due medici devono dare l’approvazione a un aborto, ma in caso di emergenza ne basta solo uno. «Non c'è da stupirsi», ha dichiarato commentando questo caso Anthony Ozimic della Società per la protezione del bambino non nato, «l'indagine conferma che l'eugenetica è una realtà nella moderna medicina britannica e che alcuni innocenti esseri umani sono considerati sconvenienti. La selezione sessuale dei feti è l'inevitabile conseguenza di un accesso troppo facile all'aborto».

Anna Meldolesi
Anna Meldolesi

Sarebbe un errore pensare che il libro di Anna Meldolesi si limiti a una denuncia, sia pure molto dettagliata, del fenomeno degli aborti sesso specifici. L’autrice approfondisce molto bene dal punto di vista biologico, tecnico e anche culturale le cause del genericidio evidenziando, numeri alla mano, perché una strage di dimensioni colossali come questi fatichi a trovare spazio sui media, nelle agende degli organismi internazionali come l’Onu e nei centri di ricerca.
Poi però ad un certo punto Meldolesi, che pure, da laica, si dichiara favorevole all’aborto, lancia un sasso nello stagno: «Per chi condanna sempre e comunque l’interruzione di gravidanza», scrive, «è facile prendere una posizione forte e inequivocabile contro gli aborti per la selezione del sesso. Ma per chi si riconosce in uno schema pro-choice o di riduzione del danno affrontare a viso aperto questo fenomeno significa aprire un vaso di Pandora di perplessità e contraddizioni».

Forse non è un caso, quindi, il silenzio delle femministe nostrane, a partire dal movimento Se non ora Quando…
«No, non è un caso. Credo che su questo tema ci sia scarsa informazione e anche, diciamolo pure, un certo imbarazzo. Il genericidio è un dramma che non può essere lasciato solo al movimento anti abortista ma deve coinvolgere tutte le femministe. Impedire a una donna di nascere in quanto donna è qualcosa che offende profondamente la dignità umana di ciascuno di noi. Il fatto che lo facciano donne che non sono ignoranti né emarginate è un duro colpo alle argomentazioni pro-choice».

Come lo spiega questo silenzio?
«Con la paura che, parlando di questo fenomeno, si possano rimettere in discussione le norme sull’aborto e, più in generale, i diritti riproduttivi delle donne che in Occidente, non solo in Italia, sono ormai considerati conquiste di civiltà indiscutibili. Alla luce di quanto accade, però, bisogna cominciare a domandarsi se sia sempre lecito abortire per qualunque ragione».

Quali sono le cause principali del genericidio?
«Il problema è ampiamente diffuso in quei Paesi dove esistono strutture familiari rigidamente patriarcali e patrilineari, dove i beni passano in eredità dai padri ai figli maschi mentre le femmine, sposandosi, lasciano il clan familiare per andare a lavorare altrove. Da questo punto di vista sono considerate un peso, una risorsa a perdere. A questo si devono aggiungere alcune credenze religiose legate al culto dei morti, in base alle quali si pensa che il figlio maschio sia in grado di “aiutare” nell’aldilà l’anima del padre defunto. Infine, in Cina, ma anche in molte repubbliche ex sovietiche gli aborti sesso specifici sono parte integrante delle politiche di pianificazione familiare imposte dallo Stato».

La tecnologia che ruolo gioca?
«È fondamentale perché, tramite la diagnosi prenatale, permette di praticare la selezione sessuale con maggiore facilità rispetto al passato. Possiamo dire che l’arrivo dell’ecografia e dell’amniocentesi ha determinato il genericidio, innescando un vero e proprio terremoto demografico».

La situazione italiana com’è?
«I numeri dicono che il fenomeno è già in atto, soprattutto nelle comunità cinese, indiana e albanese. Quello che non sappiamo con precisione sono le modalità con cui avviene. Non esistono, infatti, dati sugli aborti fatti clandestinamente dalle donne straniere che vivono da noi. Si sa, ad esempio, che le immigrate fanno ricorso al Cycotec, una pillola antiulcera usata a scopo abortivo con gravi rischi per la salute delle donne che spesso ricorrono a dosaggi eccessivi per accelerare l’espulsione del feto. Ogni tanto la cronaca porta a galla casi di cliniche clandestine come quella gestita da una donna cinese e scoperta dalla polizia di Rovigo nel marzo 2010».

Quali sono i possibili rimedi?
«Anzitutto bisogna raccogliere a livello nazionale tutti i dati sul comportamento riproduttivo delle immigrate per avere un quadro più chiaro, come ci ha chiesto anche il Consiglio d’Europa con una risoluzione del 3 ottobre 2011. A livello regolatorio, invece, una soluzione utile potrebbe essere quella di vietare per legge che venga rivelato il sesso del nascituro. In Norvegia, ad esempio, non si può fare prima della dodicesima settimana».

Basta questo?
«No, bisogna parlarne di più, creare un movimento d’opinione che porti ad una maggiore e più diffusa consapevolezza. E soprattutto, è fondamentale coinvolgere le comunità di immigrati in campagne di sensibilizzazione. L’integrazione non può prescindere dal rispetto dei diritti umani a cominciare da quello di poter nascere».

Antonio Sanfrancesco

Nonostante siano ancora scarsi e troppo frammentari, i dati a disposizione degli studiosi dicono che nella guerra globale contro le bambine c’è anche un fronte italiano. Meldolesi, prendendo come riferimento i dati Istat degli ultimi quattro anni, ha scoperto che nella comunità albanese, che conta circa 490 mila persone, il rapporto delle nascite è di 111 maschi ogni 100 femmine.

In quella cinese, sono venuti alla luce 109 maschi ogni cento femmine. Una percentuale superiore al “limite” naturale di 105. Se però si considerano solo le nascite dei terzogeniti e dei figli successivi il divario sale a 119. Ancor più agghiaccianti i dati della comunità indiana in Italia: qui la media è di 116 maschi ogni 100 femmine. Ma si schizza fino a 137 se consideriamo le nascite dal terzogenito in poi.

Lo schema che sta dietro a questo trend è chiaro: per il primo figlio ci si affida al caso, ma se il maschio non arriva al primo tentativo, si cerca di fare in modo di avere il genere desiderato uccidendo quello indesiderato nelle gravidanze successive. «Avere dati più precisi e un monitoraggio costante sul comportamento riproduttivo delle immigrate aiuterebbe a inquadrare meglio il fenomeno», spiega Meldolesi, «per poi cercare di contrastarlo attraverso leggi e controlli ad hoc».

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