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Natale di speranza
 
Credere

Gesù nasce ancora a Betlemme

19/12/2019  Suor Lucia Corradin (qui sopra nella foto) da 17 anni accompagna i piccoli malati nell'unico ospedale pediatrico della Cisgiordania, una «grotta vivente» a pochi metri dal luogo dove la tradizione colloca la nascita di Gesù

Il Caritas Baby Hospital di Betlemme, in Palestina. Si tratta dell'unico ospedale pediatrico presente in Cisgiordania e nella striscia di Gaza. La struttura si trova vicino al muro di separazione con Israele
Il Caritas Baby Hospital di Betlemme, in Palestina. Si tratta dell'unico ospedale pediatrico presente in Cisgiordania e nella striscia di Gaza. La struttura si trova vicino al muro di separazione con Israele

È lì, a ridosso del muro che separa Israele dai Territori palestinesi, a una manciata di metri dal luogo in cui Gesù nacque da una giovane mamma in viaggio, stanca e in cerca di ospitalità, accompagnata da un uomo carico di un fardello inimmaginabile.

È lì, al Caritas Baby Hospital, l’ospedale dei bambini, che suor Lucia Corradin, da 17 anni, si fa madre, sorella, samaritana. Lì, dove il Bambino Gesù non è una statuetta dinanzi alla quale commuoversi ma un piccolo ammalato, che pone la domanda più straziante, quella del perché della sofferenza e della morte di un bambino.

Il sorriso di suor Lucia è trascinante come la vitalità e la carica che trasmette. Veneta, dopo anni di “resistenza”, ha abbracciato la vita religiosa a 26 anni ed è diventata suora, nella congregazione delle Francescane Elisabettine, nel 1998. Il 24 ottobre del 2002 è sbarcata in Palestina, per sostituire una consorella responsabile del reparto dei prematuri. Infermiera, dopo un’esperienza con i malati di Aids, è passata a occuparsi dei più piccoli. L’avventura in Terra Santa è continuata e oggi suor Lucia è responsabile della qualità in questa struttura, che è l’unico ospedale pediatrico di Palestina.

Qual è stato l’inizio della sua avventura a Betlemme?

«Ero ancora suora dai voti temporanei. La situazione qui non era tranquilla. Era passato qualche mese dall’assedio alla Basilica della Natività e trovai le strade distrutte. Non sempre era possibile andare a Messa a Betlemme, a volte c’era il coprifuoco. Ho avvertito sulla mia pelle che cosa significa vedere la propria casa in macerie, la ricerca delle persone sospette, che avveniva di notte. Insomma, l’inizio di questa avventura è stata una bella palestra. Tenendo conto anche della responsabilità che avevo, in un contesto culturale completamente diverso dal mio, a partire dalla lingua».

Essere religiosa a Betlemme che cosa significa?

«Ero contenta di venire in Terra Santa. Un po’ in apprensione, sapendo della situazione instabile dal punto di vista politico e sociale: mi domandavo se ce l’avrei fatta. Il noviziato l’ho vissuto più qui che in Italia, nel primo anno di permanenza, a causa di questa instabilità. Incontrare la morte, sin dall’inizio, non nego sia stato traumatico. Bimbi morti in modo assurdo, perché potevano essere salvati ma c’erano i check point, la resistenza nei confronti delle ambulanze, che erano viste con sospetto e che spesso venivano trattenute per ore. Non c’era nessuna attenzione per la persona malata. Vedere queste cose è stata un’esperienza che ha inciso sulla mia vita. Non sei tu a salvare il mondo, ma sei chiamata ad accogliere le contraddizioni dell’esistenza, tua e degli altri, con questa disponibilità a prenderti cura della vita. E se il bambino arrivava morto, chi era da aiutare, da consolare, era la mamma, erano i familiari. Ho sentito l’invito a farmi voce e ho sperimentato che c’è un linguaggio non verbale che può fare molto bene».

Stando a Betlemme, qual è il seme di speranza che vede presente?

«Calpestare questa terra e sapere che siamo a Betlemme, dove tutto è avvenuto, è un invito a saper guardare oltre, a percepire quella vita che è presente nella nostra, perché lo Spirito Santo abita in noi. La parola che afferma che Dio si è fatto uomo per te, per me, per ogni uomo, è il motore, la spinta per vedere oltre. Questi semi di Dio, dell’incarnazione, sono presenti. E io ho la fortuna di sperimentarlo ogni giorno, perché vedo ogni giorno i bambini che, con tutte le loro grida, le loro lacrime, il bisogno di attenzione, me lo mostrano, mi dicono che Gesù si è fatto bambino per essere coccolato, accolto, ospitato nella nostra esistenza. Non ho bisogno di andare a visitare i luoghi, perché li ho già in casa. La realtà in cui opero è una “grotta vivente”. Calpestando questa terra, il Natale romantico non esiste, non è reale. Perché Gesù è venuto a farsi solidale con chi non è ospitato, non ha casa, è fragile, vulnerabile, con chi non è riconosciuto dalla famiglia, dalla società, dal mondo, e questi esclusi li abbiamo ancora oggi. La speranza è non lasciarsi mordere, calpestare, sottomettere da queste situazioni di ingiustizia, contraddizione, difficoltà. Tutto quello che ci viene offerto è un’opportunità per crescere. Allargare le asticelle della tenda, farsi grembo dell’umanità: è un’immagine che, anche come suora, mi appartiene».

Qual è l’augurio di buon Natale che giunge da Betlemme?

«In questi 17 anni ho appreso che si può imparare a partorire qualcuno alla vita. Accade ogni volta che incontri situazioni di fragilità, come dinnanzi a un prematuro, che non sai se ce la farà e poi torna, dopo anni, a ringraziarti. Ma c’è anche un partorire alla morte per una vita nuova. Non ho accettato, per molti anni, il fatto che un bambino debba soffrire e morire. La domanda resta aperta, ma l’ho resa più “distante”, grazie alla provocazione di un bambino che mi ha detto: “Se la morte fa parte del ciclo naturale della vita, dimostrami che quello che mi sta succedendo è qualcosa di naturale, e se è qualcosa di naturale, è qualcosa di bello”. Quindi, aiutare a far pace col pensiero che la morte è un appuntamento che non ha età. C’è bisogno che questo appuntamento sia accolto. Ho imparato dai bambini che è come se mi dicessero: “Lasciami andare”. È una contraddizione, perché io sto bene, ma ho imparato dai piccoli che mi chiedono di star loro accanto, vivendo l’esperienza di quelle ore, di quei giorni, nella misura più serena, più pacifica, possibile. Il mio augurio di Natale è di “partorire” continuamente: dai la vita, la lasci libera, non la trattieni, fai la tua parte e la custodisci nel cuore e nella mente».

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