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domenica 19 gennaio 2020
 
 

Gianrico Carofiglio: la riforma di una sentenza è naturale

05/06/2013 

Gianrico Carofiglio ha spesso fatto del processo l’oggetto dei suoi legal thriller, se così possiamo chiamarli, all’italiana, soprattutto nella saga che ha per protagonista l’avvocato Guerrieri. L’ha fatto potendo contare, cosa normalmente preclusa ai suoi colleghi scrittori, sulla conoscenza profonda dei tribunali e dei loro meccanismi, perché nella vita ha fatto a lungo il magistrato. Per questo abbiamo pensato che fosse la persona più adatta ad aiutarci a capire che relazione c’è tra il processo vero e il racconto che se ne fa.

Dottor Carofiglio, partiamo da qui: che relazione c'è tra il processo e il racconto del processo?
«Se la domanda mira a individuare i possibili condizionamenti sui processi del racconto che se ne fa sui mezzi di informazione, direi: poco o niente. Il processo penale interpretato da professionisti è un meccanismo che dev’essere capace, e tendenzialmente lo è, di mantenersi immune dalle chiacchiere dei cosiddetti processi paralleli».

L’opinione pubblica accoglie con meraviglia le sentenze che si ribaltano nei diversi gradi di giudizio. Siamo nel campo della fisiologia o della patologia del processo?
«Se non fosse prevista in astratto, a salvaguardia dell’ inevitabile imperfezione dei giudizi la possibilità di riformare o di annullare le sentenze, ci sarebbe un solo grado giudizio con sentenze  immediatamente esecutive. Il risultato sarebbe l’incremento il margine di errore. I diversi gradi di giudizio esistono proprio perché si vuol ridurre al minimo il rischio di errori e la riforma di una sentenza è un fatto del tutto naturale. Lo sconcerto della pubblica opinione dipende molto da strumentalizzazioni o da informazione disattenta e superficiale.».  

L’uomo della strada però davanti a una sentenza rovesciata in appello continua a chiedersi: chi ha sbagliato e perché?
«Se vuole davvero questa risposta, anche l’uomo della strada deve fare qualcosa di più impegnativo che guardare certi programmi televisivi. Deve informarsi davvero, magari leggere le sentenze (o delle loro sintesi affidabili), che emesse nel nome del popolo italiano sono sempre motivate, a differenza di quanto accade nel processo anglosassone. Per criticare bisogna sapere, per sapere non basta ascoltare trasmissioni televisive in cui si mette in scena  una parodia del processo. Se non altro perché il processo è una cosa molto seria che ha a che fare con la sofferenza di tante persone, vittime e imputati e che per questo non andrebbe ridicolizzata».

E’ possibile che la pressione mediatica complichi la serenità del processo vero, soprattutto nei casi in cui intervengono giudici popolari?
«Danneggiare la serenità di chi giudica non è mai una buona cosa, ciò detto l’interferenza del chicchiariccio sul processo è più apparente che reale. Parlo del chiacchiericcio volutamente, perché invece ci sono casi in cui serie opere di denuncia, di lettura critica fatta in maniera seria e civile, hanno permesso di portare alla luce – e riparare - gravi ingiustizie. Si pensi alla straordinaria denuncia di Emile Zola  - J’accuse, si intitolava la sua famosa lettera al presidente della Repubblica francese -  del caso Dreyfus».

Sui giornali e in Tv si parla spesso di “prova scientifica” come se fosse una soluzione taumaturgica, è una distorsione?
«Direi di sì. Assistiamo a una sorta di mitizzazione della scienza, ma la prova scientifica è un elemento che va valutato, come tutti gli altri. Non è certo la soluzione magica a ogni problema dell’indagine e del processo. Me lo lasci ripetere: la prova scientifica va valutata, esattamente come le prove tradizionali. Provo a spiegarlo con un esempio: se io trovo un’impronta digitale sul luogo di un furto ho la certezza pressoché assoluta che la persona cui quell’impronta corrisponde sia stata lì. Da questo punto però sorge l’esigenza della valutazione, nel quadro degli altri elementi di prova. Infatti se risulta che questa persona non è mai stata nel luogo del delitto per ragioni lecite (cosa che si dimostra con altri elementi di prova, per esempio testimonianze) si può affermare ragionevolmente la sua colpevolezza. Se al contrario, sempre in base ad altri elementi di prova, risulta che il soggetto in questione era stato altre volte e per ragioni lecite in quel posto, il valore decisivo della prova scientifica viene meno. Lo stesso discorso si può fare, per esempio, rispetto al Dna o ad altro»

 

 

 

Spesso il grande pubblico chiede alla giustizia certezze assolute, spesso fatica a capire il concetto di “ragionevole dubbio”. Riusciamo a spiegarlo?
«La certezza processuale assoluta semplicemente non esiste, perché i fatti di cui un processo si occupa non avvengono davanti ai nostri occhi. Sono vicende del passato che dobbiamo ricostruire attraverso dei segni – gli indizi - cercando di mettere insieme un quadro plausibile di quanto avvenuto. Una volta ottenuto un racconto plausibile, altissimamente probabile, coerente, dobbiamo verificarne il grado  di resistenza, ipotizzando spiegazioni alternative plausibili e coerente con tutti gli indizi, con le conoscenze scientifiche, con il senso comune. Se una spiegazione alternativa plausibile esiste quello è il ragionevole dubbio».

Domanda per lo scrittore: perché alcuni casi colpiscono tanto l’immaginario collettivo?
«Non c’è dubbio che ci siano fattori contingenti. Casi  anche  banali non vengono risolti in breve tempo e diventano quasi un’ossessione collettiva. Poi ci sono alcune caratteristiche intrensicamente capaci di colpire l’immaginario collettivo, fatti inattesi, fuori dagli schemi anche criminali, fatti che alludono a paure elementari, fatti molto cruenti, che si inseriscono in narrazioni potenti, simboliche a volte quasi archetipiche».

Uno di questi casi è stato certamente il cosiddetto processo Meredith. Quanto può avere influito, sulla percezione del processo,  il fatto che si avessero in mente sistemi processuali diversi: quello anglosassone, americano e inglese, e quello italiano?
«E’ possibile che questo abbia avuto una sua influenza. Negli Stati Uniti è diffusa una percezione agonistica del processo, e al tempo stesso vi è la convinzione che quello sia il sistema più efficace per raggiungere la verità. Convinzione, sia detto per inciso, abbastanza discutibile. La critica al sistema giudiziario italiano può aver influito sull’amplificazione della risonanza di questa storia. D’altro canto il caso era adatto a sollecitare l’immaginario collettivo: è simbolico, colpisce le emozioni per i soggetti implicati, per l’imprevedibilità della vicenda. Poi, certo, sono scattati meccanismi di vera e propria tifoseria, gli americani fautori dell’innocenza perché la Knox è americana, gli inglesi colpevolisti perché Meredith era inglese. Tutte cose che non dovrebbero accadere ma che, sfortunatamente, sono accadute».
 

 
 
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