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sabato 22 settembre 2018
 
Il Papa a Ginevra
 

Spinta missionaria e unità, due aspetti intrecciati: su tutto, il Vangelo

21/06/2018  Il Papa loda il cammino fatto insieme, ricorda l'ecumenismo del sangue che precede e accompagna il cammino gli uni accanto agli altri, protestanti, ortodossi e cattolici, e chiede che - agli occhi del mondo - si dia una testimonianza comune della cura dei più piccoli e sfruttati.

Ginevra, Svizzera

Dal nostro inviato

Settanta come i discepoli mandati in missione, settanta come le volte, moltiplicate per sette, in cui si è chiamati a perdonare. Settanta come gli anni del Consiglio mondiale delle Chiese che papa Francesco è venuto a celebrare insieme con le 349 Chiese cristiane diffuse in 110 Paesi del mondo in rappresentanza di oltre 500 milioni di fedeli.

«Settant’anni non sono tanti per fermarsi, andiamo avanti», ha spiegato ai giornalisti il segretario generale del Consiglio ecumenico delle Chiese Tveit. «Questa è un’occasione straordinaria per approfondire la collaborazione», gli ha fatto eco il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio consiglio per l’unità dei cristiani.

Il discorso di papa Francesco, che all’ingresso del Centro ecumenico ha incontrato otto coreani (quattro del Nord e quattro del Sud), è tutto centrato sul significato del numero settanta e sulla missione. «Biblicamente», dice Francesco, «settant’anni evocano un periodo di tempo compiuto, segno di benedizione divina». E ricorda sia il passo in cui si dice di perdonare settanta volte sette non come indice di «un termine quantitativo», ma per aprire «un orizzonte qualitativo». Quel termine, dunque, «non misura la giustizia, ma spalanca il metro di una carità smisurata, capace di perdonare senza limiti. È questa carità che, dopo secoli di contrasti, ci permette di stare insieme, come fratelli e sorelle riconciliati e grati a Dio nostro Padre». Francesco parla dell’amore e del coraggio, con la forza del Vangelo, di «invertire la direzione della storia, quella storia che ci aveva portato a diffidare gli uni degli altri e ad estraniarci reciprocamente, assecondando la diabolica spirale di continue frammentazioni. Grazie allo Spirito Santo, ispiratore e guida dell’ecumenismo, la direzione è cambiata e una via tanto nuova quanto antica è stata indelebilmente tracciata: la via della comunione riconciliata, verso la manifestazione visibile di quella fraternità che già unisce i credenti».

Ma poi il settanta è anche il numero dei discepoli mandati in missione, tanti quanti erano le nazioni allora conosciute elencate agli inizi della Scrittura. Questo, sottolinea papa Francesco, suggerisce che « la missione è rivolta a tutti i popoli e che ogni discepolo, per essere tale, deve diventare apostolo, missionario. Il Consiglio Ecumenico delle Chiese è nato come strumento di quel movimento ecumenico suscitato da un forte appello alla missione: come possono i cristiani evangelizzare se sono divisi tra loro? Questo urgente interrogativo indirizza ancora il nostro cammino e traduce la preghiera del Signore ad essere uniti “perché il mondo creda”».

Un'unione che non è fine a se stessa, ma che è indirizzata all’evangelizzazione e alla promozione dello sviluppo umano. «Il modo in cui esercitare la missione varia a seconda dei tempi e dei luoghi e, di fronte alla tentazione, purtroppo ricorrente, di imporsi seguendo logiche mondane, occorre ricordare che la Chiesa di Cristo cresce per attrazione», insiste Francesco. E questa attrazione non consiste «certo nelle nostre idee, strategie o programmi: a Gesù Cristo non si crede mediante una raccolta di consensi e il Popolo di Dio non è riducibile al rango di una organizzazione non governativa. No, la forza di attrazione sta tutta in quel sublime dono che conquistò l’Apostolo Paolo: “Conoscere [Cristo], la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze”» Questo è il tesoro da offrire al mondo «amato e tormentato. Non saremmo fedeli alla missione affidataci se riducessimo questo tesoro al valore di un umanesimo puramente immanente, adattabile alle mode del momento. E saremmo cattivi custodi se volessimo solo preservarlo, sotterrandolo per paura di essere provocati dalle sfide del mondo».

Papa Francesco si sofferma sul motto scelto per la visita: «Camminare – Pregare – Lavorare insieme» per spiegare che si cammina con un movimento in entrata e in uscita: «In entrata, per dirigerci costantemente al centro, per riconoscerci tralci innestati nell’unica vite che è Gesù», In uscita «verso le molteplici periferie esistenziali di oggi, per portare insieme la grazia risanante del Vangelo all’umanità sofferente. Potremmo chiederci se stiamo camminando davvero o soltanto a parole, se presentiamo i fratelli al Signore e li abbiamo veramente a cuore oppure sono lontani dai nostri reali interessi. Potremmo chiederci anche se il nostro cammino è un ritornare sui nostri passi o un convinto andare al mondo per portarvi il Signore».

Questo cammino ha bisogno della preghiera, del Padre nostro che «risuona dentro di noi la nostra figliolanza, ma anche il nostro essere fratelli. La preghiera è l’ossigeno dell’ecumenismo. Senza preghiera la comunione diventa asfittica e non avanza, perché impediamo al vento dello Spirito di spingerla in avanti». Bisogna pregare gli uni per gli altri e poi lavorare insieme. Il Papa ricorda l’impegno della Commissione fede e costituzione, l’unica nella quale la Chiesa cattolica è membro effettivo, mentre nel resto del Cec partecipa da osservatore e ribadisce il desiderio di «continuare a contribuirvi attraverso la partecipazione di teologi altamente qualificati. La ricerca di Fede e Costituzione per una visione comune della Chiesa e il suo lavoro sul discernimento delle questioni morali ed etiche toccano punti nevralgici della sfida ecumenica». Il Papa ricorda «la presenza attiva nella Commissione per la Missione e l’Evangelizzazione; la collaborazione con l’Ufficio per il Dialogo Interreligioso e la Cooperazione, ultimamente sull’importante tema dell’educazione alla pace; la preparazione congiunta dei testi per la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani e varie altre forme di sinergia». Ne ricorda tante papa Francesco, in particolare «la crescente adesione alla Giornata di preghiera per la cura del creato».

E insieme il Papa sottolinea «il variegato e intenso servizio delle Chiese-membri del Consiglio» che «trova un’espressione emblematica nel Pellegrinaggio di giustizia e di pace. La credibilità del Vangelo è messa alla prova dal modo in cui i cristiani rispondono al grido di quanti, in ogni angolo della terra, sono ingiustamente vittime del tragico aumento di un’esclusione che, generando povertà, fomenta i conflitti. I deboli sono sempre più emarginati, senza pane, lavoro e futuro, mentre i ricchi sono sempre di meno e sempre più ricchi».

Il reverendo Tveit, interpellato sulla questione dei minori separati dai genitori dal Governo Trump, aveva ricordato che «il Cec da tanto tempo ha impegnato tutte le Chiese in un programma per tutelare i minori, nel comitato centrale abbiamo approvato una politica per la sicurezza dei bambini in collaborazione con l’unicef. L’obiettivo è concentrarsi sui bisogni dei minori e tutti sappiamo che i minori devono stare con i genitori…». Il Papa gli fa eco con le sue parole: «Sentiamoci interpellati dal pianto di coloro che soffrono, e proviamo compassione, perché “il programma del cristiano è un cuore che vede”». Francesco chiede che si veda insieme «ciò che è possibile fare concretamente, piuttosto che scoraggiarci per ciò che non lo è», parla dell’ecumenismo del sangue che precede e accompagna il cammino ecumenico e chiede che si possano aiutare gli uomini di buona volontà a dare «maggior spazio a situazioni e vicende che riguardano tanta parte dell’umanità, ma che occupano un posto troppo marginale nella grande informazione. Non possiamo disinteressarci, e c’è da inquietarsi quando alcuni cristiani si mostrano indifferenti nei confronti di chi è disagiato. Ancora più triste è la convinzione di quanti ritengono i propri benefici puri segni di predilezione divina, anziché chiamata a servire responsabilmente la famiglia umana e a custodire il creato. Sull’amore per il prossimo, per ogni prossimo, il Signore, Buon Samaritano dell’umanità, ci interpellerà». Per questo occorre chiedersi quali servizi si possono fare insieme «cominciando a sperimentare una fraternità più intensa nell’esercizio della carità concreta».

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