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giovedì 21 gennaio 2021
 
intervista
 

La nipote di Gino Bartali: «Ecco perché la sua storia di "angelo degli ebrei" non è falsa»

09/01/2021  «Prima di riconoscere una persona “Giusto tra le Nazioni” lo Yad Vashem istruisce un dossier rigorosissimo», dice la nipote Gioia in replica a quanto sostenuto da Stefano Pivato, «ci sono tantissime testimonianze e documenti. Hanno mentito tutti? E per quale motivo? Mio nonno parlò pochissimo di quello che aveva fatto per gli ebrei anche in famiglia perché aveva l’ossessione della discrezione»

Gioia Bartali a Gerusalemme nel maggio 2018 riceve la cittadinanza onoraria per il nonno alla vigilia del Giro d'Italia
Gioia Bartali a Gerusalemme nel maggio 2018 riceve la cittadinanza onoraria per il nonno alla vigilia del Giro d'Italia

 

 

Gioia Bartali è amareggiata?

«Sì, molto».

Il titolo, in effetti, è tranchant: L’ossessione della memoria. Bartali e il salvataggio degli ebrei: una storia inventata. Nel libro, edito da Castelvecchi, in uscita il 21 gennaio e recensito in anteprima sul Corriere della Sera da Gian Antonio Stella, l’autore Stefano Pivato, ordinario di Storia contemporanea all’Università di Urbino, sostiene che non c’è nessuna prova che il grande ciclista aiutò gli ebrei perseguitati durante la Shoah, negli anni tra il 1943 e il 1944. Un’azione che è valso al grande campione il riconoscimento, nel settembre 2013, di “Giusto tra le Nazioni” da parte dello Yad Vashem di Gerusalemme, il memoriale israeliano delle vittime dell’Olocausto fondato nel 1953 e che riconosce i non ebrei che hanno rischiato la vita per salvare anche la solo la vita di un ebreo durante le persecuzioni naziste. «Cattolico devoto», si legge nella motivazione, «nel corso dell'occupazione tedesca in Italia, Gino Bartali ha fatto parte di una rete di salvataggio i cui leader sono stati il rabbino di Firenze Nathan Cassuto e l'arcivescovo della città, il cardinale Elia Angelo Dalla Costa».

Il compito del grande di ciclista, incaricato direttamente dal cardinale Dalla Costa, era quello di compiere vari viaggi in bicicletta dalla stazione di Terontola-Cortona fino ad Assisi, trasportando documenti e fototessere, prodotte dai frati francescani di Assisi, nascoste nei tubi della bicicletta per dare identità false agli ebrei e permettere loro di salvarsi. Bartali ha compiuto varie volte il percorso contribuendo a salvare circa 800 persone. Peraltro, Pivato aveva scritto un libro, nel 2018, sostenendo la tesi opposta, come dimostra il titolo: Sia lodato Bartali. Un mito del Novecento.

Gioia Bartali è la nipote di Ginettaccio, figlia di Andrea, morto nel 2017 a 75 anni. È un’appassionata custode della memoria del nonno e gira le scuole di tutta Italia per farne conoscere la figura che è anche stata scelta per la prima prova dell’esame di Maturità del 2019. Insieme alla famiglia, ha firmato un comunicato stampa in cui ricorda che suo nonno è «un esempio da seguire e non da infangare».

È rimasta sorpresa dalla posizione di Pivato?

«Spesso, alla vigilia della Giornata della Memoria, vengono fuori queste polemiche. Per affermare una cosa del genere bisogna avere delle prove precise e inconfutabili altrimenti il rischio è di sollevare polveroni inutili e poco rispettosi della memoria delle persone».

Suo nonno a voi familiari aveva mai raccontato quello che fece per gli ebrei?

«Lo confidò una volta a mio padre ma con la richiesta precisa di mantenerne il segreto. Papà gli chiese il motivo e lui rispose: “Quando sarà il momento giusto, te ne accorgerai”».

Cosa voleva dire?

«Forse sapeva che, dopo la sua morte, questa storia sarebbe venuta a galla. Una volta, avevo 24 anni, mi disse: “Di me parleranno più da morto che da vivo”».

Lo disse solo a suo padre quello che aveva fatto per gli ebrei?

«No, anche ad altri amici che dopo la sua morte (il 5 maggio 2000, ndr) me lo riferirono. A tutti aveva chiesto di mantenere il segreto».

Perché non disse nulla alla sua amatissima moglie Adriana?

«Non lo so, con nonna aveva un rapporto splendido. Con lei parlava soprattutto della sua fede. E le ha scritto lettere d’amore bellissime. Nonno Gino aveva l’ossessione della discrezione».

Il figlio di Gino Bartali, Andrea, davanti al Memoriale di Yad Vashem di Gerusalemme, dov'è inciso il nome del padre, nel 2013 (Ansa)

In che senso?

«Un po’ era il suo carattere ma molto c’entra la sua fede ardente che gl’impediva ogni tipo di esibizionismo. Diceva sempre che “il bene si fa, ma non si dice”. C’è un video nel quale alcune persone, durante un incontro pubblico, gli chiedono di questa storia e lui risponde: “Perché mi chiedete degli ebrei e dei nazisti? Non serve”. Nonno era terziario carmelitano e ha voluto essere sepolto solo con quello, senza nessun altro ricordo della sua carriera sportiva. Sulla lapide non ha voluto mettere neanche la foto, solo nome e cognome. È stato coerente fino all’ultimo».

Una testimonianza cruciale per il riconoscimento di “Giusto” è stata quella di Giorgio Goldenberg, un ebreo che dopo le prime retate naziste fu costretto insieme ai genitori a lasciare Fiume e rifugiarsi a Firenze dove è stato nascosto nello scantinato di Bartali.

«Perché Goldenberg avrebbe dovuto mentire?».

Me lo dica lei.

«Non c’è motivo, punto. Yad Vashem lavora come un tribunale, le istruttorie sui candidati a “Giusti tra le nazioni” durano anni. Vengono vagliate numerose testimonianze e documenti prima di procedere al riconoscimento. Un’altra testimonianza di Amedeo Brunozzi di Assisi dice che nel maggio 1982, in occasione di un Giro d’Italia, si avvicinò a mio nonno e gli chiese se era vero quello che lui aveva fatto per gli ebrei e che era stato descritto nel libro Assisi clandestina del professore Alexander Ramati. Nonno rispose che era vero, che nascondeva nelle canne della bicicletta i messaggi dell’arcivescovo di Firenze per mons. Nicolini, vescovo di Assisi, e li lasciava dalle Suore di San Giuseppe. Poi Brunozzi aggiunge: “Bartali mi ha anche fatto capire che non ama farsi pubblicità per questo”».

Un aspetto su cui si discute è l’indirizzo esatto dello scantinato di Bartali. A Goldenberg chiesero come mai non c’era corrispondenza tra via Bandino, dove lui aveva detto si trovava lo scantinato, e l’attuale piazza Cardinale Elia Dalla Costa?

«Quando Goldenberg fu salvato lo scantinato di nonno si trovava in via Bandino».

Come fa a dirlo?

«Ho la planimetria catastale della casa che nonno ha donato a me e a mia sorella Stella. Quindi, di cosa parliamo? Via Bandino, successivamente, è stata intitolata al cardinale Dalla Costa, non a caso».

Ma voi avete mai ricevuto da Yad Vashem il dossier con la documentazione?

«Non l’abbiamo mai chiesto. Il procedimento è molto simile, per certi versi, al processo di canonizzazione della Chiesa Cattolica nel quale vengono raccolti migliaia di documenti e prove testimoniali. Nel 2006 il presidente Ciampi conferì a mia nonna la medaglia d’oro al Merito Civile in onore del nonno. Si è sbagliato anche lui?».

Prima di Gino Bartali, a essere riconosciuto “Giusto tra le Nazioni” nel 2012 è stato mons. Elia Dalla Costa, che fu arcivescovo di Firenze dal 1931 al ’58.

«Sì, con la motivazione di “aver offerto rifugio a oltre 110 ebrei italiani e 220 stranieri”. Fu lui a organizzare la rete clandestina nell’Italia centrale per salvare quante più vite possibile. Papa Francesco ne ha riconosciuto le virtù eroiche nel 2017, e questo è un passo importante verso la beatificazione. Anche la Chiesa si è sbagliata su Dalla Costa?».

A proposito di causa di beatificazione, a che punto è quella di suo nonno?

«Va avanti anche se la pandemia ha rallentato tutto. Il postulatore è il carmelitano padre Romano Bellagamba. Siccome un iter del genere ha bisogno di essere sostenuto, anche economicamente, noi come famiglia faremo un’associazione per dare una mano all’Ordine Carmelitano che sta portando avanti il processo».

Cos’è per lei la memoria?

«Un dovere che sento di portare avanti. La vita del nonno è stato un esempio di vita buona e non mi sento di tirarmi indietro nel farla conoscere soprattutto ai ragazzi e difenderla da polemiche pretestuose».

Il Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, consegna il 25 aprile 2006 la Medaglia d'Oro al Merito Civile alla vedova di Gino Bartali, Adriana, in Memoria del grande Campione di ciclismo (Ansa)

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