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mercoledì 20 giugno 2018
 
l'intervista
 

Gino Bartali raccontato dalla nipote: «La fede fu il segreto del suo successo»

14/05/2018  Gioia ricorda il grande ciclista che fu campione non solo nello sport: «Salvò centinaia di ebrei ma non lo fece sapere a nessuno, neppure alla nonna». Il Giro d’Italia, partito da Gerusalemme per rendergli omaggio, fa tappa ad Assisi dove nel Museo della Memoria si potrà visitare la cappella che Ginettaccio fece costruire in onore di Santa Teresa del Bambino Gesù

1980, Gino Bartali, accompagnato dalla moglie Adriana e dalle nipoti Gioia e Stella, incontra Giovanni Paolo II al quale regala una bicicletta
1980, Gino Bartali, accompagnato dalla moglie Adriana e dalle nipoti Gioia e Stella, incontra Giovanni Paolo II al quale regala una bicicletta

Casa Bartali, metà anni Ottanta: Gino è davanti alla Tv insieme alla nipote Gioia. La Rai trasmette Assisi underground, il documentario di Alexander Ramati che racconta l’aiuto dato dal grande campione per salvare ottocento ebrei dallo sterminio nazista. «Nonno», racconta Gioia, «si infuriò. Disse che avrebbe denunciato il regista costringendolo a ritirare il film. Perché nemmeno mia nonna sapeva quello che lui aveva fatto: certe medaglie, diceva, si attaccano all’anima e non al bavero della giacca».

Anno 1943. Gino Bartali corre lungo la via che da Assisi va a Firenze e a Genova. Non è un pellegrino, benché abbia una fede profondissima. Non è un semplice ciclista, lui che ha incarnato la storia del ciclismo vincendo tre volte il Giro d’Italia (1936, ’37, ’46) e due volte il tour del France (1938, ’48). Stavolta non corre per nessuna coppa, Ginettaccio, ma per salvare vite umane.

Mentre le leggi razziali vengono applicate con brutalità in Europa, circa quindicimila ebrei raggiungono l’Italia per trovare rifugio e salvezza. È a questo punto che Bartali diventa staffetta partigiana, al servizio della rete clandestina Delasem. Ad affidargli l’incarico è il cardinale di Firenze, Elia Dalla Costa, che l’avverte: «Se ti scoprono, ti fucilano». Bartali monta sulla bicicletta e pedala. Finge di allenarsi, in realtà trasporta documenti falsi, celati in una sorta di cilindro montato sulla canna. Migliaia di chilometri percorsi avanti e indietro da Firenze, per consegnare nuove identità alle famiglie ebree ricercate con feroce determinazione dai fascisti della Rsi e dai nazisti.

Gioia Bartali con papa Francesco
Gioia Bartali con papa Francesco

Giusto tra le nazioni, il riconoscimento di Yad Vashem

Nel 2013, nel Giardino dei Giusti del Museo di Yad Vashem a Gerusalemme, viene piantato un albero di carrubo in memoria di Gino Bartali, proclamato “Giusto tra le nazioni”. A battersi per il riconoscimento c’è il figlio Andrea, il papà di Gioia, che a Ginettaccio ha dedicato una bella e commovente biografia Gino Bartali, mio papà (Tea) ora ristampata con la prefazione firmata da Gioia. Il Giro d’Italia di quest’anno, edizione numero 101, è partito da Gerusalemme in onore di Gino Bartali. Lo Yad Vashem, con una procedura speciale, ha conferito anche la cittadinanza onoraria alla memoria del campione toscano. Il Karen Kayemeth Lelsrael Italia Onlus, l’Ente nazionale ebraico per l’Ambiente, ha deciso di intitolare a Bartali una pista ciclabile di 14 chilometri nella foresta di Haruvit, sulle colline occidentali della Giudea, a 50 chilometri da Gerusalemme.

Gino Bartali con il mantello da terziario Carmelitano con il quale volle essere sepolto
Gino Bartali con il mantello da terziario Carmelitano con il quale volle essere sepolto

«Mio nonno, Fra' Tarcisio, terziario carmelitano»

  

«Fosse vivo, oggi nonno direbbe che non ha fatto nulla di speciale», assicura Gioia, «anzi, questo clamore gli darebbe un po’ fastidio». Non per falsa modestia ma per carattere – lui, toscano di poche parole – e per un voto che fece nel 1937 diventando terziario carmelitano nella fraternità San Paolino di Firenze. «Fu subito dopo la morte del fratello minore Giulio, ciclista promettente e che mio nonno diceva fosse più bravo di lui», ricorda Gioia. Scelse il nome di religione di Fra’ Tarcisio di Santa Teresa di Gesù Bambino, alla quale era devotissimo. «Ricevere il mantello bianco di terziario carmelitano significava, concretamente, consacrarsi alla Madonna e scegliere una vita di carità e umiltà», dice Gioia. Nonostante l’enorme popolarità: «Da piccola mi colpiva molto. In famiglia, non l’abbiamo mai considerato alla stregua di un campione o di un eroe, anche se ho vissuto tante situazioni in cui la gente lo acclamava, lo fermava per strada, gli chiedeva l’autografo».

Carità e umiltà. «Non mi ha mai parlato di quello che fece per gli ebrei», precisa. «Lo fece, una sola volta, con mio padre. Mi ripeteva sempre: “Ricordati, Gioia, che nella vita devi essere umile”. In questo richiamo c’è tutto mio nonno, la sua vita, il modo di considerare lo sport». Ma la vita di Bartali è una continua sorpresa anche per Gioia. Nel 2010 affiora una storia che spiana la strada per il riconoscimento di “Giusto tra le nazioni”, conferito ai non ebrei che a rischio della vita hanno contribuito a salvare anche solo un ebreo durante la Shoah. Protagonista è Giorgio Goldenberg, di origine istriana, che risponde all’appello lanciato da Adam Smulevich su Pagine Ebraiche. «Bartali è un eroe cui devo la vita», dice Goldenberg che racconta come nel 1944 si salvò grazie al campione che lo nascose nella cantina della sua casa di Firenze insieme a tutta la famiglia. «Nemmeno nonna ha mai saputo niente di questo», rimarca Gioia. All’appello di Smulevich risponde, da Tel Aviv, anche Giulia Baquis Donati. Alla sua casa di Lido di Camaiore nel 1943 bussò Gino Bartali per consegnargli i documenti falsi nascosti nella bicicletta.

Amico di tutti i papi, da Pio XII a Giovanni Paolo II, al quale nel 1980, con Gioia e Stella, gli portò in dono una bicicletta. Militante di Azione Cattolica. E campione di ciclismo. «Sulle sue imprese sportive si lasciava andare un po’ di più», dice Gioia.

La cappella dedicata a Santa Teresa del Bambino Gesù fatta costruire da Bartali ora è stata donata dalle nipoti, Gioia e Stella, al Museo della Memoria di Assisi
La cappella dedicata a Santa Teresa del Bambino Gesù fatta costruire da Bartali ora è stata donata dalle nipoti, Gioia e Stella, al Museo della Memoria di Assisi

Quella rivalità inventata con Fausto Coppi...

La rivalità con Fausto Coppi. «Un giorno stavamo guardando un documentario in Tv e nonno sbottò: “Non è mica vero”. I giornalisti ingigantiscono sempre tutto», racconta. Gli hai mai svelato se fu lui a passare la borraccia all’amico-rivale quel 6 luglio 1952 durante il Tour de France? «Non me l’ha mai detto», risponde, «ma quella foto di loro due insieme è la sintesi perfetta di come intendeva il ciclismo nonno: generosità, lealtà e solidarietà tra avversari».

Tra gli anni Ottanta e Novanta, Bartali diviene testimonial della Coca Cola. «Nonno portava a casa casse di lattine», ricorda, «e con i miei amici facevamo festa».

Il 16 maggio il Giro d’Italia fa tappa ad Assisi dove nel Vescovado del Santuario della Spogliazione viene inaugurato il “Museo della Memoria, Assisi 1943 – 1944” che ospiterà la cappella fatta costruire da Bartali in onore di Santa Teresa del Bambino Gesù e che le nipoti Gioia e Stella hanno deciso di donare a questo Museo che racconta il legame del grande campione con la città di San Francesco e il suo ruolo per salvare gli ebrei. Ad Assisi, grazie al vescovo Giuseppe Placido Nicolini, ci fu il quartier generale dell’organizzazione clandestina che negli anni dell’occupazione nazi-fascista nascose e salvò oltre 300 ebrei arrivati in Assisi.

Gioia ha un solo rimpianto: «Se oggi fosse vivo, gli chiederei che fosse lui a raccontarmi le sue imprese». E forse, chissà, Ginettaccio, col suo vocione rauco, direbbe di no anche stavolta.

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