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venerdì 27 novembre 2020
 
Giornata mondiale del migrante e del rifugiato
 

Filippo Grandi: «I valori europei sono quelli della solidarietà, non del respingere, chiudere e mandare via»

27/09/2020  L’Alto Commissario dell’Agenzia Onu per i rifugiati in una recente intervista a Famiglia Cristiana aveva tracciato il punto della situazione del pianeta. Ne riprendiamo alcuni passaggi, quanto mai attuali. Mai c’è stata, in epoca moderna, tanta gente costretta a fuggire dalla propria casa o dal proprio Paese. «Ma il fenomeno che più mi angoscia», dice, «è la propaganda dell’odio».

Un fiume di profughi siriani in fuga.
Un fiume di profughi siriani in fuga.

«Il totale di rifugiati e sfollati sappiamo che è giunto a 71 milioni. Ci sono 5,5 milioni di siriani nei Paesi vicini, poi c’è un numero imprecisato, intorno ai 4 milioni, di sfollati interni. Quella è una realtà enorme di popolazione che non è più a casa propria, vicina all’Europa. In Libia ci sono circa 300 mila sfollati interni libici, e poi i migranti bloccati nel Paese, il cui numero nessuno conosce veramente, di certo centinaia di migliaia. Non è detto che tutte queste persone vogliano venire in Europa, anzi credo proprio di no. Però è un’altra crisi alle porte europee. Sono cifre difficili da mettere in relazione con noi. Sempre mi si chiede quanti sono quelli che vogliono venire in Europa? Non lo so. Ma non è questo il punto».

-  E qual è?

«Sui 71 milioni totali di rifugiati e sfollati, l’85% si trovano in Paesi che non sono Paesi ricchi. Sono collocati in Paesi poveri o di medio livello di ricchezza, come Libano, Giordania, Colombia. Il problema non è qui da noi, continuo a ripeterlo. Sono stato tempo fa nel Sahel, in Burkina Faso, Mauritania, Niger, Mali. Quest’area è il terzo grande punto di pressione, decisamente crescente e sempre più grave di spostamento di persone. In Burkina Faso, un piccolo Paese poverissimo e quasi senza risorse ci sono almeno 800 mila persone in fuga. Nessuno ne parla».

Qui e in copertina: l'Alto Commissario dell'Unhcr Filippo Grandi.
Qui e in copertina: l'Alto Commissario dell'Unhcr Filippo Grandi.

-  È una crisi grave quanto quella siriana?

«Direi di sì. Queste persone scappano da gruppi terroristici e da una realtà di grave povertà acuita dai cambiamenti climatici, ma siccome non vengono verso l’Europa e sono sfollate in un Paese che poche persone conoscono non se ne parla. È una crisi davvero dimenticata. Là abbiamo davvero bisogno di sostegno, non abbiamo neanche risorse umanitarie da fornire a bambini separati dalle famiglie, donne violentate, famiglie devastate da questa situazione, villaggi interi oberati da questa popolazione in fuga che si rifugia dove può. Quasi sempre tendiamo in Europa ad analizzare il fenomeno dei migranti e dei profughi come se colpisse solo noi. Quando in realtà i problemi ricadono soprattutto su altri Paesi o regioni povere».

    -  C’è chi dice “aiutiamoli a casa loro”.

«Affermazione controversa. C’è un elemento giusto in questa frase, nel senso che la maggioranza delle persone non vuole andarsene dalla propria casa o dal proprio Paese, ma aiutarli a casa loro significa avere programmi di sviluppo di grande portata e strategici. Bene che la Commissione Europea si occupi di più dell’Africa. Speriamo che alle parole seguano i fatti. Che ai summit seguano programmi molto concreti, mirati, strategici. E poi serve un discorso unitario da parte dell’Europa con tutti i Paesi che hanno questi problemi, un discorso complesso di sicurezza, di governance, di sviluppo, di aiuti umanitari. Io di questa strategia molto articolata sento molto parlare, ma vedo poco finora di concreto. Bisogna metterci le risorse politiche e finanziarie. Questo è aiutiamoli a casa loro, ma seriamente. Non come slogan per dire che non vengano qua, perché questo è ciò che ci sta sotto. Ma se è fatto con lo spirito di aiutare a stare in prosperità, sicurezza e in democrazia, allora forse può funzionare.

-  “Aiutarli a casa loro” è ciò che hanno sempre fatto le organizzazioni Onu, quelle umanitarie, le Ong.

«Certo. Non c’è dubbio. Attenzione, però: in ogni caso, non si può ostacolare o limitare il diritto a chiedere asilo, se a “casa tua” i pericoli sono tali per cui non ci puoi stare. Questa è una questione diversa dalle migrazioni economiche, questa è la questione dei rifugiati, che ha una sua specificità su cui ho sempre insistito. In quei flussi di migranti, c’è gente che ha bisogno di protezione internazionale, perché se torna nel proprio Paese rischia di essere uccisa, perseguitata, discriminata, incarcerata».

-  Quasi quattro anni alla guida dell’Unhcr, tutti difficili. Ora con la pandemia, forse è venuto il periodo più complicato…

«Ho iniziato il 1° gennaio 2016. Non mi faccio spaventare facilmente dal compito, anche se è vero che richiede un profondo respiro prima di cominciare la giornata. Ho lavoratoin campo umanitario per 35 anni. Ne ho viste tante. Quello che è diverso negli ultimi cinque o sei anni è la politicizzazione di questo tema umanitario. Il confine dell’umanitario con la politica è sempre stato molto sottile. Purtroppo, la politica si è appropriata di questo specifico ambito come pure di quello dei migranti, e lo ha fatto in modo aberrante. La politica lo strumentalizza a scopo di consenso demonizzando questo fenomeno. Trovo questo molto pericoloso. Questo è ciò che sgomenta di più e che rende il lavoro più difficile. Questa internazionale dell’odio è la cosa che mi spaventa di più, dopo 35 anni di lavoro umanitario. E come europeo sono angosciato da questo fenomeno, che mi pare non abbia sufficiente critica e prevenzione da parte delle istituzioni europee. I governi sembrano intimiditi da questa offensiva dell’odio. Invece che respingerla c’è come una specie di reazione insufficiente. Perché poi invade i nostri valori, li deteriora. Questo è molto pericoloso. Oggi, in molti settori della società parlare di “valori europei” significa il contrario di quegli autentici valori. Vuol dire respingere, mandare via, chiudere, non avere solidarietà. Questo è quello che mi angoscia di più, non so dire se mi spaventa, ma mi angoscia senz’altro».

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