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giovedì 21 novembre 2019
 
 

Un Giro d'Italia lungo 150 anni

05/05/2011  Viaggio tra le tappe, costruite come un omaggio all'Unità d'Italia.

Che il Giro d’Italia sia da sempre soprattutto un viaggio non si discute. Lo è, dei più faticosi, per chi deve affrontarlo in bicicletta, ma lo è anche per chi lo accompagna, per passione nonostante tutto,  con il suo corredo di tifo, folclore, pane salame e lambrusco sulle salite. Gente che si allarga lungo le strade, che occupa spazi per vedere il gruppo semplicemente passare.

Lo sarà anche il Giro 2011 che parte da Venaria Reale il 7 maggio, ma, stavolta, più che un viaggio nello spazio, sarà un viaggio nel tempo e nella storia, un omaggio al 150° compleanno dell’Italia Unita. Un viaggio che si snoda dentro luoghi carichi di storia e memoria. Il rischio della retorica esiste, forse inevitabile nell’eco della letteratura del risorgimento. Nessuno, leggendo tra le tappe Sapri, potrà esimersi dal correre con la mente ai primi versi della celeberrima, retoricissima Spigolatrice: «Eran trecento, eran giovani e forti, son morti». Che i meno giovani di noi hanno in testa dall’epoca della scuola elementare, magari assieme al Va’ Pensiero cantato la mattina in classe, quando ancora le mire leghiste sul coro simbolo di Verdi erano molto di là da venire.

Che c’entra col ciclismo, si dirà? Forse niente. O forse tutto, perché anche nel ciclismo e sulla sua fatica vera si sono spesi fiumi di retorica, magari avendo cura di non rovinare una splendida scalata con il sospetto d’impurità che ormai sempre ci assale davanti a un’impresa memorabile, troppo spesso smentita, in capo a qualche mese, dall’esito preciso e per niente retorico di un’analisi di laboratorio.

Se questa volta scegliamo di raccontare il Giro, a partire dal suo filo di camicie rosse, è perché facciamo ogni anno un po’ più fatica a fidarci di quel che vediamo sulle salite, preferiamo rifugiarci in quel che sappiamo nascosto dentro i luoghi che le ruote calpestano. Almeno quelli sono passati ormai al vaglio della storia, che ci piaccia o meno l’esito di quella storia, quelli almeno non ci smentiranno il giorno dopo.

Sulle orme di Garibaldi

Basta scorrerne le tappe e non è certo difficile ravvisare il collegamento tra Giro 2011 e Risorgimento, a partire da Torino, Venaria Reale in particolare, prima capitale del Regno d’Italia da cui la corsa rosa prende avvio il 7 maggio. Dal Piemonde il Giro si snoda verso Parma, la terra di Verdi, simbolo musicale dell’Italia da fare. Per chi l’avesse dimenticato chi tifava per l’Unità d’Italia all’epoca scriveva sui muri “Viva Verdi”, apparentemente innocuo omaggio al musicista, nella realtà mascherato slogan antiaustriaco da intendere: “Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia”.

Subito dopo Reggio Emilia, che il 7 gennaio 1797 aveva salutato la nascita del tricolore bianco-rosso-verde scelto a vessillo della Repubblica Cispadana e destinato un giorno a rappresentare l’Italia nel mondo. Dall’Emilia si pedala in Liguria, allo scoglio di Quarto, quartiere genovese, che ha visto partire la spedizione dei Mille. Non potendo seguire in bici per mare le camicie rosse fino a Marsala, il Giro prosegue in toscana via terra fino a Tropea, passando per Maddaloni, in provincia di Caserta: lì il luogo sacro del Risorgimento sarebbe Teano, ma il Giro ha esigenze d’altimetria cui sacrificare la storia e arriva in salita a Montevergine.

Prima di sbarcare a Messina, da cui Garibaldi partì alla conquista del continente, non dimentica il Giro di fare tappa a Sapri, a rendere omaggio a Pisacane ai suoi trecento sfortunati giovani e forti. Di qui si vola verso la litoranea adriatica seguendo il filo delle annessioni ottenute contro la resistenza dello stato pontificio: Castelfidardo e la sua battaglia che ha conquistato al Regno d’Italia Ancona e poi Feltre e Conegliano, annesse con il plebiscito del 21 ottobre 1866.

Quindi Spilimbergo, patria di Giovan Battista Cavedalis, prima delle Alpi, teatro d’altre più recenti non meno epiche battaglie, storicamente significative per altre ragioni ma necessarie ai gran premi della montagna della corsa che nella sua tappa finale, il 29 maggio, tornerà a Milano, simbolo delle Cinque giornate, da cui mancava da parecchio.  

Vincenzo Nibali.
Vincenzo Nibali.

Ivan Basso non ci sarà, e invece ci sarà Alberto Contador, quello che si era candidato come signore sempre in giallo sulle orme di Armstrong e per contrappasso è finito nel bel mezzo del giallo di un’indagine antidoping, prima colpevole, poi innocente, poi si vedrà. E in ogni caso con addosso l’ombra lunga del sospetto quest’anno niente Tour solo Giro.

Contro di lui si candida Vincenzo Nibali, signore in rosso della Vuelta, campione mondiale Under 23 qualche anno fa. Emigrante dalla Sicilia alla Toscana, fama da gregario di lusso che si è sudato tutto fin dalla prima bicicletta, autocostruita a partire da un vecchio telaio. Sulla carta uno da gavetta, uno che si è fatto sudando da gregario, figlio di un ciclismo povero ed epico dove capitani non nasce ma si diventa. Tutto il contrario di Contador che si è imposto sulle due ruote con il fare imperioso del predestinato.

Sarebbe bello immaginare che fossero due mondi che si fronteggiano: quello di uno mai sospettato di taroccamenti contro uno su cui grava l’ombra della patacca. Il mondo del ciclismo d’altri tempi contro quello troppo chimico di oggi. E ovviamente ci piacerebbe che vincesse il primo, non perché si tratta di un italiano (e nel Giro del compleanno non sarebbe male) ma perché, se fosse come sembra e noi lo speriamo, sarebbe anche un modo di ridare al ciclismo un po’ della credibilità perduta.

Poi, certo, s'è visto troppo marcio per mettere la mano sul fuoco. Anche perché ogni volta che ne beccano uno con le mani nella marmellata, la casta si chiude gridando al complotto o nella migliore delle ipotesi all’accanimento indagatorio, mentre il malcapitato si arrampica sugli specchi dando la colpa al microscopio strabico che ha preso un abbaglio. Un atteggiamento di cui, nel ciclismo e altrove, cominciamo a essere stanchi. Né vale la scusa che nel ciclismo si indaga più che altrove: il mal comune mezzo gaudio, perdonate, non ci convince. Anche perché se chi cerca poi trova, qualche motivo ci sarà. Poi, certo, fino a prova contraria vale la presunzione d’innocenza.

Le due ruote ci hanno portato a celebrare, con più o meno trasporto secondo le sensibilità di ciascuno, l’Unità d’Italia e lo stesso farà a breve, tra gli altri tanti spunti, il Salone del Libro di Torino che ha scelto tra l’altro i 15 libri che rappresentano meglio l’Italia.

Eccoli:
Ippolito Nievo, Le confessioni di un ottuagenario (1867)
Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio (1880)
Edmondo De Amicis, Cuore (1886)
Giovanni Pascoli, Myricæ (1891)
Giuseppe Ungaretti, Allegria di naufragi (1919)
Italo Svevo, La coscienza di Zeno (1923)
Eugenio Montale, Ossi di seppia (1925)
Alberto Moravia, Gli indifferenti (1929)
Primo Levi, Se questo è un uomo (1947)
Giovannino Guareschi, Don Camillo (1948)
Italo Calvino, Il barone rampante (1957)
Carlo Emilio Gadda, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana (1957)
Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo (1958)
Umberto Eco, Il nome della rosa (1980)
Roberto Saviano, Gomorra (2006).

 A noi piacerebbe aggiungere Troppo umana speranza, uscito da pochi mesi per Feltrinelli: un romanzone d’altri tempi ambientato nel Risorgimento e, in parte nei luoghi di questo Giro d’Italia, dall’esordiente Alessandro Mari, trent’anni appena e una maturità di scrittura che ne dimostra tanti ma tanti di più. 

E voi, che cosa aggiungereste o togliereste a questo elenco? 

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