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sabato 25 gennaio 2020
 
Giuseppe Antoci
 

«La mafia mi vuole morto perché le ho tolto i fondi Ue»

17/06/2016  Giuseppe Antoci, presidente del parco dei Nebrodi in Sicilia. «Dopo i controlli che ho voluto in accordo con la prefettura di Messina, la regione ha scoperto che almeno 4 mila ettari di boschi e pascoli erano in mano ai clan»

Guai a defi­nirlo eroe. Giuseppe Antoci, 48 anni, il coraggioso presidente del Parco dei Nebrodi sopravvissuto miracolosamente a un agguato mafi­oso, ci tiene a essere presentato come un cittadino normale che svolge il proprio dovere. Eppure, non dimenticherà mai la notte tra il 17 e il 18 maggio quando, nei tortuosi tornanti dei Nebrodi, tra Cesarò e San Fratello, nel cuore della provincia di Messina, un commando ha bloccato la sua auto con massi che ostruivano la carreggiata, assaltandola a colpi di fucile.
Il piano degli aggressori è fallito grazie al pronto intervento degli agenti della scorta e del vicequestore Daniele Manganaro, commissario di Sant’Agata di Militello, che viaggiava in un’altra autovettura. Abbiamo intervistato Giuseppe Antoci nelle stesse ore in cui la polizia eseguiva gli ordini di custodia cautelare disposti dal procuratore capo di Messina, Guido Lo Forte, contro ventitré presunti esponenti del clan di Tortorici, accusati di associazione ma­fiosa ed estorsione.

Come ha vissuto i momenti drammatici del fallito attentato?

«Era notte, stavo riposando, mi ero assopito dopo una serata di impegni istituzionali. Ho avvertito prima il tonfo di forti sassate contro la mia automobile e, poi, il rumore degli spari. A quel punto il caposcorta mi ha spinto a terra sotto il sedile per proteggermi e insieme all’autista, dopo l’arrivo di Manganaro, ha reagito al fuoco degli assalitori, attrezzati anche con due bombe molotov».

Come si è salvato? Cos’ha pensato in quei frangenti?

«Per fortuna è giunta la seconda auto, il Suv del vicequestore Manganaro, che mi seguiva. Quando gli agenti hanno aperto il mio sportello, pensavo che si trattasse degli assalitori, ero convinto che fosse fi­nita e aspettavo il colpo di grazia. Immaginate, quindi, il mio sospiro di sollievo e la mia gioia quando ho compreso che si trattava dei poliziotti e di Manganaro».

Senza quel provvidenziale intervento sarebbe stata una strage, esattamente a cinquant’anni di distanza dall’omicidio di Carmelo Battaglia, assessore socialista del vicino Comune di Tusa. Battaglia, infatti, fu ucciso nella primavera del 1966 dopo che, con la sua cooperativa, aveva acquistato terre per contrastare la maa dei pascoli e i latifondisti…
 
«Poche settimane prima del mio fallito attentato ho partecipato proprio alle manifestazioni in onore dell’eroico sindacalista Carmelo Battaglia. Mezzo secolo fa, però, la mafi­a era feudataria; oggi si è evoluta e ha trasferito i suoi interessi nell’utilizzo dei fondi europei».

Quali interessi ha colpito?
 
«Per molto tempo le cosche siciliane si sono spartite legalmente miliardi di fondi europei, partecipando ai bandi con esponenti di spicco dei clan che alteravano la normale concorrenza di mercato. L’Europa, dunque, stava di fatto ­finanziando la mafi­a. Per questo motivo, come presidente del Parco dei Nebrodi – su input del questore, Giuseppe Cucchiara – ho ­firmato un importante protocollo con il prefetto di Messina Stefano Trotta, che ha ristabilito la certi­ficazione antimafi­a obbligatoria. Una cosa ovvia, ma mai richiesta per i terreni che avevano una base d’asta inferiore a 150 mila euro. Risultato? La Regione Sicilia ha scoperto che migliaia di ettari dei suoi terreni erano in mano a soggetti riconducibili a famiglie di Cosa nostra, boschi e pascoli af­fittati da decenni a personaggi vicini ai clan».

Qual è stata la reazione dei suoi familiari?

«Un’alternanza di sentimenti: rabbia e paura per l’agguato, ma anche felicità per il fatto che mi sono salvato. La mia famiglia è sempre stata al mio ­fianco, appoggiando e condividendo le mie battaglie».

Cosa dice della solidarietà ricevuta durante la manifestazione del 21 maggio? Di fronte a migliaia di partecipanti, uno dei promotori, Vito Lo Monaco, presidente del Centro Pio La Torre, ha parlato di data storica e di “rivolta dei Nebrodi”…

«La mobilitazione delle coscienze e l’allegra confusione dei manifestanti ha coperto il fragore degli spari e mi ha dato la forza per proseguire la lotta. Mi viene in mente la ribellione antiracket dei commercianti di Capo d’Orlando nei primi anni Novanta».

Come giudica la risposta dello Stato, tra inchieste, arresti e solidarietà della politica e delle istituzioni?

«Lo Stato è presente e non indietreggia di fronte alla mafi­a: dall’attività antiriciclaggio della Guardia di finanza alle operazioni di Polizia e Carabinieri, ­fino alle inchieste delle Procure di Messina e Reggio Calabria. Di notevole importanza anche la riunione della Commissione nazionale antimafi­a a Sant’Agata di Militello. Infi­ne, ringrazio quanti mi hanno espresso solidarietà, a partire dai presidenti Grasso, Boldrini, Renzi e Crocetta».

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