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mercoledì 21 novembre 2018
 
 

Guerra a Gaza, Rapporto medico: «Gravi violazioni»

23/06/2015  «Gravi violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario». È questa la sintesi di “No safe place” (Nessun luogo sicuro), il primo rapporto medico indipendente su “Margine protettivo”, l’operazione attuata dall’esercito israeliano nella Striscia di Gaza tra l’8 luglio e il 26 agosto 2014.

Lo studio è stato redatto, su richiesta di Medici per i Diritti Umani–Israele e in collaborazione con tre associazioni umanitarie palestinesi, da un team di otto esperti internazionali. Hanno raccolto testimonianze di feriti (a Gaza, in Cisgiordania, Israele e Giordania), letto cartelle cliniche, analizzato foto di cadaveri, intervistato i medici che durante i 50 giorni di scontri hanno assistito i palestinesi, ma anche i soldati e i residenti israeliani.

Alla firma della tregua, il bollettino di guerra contava tra gli abitanti di Gaza 2.100 morti (almeno il 70% civili, oltre 500 bambini), 11 mila feriti e 100 mila rimasti senza tetto, mentre gli israeliani uccisi erano 67 soldati e 6 civili, tra cui un bambino e un lavoratore migrante. I feriti erano 469 militari e 255 civili.

In particolare, ora gli esperti internazionali puntano il dito contro i vertici dell’esercito israeliano per la mancanza di «distinzione tra obiettivi militari legittimi e popolazione civile» e per le modalità che hanno causato un incremento delle vittime. «Fallimento dei meccanismi di allarme, assenza di vie di fuga, collasso del sistema dei feriti e attacchi contro le squadre di soccorso», sintetizzano.

«Le prove raccolte», aggiungono, «dovrebbero essere utilizzate per l’accertamento legale attraverso le istituzioni giudiziarie locali e internazionali». Secondo l’inchiesta, la quasi totalità delle lesioni mortali sono il risultato di esplosioni o traumi da schiacciamento, spesso subiti nella propria abitazione o in quella di vicini e parenti. Sono stati registrati «numerosi casi di attacco double tap (doppio colpo), o una serie di attacchi consecutivi su una singola zona».

E l’elenco continua con «esplosivi pesanti nei quartiere residenziali, soccorittori feriti o uccisi in particolare a Shuja’iya a Gaza, l’utilizzo di mine tsefa shirion in una strada residenziale di Khuza’a a Khan Yunis, l’attacco deliberato all’ospedale Shuhada Al Aqsa di Deir Al Balah (21 luglio 2014)».

Il lungo elenco delle violazioni dei diritti umani

Il rapporto documenta che nella città di Khuza’a, il 23 luglio, è stato attaccato un convoglio che trasportava centinaia di civili in fuga; quando poi si sono rifugiati in una clinica medica, i missili hanno colpito anche questa struttura, causando ulteriori morti e feriti. Il giorno dopo, «è stata negata assistenza medica a un bambino di 6 anni ferito gravemente. Dopo che la sua evacuazione è stata ostacolata nonostante fosse stato visto dalle truppe di terra, il bambino è deceduto». Sempre a Khuza’a «in una casa occupata da soldati israeliani», denunciano gli esperti internazionali, «i civili hanno subito abusi e maltrattamenti, sono stati percossi, si sono visti rifiutare acqua e cibo e infine sono stati usati come scudi umani. Uno di essi è stato ucciso a distanza ravvicinata».

Dal punto di vista medico, le conseguenze dei 50 giorni dell’operazione sono legate anche «alle restrizioni imposte agli ospedali di Gaza, agli effetti della distruzione di circa 18 mila abitazioni, ai danni a lungo termine sulla salute psicosociale e mentale dei civili, all’aumento della richiesta di servizi di riabilitazione».

Per l’Agenzia Onu per i rifugiati palestinesi in Medio Oriente (Unrwa), «praticamente tutti i bambini di Gaza contano un familiare o un amico ucciso, menomato o ferito durante il conflitto, spesso davanti ai loro occhi. Mille dei 3.000 bambini feriti rimarranno disabili per il resto della vita».

Nel frattempo, il portavoce Unrwa Chris Gunness denuncia che «a sei mesi di distanza, i soldi promessi dai donatori internazionali non sono arrivati». Per questo, da febbraio la sua Agenzia ha dovuto interrompere il programma “Salva vita” per le famiglie sfollate. All’inizio del 2015 Gaza è stata colpita dalla tempesta Huda: quattro bambini sono morti per ipotermia. Salma, la più piccola, aveva solo 40 giorni. Da quando una bomba ha distrutto la casa, la sua famiglia abita a Beit Hanoun in una baracca di legno coperta da un telone di plastica che sventola ad ogni folata di vento gelido. «Quel giorno eravamo tutti bagnati fino alle ossa», ha raccontato la madre, «perché la pioggia entrava in casa e ha bagnato la copertina di Salma. L’ho trovata che tremava, il corpo freddo come il ghiaccio».

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