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Guerre, fame e migrazioni, le altre ferite della famiglia

26/10/2015  Parla il cardinale Francesco Montenegro: «Sembravano argomenti slegati dalle dinamiche familiari, invece, grazie al Papa, è iniziata un’attenzione che darà frutti».

Una donna siriana, scappata dal conflitto che da anni insanguina il suo Paese, pettina sua figlia in attesa di imbarcarsi dal porto libanese di Tripoli, diretta in Turchia. Foto Reuters.
Una donna siriana, scappata dal conflitto che da anni insanguina il suo Paese, pettina sua figlia in attesa di imbarcarsi dal porto libanese di Tripoli, diretta in Turchia. Foto Reuters.

«Adesso dobbiamo schiacciare l’acceleratore per non restare indietro in questo cammino che la Chiesa sta facendo». Il cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento e presidente della Caritas, parla di «una Chiesa che, anche con opinioni diverse, è viva e carica di speranza e guarda alla famiglia con attenzione. Se la famiglia, aiutata dalla Chiesa e dalla società, riesce a ritrovare il suo essere frizzante e gioiosa, credo che sia il miglior regalo che il Sinodo possa fare».

Come ha vissuto questo Sinodo?
«È stata la mia prima esperienza sinodale. L’ho vissuta con un po’ di emozione per essere stato chiamato dal Papa, ma anche con curiosità e interesse per questo mondo nuovo, per queste diverse esperienze che si ascoltano da tutte le parti del mondo. Questo aiuta ad allargare gli orizzonti e a sentirci dentro una Chiesa che è viva anche se tante volte può essere ferita».

Si è parlato anche dei cambiamenti climatici, delle migrazioni, delle guerre che mettono a dura prova la famiglia. Un tema nuovo?
«Si sono affrontati questi problemi. D’altra parte è un’attenzione posta in primo luogo dal Papa. È importante che sia stata recepita. È positivo che si sia recepito l’aspetto del guardare all’ambiente come luogo dove l’uomo può abitare, dove può stare bene o può star male, del considerare i conflitti, la fame, le migrazioni. Finora sembravano argomenti slegati dalla famiglia, invece, grazie al Papa, è iniziata un’attenzione che darà frutti».

Si è detto che non era un Sinodo dottrinale, ma pastorale. Che ricadute avrà nelle diocesi?

«Penso che tutto ciò che si affronta nella Chiesa abbia una ricaduta pastorale perché ciò che si crede deve diventare gesto, attenzione e vita. Mi sembrerebbe strano pensare a qualcosa che sia semplicemente dottrinale senza applicazioni pratiche o a qualcosa che sia solo pastorale senza le radici della verità. È stato un Sinodo che, mentre ha riflettuto sulla verità che è stata consegnata dal Cristo venuto sulla terra, è diventato una cascata: per prendere quest’acqua e riversarla pastoralmente in modo che tutti ne possano partecipare».

Cosa pensa del bambino che spezza l’ostia per darla ai genitori divorziati risposati?
«Sono piccoli segni. Questa volta è un innocente che compie un gesto che fa pensare noi grandi. Ma è il Vangelo che ci ricorda che abbiamo bisogno di diventare piccoli per scoprire la bellezza e la gioia dell’annuncio».

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