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lunedì 09 dicembre 2019
 
 

Ho battuto Valentina Vezzali

08/10/2013 

La canzone Vado al massimo di Vasco Rossi ben si addice a Beatrice Vio (nella foto), Bebe per tutti. Una sedicenne che, come tante sue coetanee, ha l’argento vivo addosso e attraversa l’esistenza con l’entusiasmo e l’impazienza tipici dell’età. Perché, come ci tiene a dire, «la vita è eccezionale, è bello sognare, credere nelle cose e volerle fortemente realizzare». Ma la vita, a un certo punto, è sembrata andare al minimo per Bebe. Comincia a tirare di scherma da piccola nel club della città in cui abita, Mogliano Veneto, dimostra talento. Ma a 11 anni, nel 2008, una grave forma di meningite provoca un’infezione devastante: per salvarla, i medici devono amputarle le braccia all’altezza del gomito e le gambe a quella del ginocchio. Tornata a casa dopo quasi un anno tra ospedale e riabilitazione, nonostante le difficoltà fisiche riprende la vita di prima, scherma compresa, grazie anche al sostegno della famiglia (papà Ruggero, mamma Teresa, i fratelli Nicolò e Maria Sole, il cane Ketchup) e all’opera di specialisti ortopedici che confezionano per lei protesi idonee per reggere il fioretto. Allenata dalle sue maestre Federica Berton e Alice Esposito, debutta con la scherma in carrozzina nel 2010 e, da allora, inanella successi a ripetizione, tanto da essere chiamata a fare da tedofora alle Paralimpiadi di Londra nel 2012 e da figurare tra le favorite ai prossimi Giochi di Rio de Janeiro nel 2016. Il suo volto sbarazzino, il suo buonumore contagioso sono diventati il simbolo della scherma paralimpica. È riuscita persino a battere un mito del fioretto femminile, Valentina Vezzali, di cui è amica e ammiratrice, in eventi promozionali. Sarà protagonista, a Reatech, della Giornata nazionale dello sport paralimpico.

– Come sei riuscita a battere la Vezzali?
«Nella scherma, bisogna essere bravi sia di braccia sia di gambe. Lei è formidabile soprattutto nel gioco di gambe, ma con la carrozzina non le può usare. L’ho quindi attaccata nel suo punto debole».

– Lo sport può aiutare le persone disabili a vivere meglio?
«Guardando alla mia esperienza, dico senz’altro di sì. Lo sport fa stare bene, giova alla salute e rilassa, aiuta a passare il tempo e a non annoiarsi, favorisce la socializzazione e l’amicizia, dà quel pizzico di autostima e di grinta che non guasta. Importante è che piaccia, che sia divertente. Ma sono così tante le discipline, che c’è solo l’imbarazzo della scelta. Non c’è alcuna disabilità che impedisca di praticare lo sport: se la mente vuole, nulla è precluso. Una mia amica tetraplegica, grazie alla scherma, è riuscita da sola ad accendere la lampada sul comodino di camera sua: un’inezia per un normodotato, un grande passo in avanti per lei e la consapevolezza di sé. Certo, bisogna che anche i genitori si diano una mossa. Spesso hanno paura di far vedere il figlio disabile, ma devono capire che chiudendolo in casa difficilmente potrà avere una vita normale».

– Tu e la tua famiglia avete costituito, insieme con un gruppo di amici, altri genitori e volontari, un’associazione Onlus che si chiama Art4sport. Cosa fa?
«Fornisce soprattutto protesi, carrozzine e altri ausili a bambini e ragazzi amputati che vogliono dedicarsi a uno sport. Promuove la pratica sportiva dei disabili, sensibilizzando quante più famiglie possibile e l’opinione pubblica tramite manifestazioni e progetti per la diffusione di discipline quali la scherma e lo sci. Per saperne di più sulla nostra attività, c’è il sito Internet www.art4sport.com ».

– Oltre alla scherma e all’associazione, hai altri interessi?
«Mi piace studiare, frequento la scuola di arti grafiche e comunicazione dei Salesiani a Mestre. In estate, per qualche settimana seguo i bambini ospiti di un asilo nido di Mogliano. Faccio parte di un gruppo scout e partecipo, per quanto possibile, alle sue iniziative».

– Progetti per il futuro?
«Innanzitutto, partecipare alle Paralimpiadi di Rio. Al tempo stesso, dedicarmi anche all’atletica leggera. Ho cominciato in questo periodo a provare delle nuove protesi per correre. Poi finire la scuola ed entrare nel mondo della grafica e della videoproduzione. Devo pur pensare a cosa farò da grande».

 
 
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