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giovedì 28 maggio 2020
 
nuove proteste
 

Legge sulla sicurezza nazionale, a Hong Kong libertà civili a rischio

22/05/2020  Il Governo centrale di Pechino attua una nuova stretta contro l'ampia autonomia di cui l'ex colonia britannica gode dal 1997 sulla base della sua mini-Costituzione. Il rischio - denunciano gli osservatori democratici - è che venga repressa ogni forma di dissenso e che si sgretoli il modello "un Paese, due sistemi".

(Foto Reuters: proteste dei legislatori democratici di Hong Kong)

In tempo di pandemia, non si placa il braccio di ferro tra Hong Kong e Governo centrale cinese. E’ passato quasi un anno dalle prime manifestazioni a favore della democrazia che, a giugno del 2019, hanno portato in piazza i cittadini dell’ex colonia britannica contro una legge sull’estradizione dei cittadini di Hong Kong in Cina. Quella legge, a seguito delle proteste, è stata poi ritirata dalla governatrice Carrie Lam. Ma nel frattempo aveva innescato un’ondata inarrestabile di malcontento legato al difficile rapporto tra Governo centrale e Governo locale e alle richieste di democrazia.

Ora, gli abitanti di Hong Kong - che ha lo status di regione amministrativa speciale - sono tornati a protestare, provvisti di mascherine anti-contagio, contro una nuova stretta da parte di Pechino “a tutela della sicurezza nazionale” mirata ad arginare le rivendicazioni di maggiore autonomia della città. La bozza della nuova legge - in discussione nell’Assemblea nazionale del popolo, il Parlamento cinese, che si è aperta oggi - prevede sanzioni contro azioni di secessione, eversione contro lo Stato, terrorismo, interferenze straniere, offese contro la madrepatria. Questa legge, costituita da un’introduzione e sette articoli, se approvata verrebbe inserita all’interno dell’allegato 3 della mini-Costituzione di Hong Kong, la Basic law (Legge fondamentale), concernente le leggi nazionali che dovrebbero essere implementate dal Governo locale, e aprirebbe la strada all’instaurazione nella città di un Ufficio sulla sicurezza nazionale di Pechino, senza il consenso del Governo locale. 

Molti osservatori democratici della ex colonia denunciano che questa legge minerebbe le libertà civili dei cittadini, annullando ogni forma di dissenso e sgretolando le basi del modello “un Paese, due sistemi” sul quale si regola il delicatissimo equilibrio di rapporti fra Hong Kong e Pechino e che ha sempre garantito un elevato grado di autonomia della città-Stato rispetto al Governo centrale, da quando la Gran Bretagna ha restituito la sua colonia alla Cina nel 1997 dopo 150 anni di amministrazione. 

La Basic law, entrata in vigore il 1° luglio del 1997 - con una durata di 50 anni, fino al 2047, poi non si sa cosa succederà -  stabilisce che Hong Kong sia amministrata da un governatore locale  - elettivo, ma formalmente designato dal Governo centrale di Pechino - in collaborazione con un consiglio esecutivo. Hong Kong ha i suoi confini, ha un suo sistema legale e la mini-Costituzione garantisce vari diritti, fra cui le libertà di stampa, di espressione, di associazione e riunione, di corteo, manifestazione, di movimento, di coscienza. A Hong Kong si può commerare l’anniversario degli eventi di piazza Tiananmen del 1989. Ma a Pechino spettano tutte le decisioni in merito agli affari esteri e alla difesa.

L’articolo 23 della Basic law stabilisce che Hong Kong emani leggi contro atti di sedizione, sovversione, tradimento. Già nel 2003 il governatore Tung Chee-Hwa aveva provato a introdurre la legge sulla sicurezza nazionale, ma era stato decisamente fermato dalla marea di proteste dei cittadini che denunciavano il tentativo di mettere fine alle libertà e all’autonomia garantite dalla Costituzione.

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