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«Vi racconto l’anima cattolica (e i motivi) della protesta di Hong Kong»

14/10/2019  La rivolta collettiva contro la Cina, cominciata in primavera, va avanti. Un missionario che la conosce bene e ci ha vissuto per ventisei anni, padre Gianni Criveller, ci spiega come il mondo cattolico sta vivendo tutto questo e perché in prima fila ci sono i giovani: «È in gioco la sopravvivenza stessa della città privata delle libertà politiche e con squilibri sociali in forte aumento»

Il missionario del Pime, padre Giovanni Criveller
Il missionario del Pime, padre Giovanni Criveller

L’abisso che separa gli abitanti di Hong Kong dalla Cina è sempre più profondo. Uno spartiacque drammatico si è avuto il 1° ottobre scorso, giorno del 70° anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese ribattezzato a Hong Kong “giorno del lutto”. Mentre a Pechino si festeggiava con sfilate militari imponenti, qui dilagavano le proteste della gente, soprattutto giovani. Nel corso di uno scontro con le forze dell’ordine un ragazzo di 18 anni ha ricevuto un colpo di pistola in pieno petto e si è salvato per un soffio: il proiettile gli ha perforato il polmone sinistro, ma non ha toccato il cuore. Domenica scorsa un gruppo di manifestanti ha scalato Lion Rock, uno dei luoghi più iconici della città che domina il quartiere di Kowloon, e installato sulla cima una grande statua di “Lady Liberty”, simbolo della rivoluzione a favore della democrazia. La statua, alta quattro metri raffigura una donna ferita alla testa che indossa una maschera antigas, elmetto e occhiali protettivi. In mano ha un ombrello, simbolo delle proteste popolari del 2014.

«Per i giovani di Hong Kong questa lotta è una ragione di vita. Non a caso, uno degli slogan della protesta è “Liberare Kong Kong è una battaglia del nostro tempo”. Alcuni di loro sono disposti anche ad essere uccisi. Non sono fanatici ma non vedono più un futuro per loro e per i loro figli». A parlare è padre Gianni Criveller, 58 anni, che ha vissuto a Hong Kong per ventisei anni, è tornato lo scorso marzo («ma non c’era nessun sentore delle proteste»), andrà di nuovo a dicembre e ora è preside del Seminario teologico internazionale del Pime (Pontificio Istituto missioni estere) di Monza. Su sette milioni di persone, i cristiani a Hong Kong sono il 12 per cento, la metà dei quali, circa trecentomila, cattolici. «Ogni anno», spiega Criveller, «quasi quattromila persone chiedono di essere battezzate con il rito cattolico. È un numero alto, superiore a quello di molti altri paesi dell’Asia orientale.

Sono circa trecento le scuole e gli istituti cattolici, tra i più prestigiosi della città, dove hanno studiato molti leader della protesta e anche Carrie Lam, capo dell’esecutivo di Hong Kong e di fatto rappresentante della volontà di Pechino. «La sua», spiega Criveller, «è una figura tragica. È cattolica praticante, ha studiato dalle suore Canossiane, era grande amica del vescovo Michael Yeing Ming-cheung morto lo scorso gennaio per un tumore. Politicamente ha sbagliato tutte le scelte e si è cacciata in un guaio dal quale non riesce più a uscire. In estate, due milioni di persone scesi in piazza pacificamente non l’hanno smossa, la violenza di alcuni giovani mal consigliati sì. Il messaggio che è passato è stato devastante: se facciamo caos otteniamo qualcosa, se siamo pacifici non otteniamo nulla. La Lam avrebbe dovuto ascoltare la gente e ritirare la proposta di legge sull'estradizione fin da subito».

Il vescovo ausiliare di Hong Kong, Joseph Ha
Il vescovo ausiliare di Hong Kong, Joseph Ha

I cardinali Zen e Tong Hon e il vescovo Joseph Ha: i tre pastori "coscienza" della protesta

È cattolico Martin Lee, uno dei leader dell’opposizione a Pechino e capo del partito democratico. Sono cattolici tre dei quattro leader che guidano la protesta contro i quali ha puntato il dito Il Quotidiano del Popolo, house organ del governo cinese. Tra questi spicca il tycoon Jimmy Lai e la giovanissima Agnes Chow, arrestata a fine agosto e già anima della protesta del 2014, che ha prestato servizio come chierichetta nella sua parrocchia.

È cattolica quella che Criveller definisce la «coscienza» di questo movimento, rappresentata da tre pastori: il cardinale Joseph Zen, salesiano, dal 2009 vescovo emerito di Hong Kong; il cardinale John Tong Hon, che amministra la diocesi in attesa della nomina del nuovo pastore, e l’attuale vescovo ausiliare, il francescano Joseph Ha, 60 anni: «È il leader morale più significativo e ascoltato dalla gente, un uomo carismatico che in questi mesi è riuscito a mettersi in sintonia con la parte pacifica del movimento del quale condivide molte istanze».

La protesta della gente di Hong Kong va avanti da fine aprile e il 16 giugno ha portato in piazza due milioni di persone, vale a dire il 30 per cento della popolazione. Come se in Italia scendessero a manifestare venti milioni di cittadini in un colpo solo. Sono sei le richieste della gente: ritirare definitivamente il disegno di legge che prevede l’estradizione verso la Cina, togliere l'accusa di “rivolta (riots)” per i manifestanti arrestati il 12 giugno scorso; aprire un'inchiesta sulla brutalità usata dalla polizia per reprimere le proteste; rilasciare coloro che sono stati arrestati; ottenere elezioni a suffragio universale per eleggere il Parlamento e il capo dell’esecutivo senza ingerenze cinesi come già richiesto dai protagonisti della “rivoluzione degli ombrelli” nel 2014. Alcuni chiedono anche le dimissioni di Carrie Lam.

Un manifestante catturato dalla polizia durante le proteste del 13 ottobre scorso (Reuters)
Un manifestante catturato dalla polizia durante le proteste del 13 ottobre scorso (Reuters)

«In ballo la sopravvivenza della città»

  

«La situazione attuale è senza precedenti ed è veramente drammatica», spiega padre Criveller che è un uomo abituato a pesare le parole, «qui è in ballo la sopravvivenza della città. Se Pechino interverrebbe militarmente per prendere in mano la situazione il futuro della città e degli stessi cattolici diventerebbe molto difficile». Dopo le proteste oceaniche di giugno, la proposta di legge di Lam che avrebbe permesso l’estradizione di una persona sotto processo a Hong Kong nella Cina continentale è stata ritirata. Le proteste, però, sono andate avanti e continuano tuttora. Hanno per protagonisti i giovani, ma anche segmenti eterogenei della società tra cui alcuni esponenti della classe media politicamente conservatrice della città.

Anche il metodo è innovativo, qualcuno l’ha definito open source. I manifestanti spesso si radunano intorno alle migliori idee emerse nei gruppi in rete e votano per stabilire la strategia da seguire. «La gente», spiega Criveller, «ha capito benissimo che sarà risucchiata da un sistema economico, politico, militare e sociale che non vuole più. Qui c’è un sistema basato su un’economia di mercato esasperata, senza ammortizzatori sociali e alleata alla potenza militare della Cina. Gli affaristi cinesi si stanno comprando tutto e si arricchiscono senza alcun limite. Se un cittadino di Hong Kong mette su un’attività commerciale, il proprietario dell’immobile gli triplica l’affitto per scoraggiarlo e indurlo a chiudere. Il governo è straricco, ha una riserva finanziaria in valuta straniera di 425 miliardi di dollari americani ma non fa nessuna politica sociale come a Taiwan o Singapore. La casa è un sogno. Negli ultimi dieci anni i prezzi delle abitazioni sono saliti del 240 per cento. Da quasi dieci anni, quello di Hong Kong è il mercato immobiliare più costoso al mondo. Lo stipendio mensile medio è di poco meno di 2200 euro per gli uomini e 1600 per le donne. L’affitto mensile medio di un piccolo appartamento in città è di 1900 euro. I prezzi medi delle abitazioni sono 21 volte superiori al reddito medio annuo lordo della famiglie. Il rischio è di diventare come le altre città della Cina: senza democrazia, senza libertà civili, senza ammortizzatori sociali. Nonostante tanta ricchezza, non ci sono investimenti per una politica sociale che elevi il salario minimo, che migliori il sistema pensionistico, scolastico e sanitario». Non a caso di recente il South China Morning Post scriveva che per un minuscolo appartamento in un grattacielo di Hong Kong devi spendere tanto quanto per comprare un castello in Francia.

Un momento delle proteste antigovernative del 13 ottobre (Reuters)
Un momento delle proteste antigovernative del 13 ottobre (Reuters)

La mobilitazione del mondo cattolico che prega (e si divide)

Con la formula “un Paese, due sistemi”, la Cina aveva promesso ad Hong Kong che avrebbe beneficiato di uno statuto d’autonomia per i cinquant’anni successivi alla sua cessione da parte del Regno Unito nel 1997. Una scadenza che cadrà nel 2047, a metà delle vite di quei giovani che oggi sono in prima fila a protestare. Con Pechino che rafforza la sua presa sulla loro città, il futuro che vedono avvicinarsi è quello di una Cina continentale autoritaria che soffocherà i diritti di cui godono oggi.

Il mondo cattolico come vive tutto questo? «I fedeli di Hong Kong», risponde Criveller, «sono molto devoti, pregano tantissimo, ci sono varie iniziative a sostegno delle proteste: veglie, preghiere online, comunità religiose che si radunano per pregare. Al movimento arrivano le omelie di sostegno del cardinale Zen e la vicinanza concreta di monsignor Ha. C’è comprensione anche per i poliziotti che sono nostri figli anche se le violenze degli infiltrati negli ultimi giorni hanno esasperato gli animi. Tuttavia tra i cattolici c’è una divisione tra chi appoggia esplicitamente il movimento, la maggioranza dei praticanti; una parte che vorrebbe che la Chiesa non avesse una posizione così di parte a favore del movimento ma più equilibrata e moderata, e poi un’altra parte, assolutamente minoritaria, che invece sostiene il governo di Hong Kong nel quale, non dimentichiamolo, ci sono diversi esponenti cattolici, a cominciare dalla stessa Lam».

Visto dall’esterno è difficile da giudicare, concede Criveller che però si arrabbia per certe prese di posizione da parte dei commentatori, italiani e non solo: «Non si può», dice, «liquidare tutto con letture tipo la “pazienza dei leader di Pechino” verso i ragazzi indisciplinati di Hong Kong. È irresponsabile e inadeguato descrivere così quello che sta accadendo. L’osservazione può anche essere capovolta. Evocare soluzioni militari da parte di Pechino è funzionale alla politica repressiva di un regime illiberale».

A Hong Kong, intanto, siamo alla diciannovesima settimana consecutiva di proteste. Nello scorso weekend, i manifestanti hanno organizzato flash mob in tutta la città sfidando la legge recente che li proibisce mentre vari gruppi di persone hanno fatto irruzione nei centri commerciali con il volto coperto da mascherine. Nel mirino, come scrive il South China Morning Post, soprattutto i negozi e i ristoranti di proprietà di uomini d'affari filo-Pechino o legati alla Cina, da Huawei a Bank of China e Starbucks. La contrapposizione, c'è da scommettere, durerà ancora a lungo.

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