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mercoledì 19 giugno 2019
 
 

I nostri "Monuments men": «Cosi strappiamo l'arte ai criminali»

11/06/2019  Parla il generale Roberto Riccardi che da settembre sarà al comando dello speciale nucleo dei carabinieri che tutela i beni culturali. Compiono cinquant’anni i nostri Monuments men: «Sogno di restituire a Palermo la Natività del Caravaggio rubata nel 1969»

Cinquant’anni di indagini del Comando dei Carabinieri per la tutela del patrimonio culturale e non solo. Il generale Roberto Riccardi, che a settembre andrà a guidare il nucleo attualmente diretto dal suo collega Fabrizio Parrulli, racconta al lettore l’anima dell’Italia. E i tentativi, riusciti o meno, di ricomporne la bellezza recuperando il più possibile i suoi capolavori trafugati. Nel suo ultimo libro Detective dell’arte, edito da Rizzoli, Riccardi, 53 anni, spazia dal caso della Natività del Caravaggio, trafugata a Palermo nel 1969 e mai più ritrovata, alla Muta di Raffaello, alla Gioconda intrecciando storia, arte e investigazione. Il sottotitolo, Dai monuments men ai Carabinieri della cultura, introduce già nel clima delle pagine: quasi una sorta di film, come quello che rese celebri i 350 uomini di tredici diversi Paesi che, nel corso della Seconda guerra mondiale, costituirono una task force per salvare i capolavori dell’arte dalla devastazione nazista.

Generale, perché questo libro?

«La proposta è stata della casa editrice, ma l’ho accolta volentieri sia per la possibilità di raccontare 50 anni di indagini del Comando tutela patrimonio culturale, fondato il 3 maggio del 1969, sia per la mia personale passione per l’arte, coltivata fin da bambino».

Ne ha qualche ricordo particolare?

«La mia passione è stata indotta, in modo particolare, da mia mamma, insegnante di Lettere oggi in pensione. Fin da quando ero piccolissimo mi portava a vedere le bellezze del nostro Paese. Ricordo in particolare un viaggio che feci con lei a nove anni, a Firenze. Ero stato colpito da quei capolavori e, quasi affetto da una sindrome di Stendhal insuperabile, scrissi un quadernetto di appunti sulle impressioni che questa bellezza mi aveva procurato. In particolare ricordo Santa Croce e Santa Maria del Fiore. Il quadernetto finì nelle mani della mia insegnante che non lo restituì mai. Cosa per la quale mia mamma ancora mi rimprovera».

A quali fonti ha attinto per questo libro?

«Innanzitutto alle testimonianze dirette di investigatori, i detective dell’arte appunto, del Comando tutela patrimonio culturale. E poi ad atti giudiziari per le indagini già concluse con processi, alle ricerche storiche sulle opere d’arte e sulle biografie degli artisti. Non mi sono limitato a descrivere le indagini, ma ho voluto spiegare il contesto perché dire: “È stato recuperato un Van Gogh” non è tutto, se non spieghi, prima ancora, chi era Van Gogh e quanto vale la sua opera per l’umanità. Quando si parla di Raffaello, per esempio, e della Muta che abbiamo riportato a Urbino, sua città natale, si deve anche ricordare che era un artista che dava un’aggiunta tale alle sue creazioni che l’umanista Pietro Bembo, sulla sua tomba al Pantheon, a Roma, scrisse: “Qui giace Raffaello: da lui, quando visse, la natura temette d’essere vinta. Ora che egli è morto, teme di morire”. Ecco, questo ci fa dire quanto sia immenso il valore di un recupero del genere».

Vi dedicate, però, anche al recupero di opere minori?

«Certo. Ovviamente i grandi capolavori sono un patrimonio per il mondo intero, ma è altrettanto importante, per esempio, per una piccola comunità che fa riferimento a una parrocchia il vedersi riportare in chiesa un crocifisso di legno trafugato e davanti al quale ogni fedele ha pregato chiedendo le cose più importanti per la sua vita, per la salute di una persona cara, di un familiare. Per un investigatore non c’è cosa più bella di vedere la felicità negli occhi di un fedele che vede tornare a casa un’opera che per lui, al di là di quello artistico, storico, economico, ha un valore affettivo immenso».

Se potesse esprimere un desiderio, quale opera le piacerebbe ritrovare?

«Il sogno di ogni detective dell’arte è ritrovare la Natività di Caravaggio rubata nel 1969 a Palermo dall’oratorio di San Lorenzo. Sembra sia finita nelle mani di Cosa nostra, ma ci sono dichiarazioni divergenti. Alcuni collaboratori dicono che sia andata distrutta. Non può, però, distruggersi il sogno di ritrovarla. Se fosse ancora da qualche parte, anche rintracciarla tra trenta o quarant’anni sarebbe comunque un risultato magnifico per l’umanità».

I 50 anni del Comando sono ricordati anche da una mostra al Quirinale.

«È stata inaugurata il 3 maggio alla presenza del capo dello Stato e si intitola, significativamente, L’arte di salvare l’arte. Una mostra interessante perché espone molti oggetti di arte recuperata, facendo capire la bellezza delle opere e del lavoro che svolgiamo».

Perché gli italiani dovrebbero amare l’arte?

«Non amare l’arte, in Italia, equivale a un delitto: è la premessa per lasciarla distruggere. Non difendere l’arte, se sei italiano, è voltare le spalle alla tua storia, disonorare tuo padre e tua madre».

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