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venerdì 27 novembre 2020
 
 

«I cristiani sono tornati al centro della Striscia»

07/11/2014  «Le istituzioni cristiane di Gaza (scuole, ospedali, cliniche...) erano spinte ai margini dalla progressiva islamizzazione», dice Sami al Yousef, direttore della Pontifical Mission. «Nell’emergenza sono state le prime a rispondere ai bisogni di tutti. La gente ha visto e apprezzato, smettendo di considerarle simboli di una fede straniera».

«Eppure, con l’ultima guerra di Gaza, per i cristiani è emerso anche un risvolto positivo». Non ha paura del paradosso, Sami al Yousef, direttore della Pontifical Mission di Gerusalemme. Anche se, come lui stesso sottolinea, 88 delle 400 famiglie cristiane della Striscia hanno subito perdite umane o gravi danni materiali, la sua organizzazione è da mesi impegnata allo spasimo per portare aiuti (soprattutto in sanità, edilizia e sostegno psicologico) e «Hamas e Al Fatah pensano solo al potere e nessuno sembra avere un progetto complessivo per Gaza».

«Prima di questa guerra, le istituzioni cristiane di Gaza (scuole, ospedali, cliniche...) erano spinte ai margini dalla progressiva islamizzazione della società. Nell’emergenza si sono ritrovate. Sono state le prime a rispondere ai bisogni di tutti, mostrando che cosa sono davvero i valori cristiani. La gente della Striscia ha visto e apprezzato, ha smesso di considerarle simboli di una fede straniera. E chi comanda non ha potuto che prenderne atto».

Come sono i rapporti con Hamas?
«Le relazioni non sono mai state davvero problematiche. La situazione si è però fatta tesa due anni fa, quando hanno cercato di imporre alle scuole cristiane la divisione tra maschi e femmine. Hanno anche cercato di forzare la mano nell’aprile del 2013, con un ultimatum: obbedite per l’inizio dell’anno scolastico o chiudiamo le scuole. Era il periodo in cui in Egitto i Fratelli Musulmani e Morsi erano all’apice del potere, Hamas si sentiva forte e appoggiato. Le scuole cristiane, però, hanno reagito compatte e l’ultimatum è scaduto senza conseguenze. Oggi i canali sono aperti e Hamas non crea alcuna difficoltà ai programmi per la ricostruzione. Il problema più spinoso per la comunità cristiana, a questo punto, è il blocco. Per esempio: abbiamo dieci borse di studio universitarie ma i ragazzi non possono uscire dalla Striscia e sono costretti a studiare a Gaza. Tutti, poi, soffrono la disoccupazione: era al 60% prima della guerra, figuriamoci».

E Israele?

«Si è ammorbidito per quanto riguarda il transito degli aiuti. Il che non è necessariamente un bene».

Perché?

«Gaza torna a una mentalità assistenziale. La gente si aspetta che qualcun altro risolva il problema».

Oggi, quali sono le prospettive?

«È stato uno scontro feroce in cui né Israele né Hamas hanno ottenuto ciò che volevano. Il che significa che prima o poi ci sarà un altro scontro. A meno che non si affronti la radice di tutti i problemi: l’occupazione».

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