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lunedì 20 gennaio 2020
 
 

I sì e i no di Napolitano

16/11/2012  In tempi di spending review, ha detto il presidente, la politica è chiamata a stabilire priorità e a fare scelte: sulla cultura i Governi, compreso l'attuale, hanno detto troppi no.

Il presidente Napolitano agli Stati generali della cultura (Ansa).
Il presidente Napolitano agli Stati generali della cultura (Ansa).

Napolitano non non smette di sorprenderci, in senso positivo. Ci volevano le parole del presidente, semplici e chiare come sempre, per ricordare che la cultura dovrebbe essere una scelta prioritaria di un Paese che si chiama Italia e per denunciare che finora, sotto questo punto di vista, nessun Governo - nemmeno quello in carica - ha mostrato la giusta sensibilità.

L'occasione è stata offerta dagli Stati generali della cultura organizzati da Sole 24 Ore, Accademia dei Lincei ed Enciclopedia italiana. In un clima teso, molti operatori del settore, fra cui studenti e artisti, non hanno perso l'occasione di far sentire la loro protesta. E i vari ministri presenti all'Eliseo di Roma - Profumo, Ornaghi, Barca - sono stati contestati. Gli animi si sono rasserenati solo quando è intervenuto Napolitano: non tanto, o non solo, per rispetto della figura istituzionale, ma anche per la sostanza del suo intervento.

Il suo ragionamento ha la forza di un sillogismo: viviamo una brutta crisi economica, è stata giustamente avviata una spending review radicale, quindi la politica pè chiamata - oggi più che in passato- ad assumersi la responsabilità di scelte precise. In questo momento storico, una delle massime responsabilità politiche si esprime nel dire che cosa bisogna sottoporre alla scure dei tagli e che cosa deve invece essere salvaguardato. Quanto alla cultura, finora sono stati detti troppi no.

Non ha dovuto fare voli pindarici, Napolitano, per sostenere che la cultura deve essere una priorità del Paese. Ha, semplicemente, citato l'articolo 9 della Costituzione, che impegna la Repubblica a sostenere la ricerca e a tutelare i beni culturali e il paesaggio. Tradotto in termini economici, al tempo della spending review, significa «salvaguardare una quota consistente di risorse per la cultura, la ricerca e la tutela del patrimonio e del paesaggio». E ancora: «Occorre far emergere una nuova scala di proprità, non credo ci si debba arrendere agli automatismi della spending review».

Alla luce di questo principio, i Governi degli ultimi anni vanno boccati. E Napolitano non ha nascosto che anche l'azione di quello in carica, da lodare per molti aspetti, da questa angolatura è deficitario. Troppi no alla cultura e al paesaggio. È mancata una scelta di fondo, una strategia capace di individuare in questi beni un fattore di identità e un motore per lo sviluppo.

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