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sabato 24 ottobre 2020
 
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Coppia dell'acido, parla l'esperto: «Prima viene il bambino»

02/12/2017  Rosa Rosnati, docente di psicologia dell'adozione e dell'affido, commenta la decisione del pg della Cassazione che chiede che venga accolto il ricorso dei nonni materni.

Il piccolo è nato ad agosto del 2015, mentre la sua mamma e il suo papà erano in carcere in attesa della fine del processo che gli avrebbe visti condannati rispettivamente a 20 e 23 anni di reclusione. Si tratta di Martina Levato e Alexander Boettcher, la coppia diabolica che sfregiò in maniera devastante alcuni giovani. La nascita del bambino, che ormai ha più di due anni, ha dato inizio a un iter giudiziaro per il suo affido e la sua adozione. Iter che sembra non essersi ancora concluso. Secondo l’idea che “i figli non si tolgono nemmeno ai mafiosi” il procuratore generale della Cassazione ha chiesto di accogliere il ricorso con il quale i genitori di Martina Levato chiedono di ottenere in affidamento il nipote, dichiarato adottabile e attualmente in affido al Comune di Milano. La professoressa Rosa Rosnati, docente di psicologia dell'adozione e dell'affido.

- Questi nonni hanno davvero il diritto di crescere il nipotino?

«É sempre molto difficile decidere, a maggior ragione in situazioni così complesse. Quindi  non entro  certo nel merito di questa decisione che immagino  sia stata a lungo ponderata e supportata da  accurati  approfondimenti psicologici. Certo al centro  è necessario mettere i bisogni del bambino  e non quelli degli adulti : come dice molto chiaramente la legge, è il bambino che ha bisogno di una  famiglia, in primo luogo la famiglia di nascita  e qualora non sia in grado di provvedervi in modo adeguato, un’altra famiglia. Non è l’adulto che ha bisogno di un bambino e men che meno ne ha diritto».  

- Il bambino tra l'altro è stato dichiarato adottabile nell'ottobre del 2016...

«Abitualmente dopo una  dichiarazione di adottabilità dovrebbe seguire l’inserimento in una famiglia adottiva pur in presenza di “rischio giuridico”. Dunque immagino che il bambino viva da più di un anno  in una famiglia e abbia potuto instaurare legami  sicuri  con i due genitori (valutati e ritenuti idonei, preparati e supportati), i nonni, i parenti e tutto il contesto di appartenenza e abbia interiorizzato routine e abitudini nella quotidianità. Perché interrompere tutto ciò?  A maggior ragione per un bambino che ha già vissuto  non poche esperienze traumatiche e ha vissuto  più volte legami discontinui, sfilacciati e interrotti? Chiediamoci di chi è il bisogno che questo bambino sia allontanato per una seconda volta da una famiglia: del bambino o dell’adulto?»

 - Tutte queste "lungaggini" in ambito giudiziario guardano realmente al bene del bambino che dovrebbe crescere sin da piccolo in un contesto sicuro e definitivo?

«Questa è l'esigenza fondamentale  e credo si debba sempre  tener conto anche della variabile “tempo”: il tempo degli adulti è lento, lineare, il tempo del bambino è assai accelerato,  discontinuo, a salti. Di questa discrasia  è necessario tener  presente quando si valutano questi casi e  siamo chiamati a pensare non solo al qui e ora, ma anche al suo futuro: che ne sarà di lui tra 10 o 20 anni o più?

La psicologia ha da tempo evidenziato come il piccolo dell'uomo abbia bisogno di cure attente  in modo continuativo  al fine di interiorizzare quella che viene definita la “fiducia di base”, fondamento  del benessere piscologico. Ci sono fasi della crescita (in particolare i primi mesi di vita) particolarmente sensibili  per instaurare  legami di attaccamento sicuri:  più passa il tempo e più la possibilità di recupero  ha margini sempre più ristretti. Bisogno del bambino  non è semplicemente quello di essere accudito, ma anche quello di poter instaurare legami saldi e una appartenenza familiare, base della nostra identità.

Questo bambino non è in un limbo, “nel vuoto”, immobile, in attesa. Dopo un primo distacco, non indolore, dalla madre che lo ha generato,  ora sta vivendo radicato in una nuova famiglia. La storia di ciascuno è importante perché è in una storia che cresciamo e definiamo la nostra identità e tutto ciò che crea discontinuità mina alla base la nostra identità che necessita del senso di continuità».

 

- Quali potrebbero essere i rischi o i danni psicologici per questo bambino di cui non è stato ancora deciso il “destino” familiare?

  «Gli effetti  delle molteplici  fratture dei legami  sono  riscontrabili nel lungo termine e si manifestano  spesso nella difficoltà o impossibilità di rilanciare la fiducia nel legame con gli adulti, ma poi anche con i pari e nelle relazioni intime. Non di rado tali difficoltà si manifestano in comportamenti oppositivi, sfidanti , manifestazioni di rabbia che esprimono il dolore di essere stati abbandonati, magari anche più volte».

- Cosa dire a chi parla dell'importanza delle origini?

«Se è vero che le origini sono importanti e debbano essere protette, non vanno mitizzate, l'adozione non è cancellazione o negazione delle origini, bensì possibilità di appartenere ad una nuova famiglia, facendo i conti con una mancanza all'origine. La protezione dell'origine può avvenire simbolicamente, consentendo nel tempo al bambino di poter riconoscere  anche a questa famiglia, che non è stata in grado di garantirgli un contesto di crescita serena, comunque qualcosa di buono, in primo luogo il dono della vita.  Sarà compito della famiglia adottiva e dei servizi  sostenere il bambino  in questo lavoro di "riconciliazione" con le sue origini e  trovare il filo rosso che lega i capitoli della propria storia».

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