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sabato 24 agosto 2019
 
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Il calvario di fratel Biagio contro l'ingiusta espulsione di Paul

08/05/2019  Parla il missionario laico che digiuna per le vittime del decreto sicurezza di Salvini, nello stesso luogo dove è stato ucciso padre Puglisi

“Paul Yaw Aning”. Paul scandisce il suo nome poi prende una penna e lo scrive sulla mano. “In questi giorni molti l’hanno sbagliato, il mio nome è questo…”, dice. Fratel Biagio è a pochi passi, al nono giorno di digiuno. Il nono in cui dorme all’aperto, in piazza Anita Garibaldi, la stessa dove viveva e dove è stato ucciso il Beato Padre Pino Puglisi. Paul, ghanese, da 10 anni a Palermo è il motivo per cui Biagio Conte, il fondatore della Missione Speranza e Carità che dà riparo a centinaia di ultimi, ha smesso di mangiare. La ragione per cui ora è qui, in questo angolo di città pieno di significato, dove anche Papa Francesco è voluto venire in visita qualche mese fa. Sulla testa di Paul pende un decreto di espulsione e l’obbligo di firma al commissariato di Brancaccio, il quartiere del beato Puglisi (“Un segno del Signore”, dice il fratello degli ultimi).

Occhi azzurri sotto il saio verde (“il colore della speranza”) fratel Biagio lo ripete da giorni: “Sono pronto anche a morire se è necessario, perché non posso accettare da uomo e da cristiano che qualcuno possa essere arrestato o cacciato dall’Italia in questo modo, senza aver commesso nessun reato”. Paul ha una sola colpa, il permesso di soggiorno scaduto e nessun contratto ufficiale di lavoro. Quanto basta, secondo il decreto sicurezza del ministro Salvini, ad essere rispedito indietro dopo 17 anni di vita in Italia.

Sono le 20,30 e la messa della sera è appena finita. Attorno alla statua di Padre Puglisi e a fratel Biagio, i fedeli sono andati crescendo di minuto in minuto: 10, 20, 50. E’ stato così anche nei giorni precedenti con l’allerta gialla e un vento freddo che sembrava di essere in inverno. Eppure fratel Biagio e Paul sono rimasti lì, dentro i cartoni portati da Martino, 38 anni di Budapest, orfano fin da piccolo che la sua prima famiglia, racconta, l’ha trovata alla Missione Speranza e Carità 15 anni fa. Così c’è chi ha portato coperte e chi ha staccato dai balconi di casa teli spessi di cotone per appenderli attorno alla tettoia che protegge la statua di Padre Pino Puglisi provando a creare un paravento. “Guarda, guarda come sorride – indica la statua del Beato, Fratel Biagio – Sorride perché il suo cuore è illuminato dal Signore”. Anche Paul, 51 anni, sorride. Non hai paura?, gli chiedo. “No, sono cristiano, credo in Dio, non ho paura. E poi Fratel Biagio ha fatto tanto per me e continua anche adesso. Io credo nel potere della sua preghiera e degli altri fratelli…”, dice.

Sorride Paul e scrive il suo nome a stampatello. Il nome è quello che gli rimane dopo un’esistenza dura: un viaggio in cerca di lavoro, un contratto a Bologna e poi il cammino fino a Palermo e l’incontro con fratel Biagio: l’accoglienza nella povertà che mai si sarebbe aspettato di trovare e che invece c’è stata. E poi la possibilità di imparare un mestiere, quello di “fontaniere”, come dice lui in palermitano… tornare ad essere utile agli altri, dentro e fuori la Missione. Lui e Fratel Biagio hanno quasi la stessa età: 51 anni Paul; 55 Biagio.  Ma in comune hanno anche qualche altra cosa: la fuga per la vita, l’essere migranti. ”Anch’io sono fuggito dalla mia e mi sono messo in cammino – dice Biagio – Volevo anche abbandonare Palermo per andare in Africa o in India ad aiutare i poveri e invece poi ho sentito che c’era tanto, tanto da fare anche qui. Alla missione ci sono solo persone che hanno bisogno di sentirsi accolte, ospitate. Di tutti, italiani e stranieri sappiamo il nome e il cognome. Quando c’è qualcuno in difficoltà sono le stesse forze dell’ordine a portarli da noi. Sentirsi accolti salva molti di loro dalla disperazione e dal finire in mani criminali”.

Ieri Biagio ha scritto al Papa, inviandogli un messaggio di solidarietà per gli attacchi che ha ricevuto negli ultimi giorni. “Da qui dove l’azione di padre Puglisi ha permesso di recuperare tanti ragazzi dalla strada  - si legge in fondo alla lettera - chiediamo che ad ogni persona di buona volontà venga data la dignità e la speranza di poter essere tolto dalla strada e recuperato e allontanato, come diceva in siciliano Padre Puglisi, da Chiddi ca ti portanu a mala strada”. Sempre ieri è venuto a trovarlo anche l’imam Mustafà. E nei giorni precedenti, l’arcivescovo di Palermo Lorefice e il sindaco Leoluca Orlando.

Biagio Conte, l’intellettuale, lo studioso che si è spogliato di tutto come San Francesco ed ha scelto la povertà e il cammino di fede,  per Paul – dice - è “pronto al martirio”. Anche lui ne scandisce bene il nome e la storia, ma in quel nome e in quella storia, non vede solo Paul ma tanti altri che come lui rischiano di essere “deportati” dall’Italia. “Abbandonare gli immigrati a se stessi- recita una lettera aperta che ha appeso in piazza – è un tentato omicidio, un tentato suicidio, una vera ingiustizia  con la conseguenza di un aumento dei clandestini, dei senza tetto, della violenza… di cadere nelle mani del terrorismo”. Oggi, i giorni di digiuno saranno 10.

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