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giovedì 09 aprile 2020
 
 

Il cardinale Erdő: "il Vangelo della famiglia, verità medicinale"

06/10/2014  La relazione "ante disceptationem" dà le linee su cui i padri sinodali discuteranno a partire da questo pomeriggio. L'attenzione sulla gioia familiare, ma anche sulle difficoltà e i fattori disgreganti che la mettono in crisi.

Scritta con l'apporto anche degli interventi degli altri padri sinodali, la Relazione "ante disceptationem” del cardinale Péter Erdő, relatore generale del Sinodo, detta tempi, modi e temi dei lavori dei padri sinodali. La scansione in capitoli segue quella con la quale le Congregazioni lavoreranno nei prossimi giorni:  e cioè: Il Vangelo della famiglia nel contesto dell’evangelizzazione, Il Vangelo della famiglia e la pastorale familiare, Le situazioni pastorali difficili, La famiglia e il Vangelo della vita.
«Il messaggio di Cristo», ha esordito il cardinale Erdő «non è comodo, ma esigente: richiede la conversione dei nostri cuori. Eppure esso è una verità che ci libera. L’obiettivo fondamentale della proposta cristiana sulla famiglia deve essere "la gioia del Vangelo"».
La famiglia però non è un concetto astratto, ma è «necessaria l’incessante comprensione e attualizzazione del Vangelo della famiglia che lo Spirito suggerisce alla Chiesa. Le stesse problematiche familiari più gravi vanno considerate come un “segno dei tempi”, da discernere alla luce del Vangelo».
Il cardinale ha sottolineato che «La ricerca delle risposte pastorali si svolge nel contesto culturale dei nostri giorni». E oggi «Molti percepiscono la loro vita non come un progetto, ma come una serie di momenti nei quali il valore supremo è di sentirsi bene, di stare bene. In tale visione ogni impegno stabile sembra temibile, l’avvenire appare come una minaccia, perché può accadere che nel futuro ci sentiremo peggio. Anche i rapporti sociali possono apparire come limitazioni ed ostacoli».
Il relatore ricorda che dalle risposte al questionario preparatorio emerge «un fatto quasi globale, cioè il calo dei matrimoni civili, la tendenza sempre più tipica di vivere insieme senza alcun matrimonio religioso o civile. La fuga dalle istituzioni si presenta come segno di individualizzazione, ma anche come sintomo di crisi di una società ormai appesantita di formalismi, obbligazioni e burocrazia. La fuga dalle istituzioni quindi come segno di povertà, di debolezza dell’individuo di fronte alla dilagante “complicatezza” delle strutture. E’ in questo contesto che dobbiamo annunciare il Vangelo della famiglia».
In questo contesto «la trasmissione del Vangelo avviene tenendo presente la ricchezza dell’insegnamento della Chiesa» e sottolineando «che il Vangelo della famiglia è prima di tutto buona novella di una grazia donata dallo Spirito nel sacramento del matrimonio: è possibilità nuova offerta alla fragilità dell’uomo, da accogliere e celebrare con gioia e gratitudine, a livello sia personale, che comunitario. Gli obblighi derivanti dal matrimonio non vanno certamente dimenticati, ma evidenziati come esigenze del dono, che lo stesso dono rende possibili. La chiara e piena verità del Vangelo dà quella luce, quel senso e quella speranza dei quali l’uomo di oggi ha tanto bisogno. Tale “verità medicinale”, la Chiesa deve proporla in maniera da essere effettivamente riconosciuta come “rimedio”, anche per le tante situazioni familiari problematiche, spesso molto sofferte. In altre parole, senza sminuire la verità, essa va proposta ponendosi anche dall’angolazione di coloro che più “fanno fatica” a riconoscerla come tale e a viverla».

Dopo aver esortato a non fare una «pastorale del fai da te, che finisce per rendere più difficile l'accoglienza del Vangelo della famiglia», il cardinale Erdő ha spiegato le sfide educative sulle quali occorre confrontarsi, soprattutto come cura nei confronti delle nuove generazioni: «verso coloro che intraprendono con coraggio e speranza la via che conduce al matrimonio. Pertanto, è compito proprio della pastorale familiare quello di sostenere la sfida educativa, nelle sue diverse fasi: attraverso la formazione generale dei giovani all’affettività, nella preparazione prossima alle nozze, con l’accompagnamento nella vita matrimoniale e specialmente mediante il sostegno nelle situazioni più difficili, in modo che la famiglia costituisca un’autentica scuola di umanità, socialità, ecclesialità e santità».  Ancora oggi, nonostante il mutato contesto culturale, «la maggior parte degli esseri umani cerca la felicità della propria vita in un legame durevole tra un uomo e una donna, insieme con i figli generati dalla loro unione. La famiglia incontra certamente oggi molte difficoltà; ma non è un modello fuori corso, si rileva anzi diffusamente fra i giovani un nuovo desiderio di famiglia».
E se è vero che c'è scarsa conoscenza della dottrina, questo non significa che «questa sia messa in discussione in linea di principio dalla stragrande maggioranza dei fedeli e dei teologi. Ciò vale in particolare per quanto riguarda l’indissolubilità del matrimonio e la sua sacramentalità tra battezzati. Non viene messa in questione la dottrina dell’indissolubilità del matrimonio in quanto tale, essa è anzi incontestata e nella maggior parte osservata anche nella prassi pastorale della Chiesa con le persone che hanno fallito nel loro matrimonio e che cercano un nuovo inizio. Quindi, non le questioni dottrinali, ma le questioni pratiche – inseparabilid’altro canto dalle verità della fede - sono in discussione in questo Sinodo, di natura squisitamente pastorale».
Il cardinale cita poi la situazione degli omosessuali, «che non devono essere discriminati, ma emerge con altrettanta chiarezza che da parte della maggioranza dei battezzati – e della totalità delle conferenze episcopali - non è attesa una equiparazione di questi rapporti con il matrimonio tra uomo e donna».

«Non c’è dunque motivo all’interno della Chiesa per uno stato d’animo di catastrofismo o di abdicazione. Esiste un patrimonio di fede chiaro e ampiamente condiviso, dal quale l’Assemblea Sinodale può partire, di cui si dovrebbero rendere più universalmente consapevoli i fedeli attraverso una più profonda catechesi sul matrimonio e la famiglia. Sulla base di questa fondamentale convinzione è possibile una riflessione comune sui compiti missionari delle famiglie cristiane e sulle questioni della giusta risposta pastorale alle situazioni difficili.Sarebbe auspicabile che il Sinodo, partendo dalla comune base di fede, guardasse al dilà della cerchia dei cattolici praticanti e, considerando la situazione complessa della società, trattasse delle obiettive difficoltà sociali e culturali che pesano oggi sulla vita matrimoniale e familiare. Non abbiamo a che fare solo con problemi di etica individuale, ma con strutture di peccato ostili alla famiglia, in un mondo di disuguaglianza e d’ingiustizia sociale, di consumismo da una parte e di povertà dall’altra».

Guardando poi a chi vive in situazioni matrimoniali difficili, tema che sarà affrontato mercoledì pomeriggio, il cardinale Erdő ha ribadito che la Chiesa deve essere «casa paterna». L’Instrumentum Laboris rileva che «nell’ambito di quelle che possono definirsi situazioni matrimoniali difficili,si celano storie di grande sofferenza, come pure testimonianze di sincero amore. “La Chiesa è chiamata ad essere sempre la casa aperta del Padre”. Una vera urgenza pastorale è quella di permettere a queste persone di curare le ferite, di guarire e di riprendere a camminare insieme a tutta la comunità ecclesiale. Per affrontare correttamente tali situazioni, in primo luogo, la Chiesa afferma il valore irrinunciabile della verità dell’indissolubilità del matrimonio. Inoltre, è necessario riflettere sul modo migliore di accompagnare le persone che si trovano nelle suddette situazioni, in modo che non si sentano escluse dalla vita della Chiesa». Ma la «misericordia non significa giustificazione del peccato, ma giustificazione del peccatore però nella misura in cui si converte e si propone di non peccare più».
Bisogna poi anche tener conto che le situazioni «difficili o irregolari sono diverse e non si può stabilie per tute iin forma rigida il medesimo percorso, occorre discernere caso per caso». Il cardinale ricorda chiaramente che «i divorziati risposati civilmente appartengono alla Chiesa. Hanno bisogno e hanno diritto a essere acocmpagnati dai loro pastori». Ma ci sono anche coloro che, dopo ilprimomatrimonio non vogliono un nuovo legame, neanche civile, coloro che sono stati abbandonati, gli sposi che hanno contratto un matrimonio nullo e non ne sono consapevoli, ci sono matrimoni "misti" in cui occorre tener presente il "privilegio petrino" e ci sono i casi in cui invece ricorrere al "privilegio paolino", c'è la prassi delle Chiese ortodosse che prevede la possibilità di seconde nozze e terze connotate da carattere penitenziale.
Infine, la lunga relazione, affronta il tema dell'apertura alla vita, sia come accoglienza dei figli che come famiglia in relazione con il mondo e con gli altri. «C’è bisogno di superare la tendenza alla privatizzazione degli affetti. Il mondo occidentale rischia di fare della famiglia una realtà affidata esclusivamente alle scelte del singolo, totalmente sganciata da un quadro normativo e istituzionale. Una simile privatizzazione rende più fragili i legami familiari, li svuota progressivamente del senso che è loro proprio.La relazione che dà vita ad una famiglia, le relazioni che si stabiliscono al suo interno ,sono punto di incrocio tra la dimensione privata e quella sociale».
Di fronte a queste sfide «la Chiesa non si limita a dire ai fedeli e agli uomini di buona volontà cosa essi debbano fare, ma si fa solidale con loro. Condivide le loro speranze, i loro desideri e le loro difficoltà», per «riuscire a proporre nuovamenteal mondo di oggi, per certi versi così simile a quello dei primi tempi della Chiesa, il fascino del messaggio cristiano riguardo il matrimonio e la famiglia, sottolineando la gioia che danno, ma allo stesso tempo di dare delle risposte vere ed impregnate di carità ai tanti problemiche specialmente oggi toccano l’esistenza della famiglia».

 
 
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