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martedì 26 gennaio 2021
 
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Il caso Becciu tra giustizia e profezia

27/09/2020  La Chiesa vive un trauma fra quanti ritengono la decisione di Francesco un atto di giustizia sommaria e quanti trovano le difese molto deboli e discutibili. Agli uni e agli altri penso sfugga un elemento decisivo (di Pino Lorizio)

(nella foto: il prelato Angelo Becciu)

La Chiesa cattolica sta vivendo un trauma sul crinale fra quanti ritengono la decisione di papa Francesco nei confronti del cardinal Angelo Becciu un atto di giustizia sommaria e quanti trovano le difese, in sede giornalistica fin qui prodotte, molto deboli e discutibili. Agli uni e agli altri penso sfugga un elemento decisivo della personalità di questo vescovo di Roma, alla cui comprensione solo in parte possono contribuire gli ultimi saggi dedicati alla sua figura: quello di Loris Zanatta (Il populismo gesuita. Castro, Perón, Bergoglio, Laterza, Bari 2020) e quello di Massimo Franco (L’enigma Bergoglio. La parabola di un papato, Solferino, Milano 2020).

L’enigma si svela (pur restando il mistero della persona), se consideriamo il metodo adottato in questa circostanza. Finora la Chiesa e l’autorità sembravano andare a rimorchio ed esprimersi solo col senno di poi. In questo caso, come in altri analoghi, l’autorità precede non tanto le indagini quanto le decisioni che in campo strettamente giuridico potranno essere assunte. Ci sono i documenti e le procedure, ma in maniera decisiva, nella comunità dei credenti, gioca un ruolo fondamentale quella che in filosofia si può denominare “intuizione” e, a livello delle indagini, “fiuto”. L’olfatto ha da sempre costituito una metafora pastorale per papa Francesco (ricordiamo l’odore delle pecore) e qui si è lasciato guidare dal suo naso, avendo comunque come intenzione quella di salvaguardare la Chiesa da ogni forma di potere mondano. Il nome teologico dell’intuizione e del fiuto è la profezia, non tanto nel senso di previsione del futuro, quanto in quello di parlare per conto di Dio, ovvero nel nome del Vangelo. In una prospettiva credente il carisma profetico non va disgiunto dal ministero pastorale e dall’azione di governo. Il nostro sconcerto forse deriva dal fatto che abbiamo interpretato i profeti sempre come altri rispetto ai detentori del ministero. Qui siamo sconcertati perché le due dimensioni si incontrano nella persona dell’attuale pontefice. Ma lo stesso sconcerto abbiamo provato di fronte alla intuizione profetica di papa Benedetto, quando ha deciso il cosiddetto “gran rifiuto” (ha avuto “fiuto” anche lui). Per fortuna registriamo, anche nel passato, dei papi profeti! Ben vengano vescovi che non siano solo uomini di governo, ma anche, se non soprattutto, profeti.

Quando devo spiegare alle giovani marmotte della teologia il tema della profezia, uso l’espediente didattico delle tre M: messianismo, monoteismo e morale. E sarebbero da applicarsi anche al nostro presente. Il messianismo di Gesù, cui la Chiesa partecipa, non è di natura mondana: ha rifiutato ogni proposta indecente di diventare re. E questo dovrebbe riguardare non solo il pontefice, ma anche coloro che fino a non molto tempo fa si riteneva fossero “principi della chiesa”. Il monoteismo profetico implica la fedeltà ad un unico Signore, perché non si può servire a due padroni: si veste la porpora della passione, non l’abito di arlecchino, servitore di Dio e di Mammona (di due padroni, appunto). La questione morale, viene messa in campo oggi da alcune affermazioni, secondo le quali chi non sarebbe soggetto di reato non sarebbe colpevole, ma solo avrebbe forse “solo” sbagliato. Se da un lato è vero che nell’attesa di un giudizio l’imputato non è reo e non può subire una condanna limitativa della sua libertà, d’altra parte il papa ha un’autorità morale e in casi come questo l’ha esercitata in forma profetica.

Ovviamente in questo caso non è in gioco l’infallibilità, quindi, anche qualora le indagini e le decisioni della magistratura ritenessero la persona di Becciu innocente da reati, potrebbero permanere comportamenti incompatibili col suo status e l’ethos connesso al suo ruolo rimarrebbe compromesso. Anche in questo caso si tratta di uno stile “evangelico”, che l’attuale pontefice cerca di instaurare in una chiesa complessa nelle sue componenti, ma che vuol essere (nel sensus fidelium) sostanzialmente fedele al mandato del Signore Gesù.

 

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