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sabato 07 dicembre 2019
 
Lo scivolone
 

Il "congiunto" Piersanti Mattarella

07/06/2018  Un lapsus può capitare a tutti ma non tutti i lapsus sono uguali: chi si accinge a governare un Paese, quando decide di citarne la memoria storica e civile, non può inciampare.

Il neo presidente del Consiglio Giuseppe Conte il 6 gennaio 1980, quando Sergio Mattarella estraeva dall’auto il fratello Piersanti che ancora respirava nonostante le pallottole in corpo, aveva 16 anni.  Piersanti Mattarella, morto poche ore dopo quell'agguato mafioso avvenuto sotto gli occhi della sua famiglia, in quel momento era presidente della Regione Sicilia. È probabile che anche a un ragazzino di 16 anni sia capitato in quei giorni di imbattersi nella notizia, passando anche per caso davanti a un Tg, ma non pretendiamo certo che il ricordo restasse vivo da allora.

Se anche non fosse accaduto di imbattersi in un Tg a 16 anni, c’era il tempo di recuperare. Se non altro perché un paio di settimane fa, durante la crisi istituzionale tra le più concitate della storia della Repubblica, in cui Conte, in 48 ore, è entrato, uscito e rientrato a Palazzo Chigi, Piersanti Mattarella ha fatto, ahinoi, di nuovo notizia. È accaduto perché sui social network qualche imbecille, intendendo attaccare il Presidente della Repubblica, ha scritto che la mafia ha sbagliato fratello, facendo notizia su tutti i giornali e su tutti i Tg, tanto che molte persone comuni, sollecitate dall’attualità, hanno interrogato google incrociando le parole chiave “Mattarella” e “fratello”, finendo anche sul nostro sito.

Può darsi che in quei giorni complicati il presidente del Consiglio in pectore fosse in altre faccende affaccendato, anche se è difficile immaginare che abbia ignorato notizie e rassegna stampa sulla crisi che, direttamente o indirettamente, lo riguardava così da vicino. Mettiamo pure che in quelle ore il futuro capo del Governo sia stato così impegnato da scorrere le notizie distrattamente.

Ma nel primo discorso  istituzionale alla Camera è lecito attendersi maggiore sorveglianza: meglio sarebbe stato limitarsi al ringraziamento al presidente Sergio Matterella senza dirsi addolorato di un dolore che più di circostanza non sarebbe potuto sembrare: annegato, com’è uscito, in quel balbettio incerto, in cui l’offesa alla memoria di Piersanti Matterella, parte della storia tragica e civile del Paese che il professor Conte si accinge a governare, è diventata genericamente l’offesa alla «memoria di un congiunto» del presidente Mattarella sui social network, «ora non ricordo esattamente».

Ricordare esattamente, per chi rappresenta le istituzioni in certi casi è un dovere. Se il rinnovamento politico arriva implicare la tabula rasa della memoria storica e civile della Repubblica ci dobbiamo preoccupare: non solo per la sciatteria occorsa in un discorso di insediamento da presidente del Consiglio, parole che si presume tra le più preparate e accorte che una persona abbia la ventura di pronunciare in una vita, ma perché come diceva Primo Levi a proposito del dovere dei testimoni di trasmettere la storia: «Finché siamo vivi, il nostro compito è parlare (…) a chi non era ancora nato, affinché sappia “dove si può arrivare».

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