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mercoledì 08 luglio 2020
 
 

Tosca, sono un'artigiana della musica

29/09/2014  La cantante torna con un nuovo disco, Il suono della voce, che presto porterà nei teatri. E, dopo aver vinto Sanremo con Ron, dice di non aver rimpianti per non essere diventata una stella del pop.

Vinci Sanremo e l’autostrada del successo ti si spalanca davanti: diritta, certa, prevedibile come un binario. Segnata. Ci vuole un fisico bestiale per dirle di no, per stracciare un contratto con una casa discografica e tornare, senza aver cavalcato l’onda, a sporcarsi le mani in teatro. Ci vuole coraggio.

Non è da tutti, da Tiziana Tosca Donati in arte Tosca, però, sì. Cantava “Vorrei incontrarti tra cent’anni” ne sono passati 18. Che cosa l’ha fatta deviare così?
  

«La voglia di libertà. Accanto all’autostrada c’era un sentiero di montagna: tortuoso, impervio. Ma vuoi mettere il panorama? Ho scelto quello perché l’arte non può essere ridotta a marketing, non per snobismo, per non sentirmi una pedina tra gli ingranaggi. Avere un lavoro oggi è già un privilegio, figurarsi poter fare ciò che hai sempre desiderato: non volevo sciupare, mercificandola, questa fortuna».

Che cos’è “arte” nella sua visione?

«Un lavoro artigiano, paziente. Sono cresciuta aspettando il prossimo disco di De André, Fossati, Dalla: un prodotto artistico dev’essere l’esito di un percorso. Se non cresco prima io, se non studio, non ho nulla da dire. Lo spettacolo è il punto d’arrivo. E invece la mia popolarità esplodeva a Sanremo proprio mentre si affermava la convinzione che arte fosse ciò che si smercia in Tv. Per me l’artista è un ricercatore, un veicolo per portare allo spettatore emozioni che non gli arriverebbero».

Non sarà stato facile affermare un punto di vista così controcorrente...

«È stata dura farsi capire quando con Massimo Venturiello (suo collega e compagno di vita, abbiamo creato la compagnia teatrale. Ci dicevano: non funzionerà. Era il 2005 quando ha preso forma Esperanto, uno spettacolo di teatro canzone sulla festa nel mondo. Avevo capito viaggiando che la festa sacra, patronale, ha gli stessi parametri dappertutto. L’ho pensato quasi per gioco. Avevo portato con Musica Caeli arie sacre nelle cattedrali e ho cominciato da lì, aggiungendo tradizione popolare: villanelle, canzoni yiddish, ninnenanne siciliane. Ho cercato un filo di emozioni tra le perle dei suoni tradizionali del mondo. Incredibilmente, Esperanto ha vissuto in teatro dal 2007 a dieci giorni fa, anche grazie ai musicisti meravigliosi che ho trovato. A Tor Bella Monaca, quartiere romano disastrato, ho fatto quattro bis, chi ci credeva?».

Il modello di Esperanto si è evoluto in questo nuovo lavoro, Il suono della voce, nei teatri tra qualche settimana, su cui scommette Sony classica. La considera una rivincita?

«No, no. Odio questa divisione del mondo in vincitori e vinti. Accendi la Tv e senti sempre parlare di sfida tra questo e quello: l’arte è condivisione, c’è posto per tutti».

In “Il suono della voce” duetta con molti, anche Sanremo lo vinse in coppia con Ron: quanto conta l’altro?

«La squadra è fondamentale, nell’incontro si cresce. Ciascuno mette il suo pezzo di vita, il brano Il suono della voce è stato un regalo di Ivano Fossati, in un momento in cui mi stavo chiedendo: “E ora?”. Io non sono una cantautrice pura: qualcosa scrivo, qualcosa assemblo, sono una cesellatrice finale. Ma squadra sono tutti, dai musicisti a chi si occupa del pranzo».

Il popolare è un filo conduttore: c’entra la Roma in cui è cresciuta?

«Sono figlia della Garbatella, quand’era un quartiere malfamato, ho respirato cultura popolare vera, perché in posti così i nervi sono scoperti: tutto ciò che si fa, nel bene e nel male, sprizza dolore, gioia, sangue. Non so dire come si sia formata la mia anima musicale: alle medie avevo un’insegnante di canto cieca. Ero brava, avevo facilità anche nei controcanti, e lei si divertiva a insegnarmi la tradizione. Ne approfittavo per cantare in un’altra classe, schivavo qualche interrogazione. La passione per Gabriella Ferri nasce da mio padre che era curioso del teatro e quand’ero piccola mi coinvolgeva».

Alla Ferri e a Murolo ha reso omaggi. Mai temuto di perdere identità?


«No, perché non sono omaggi didascalici, è tradizione ripresa in loro onore con rispetto, ma non è la loro storia. Vorrei che fosse la mia cifra: ricuperare una ricchezza dimenticata, considerata vecchia, bistrattata dalle formule commerciali con il mio stile».

Quando sente “sua” una canzone?  
«Quando la canto, quando mi ci appoggio con la voce e mi muove delle cose dentro. Un fatto istintivo».

Nessun rimpianto, mai, per quell’autostrada lasciata?

«No, rifarei tutto. Da me ci si aspettava molto di più, come si dice a Roma: “caciara, fochi e botti”. Ma io preferisco essere, l’apparire è fuffa. A teatro sei nudo, non ti salva il vestito che ti mettono: ti devi sporcare le mani qui e ora. Se sbagli non puoi rifare».

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