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Il genocidio ruandese, Yolande dedica la vita a ricordare

27/01/2016  Le è stata sterminata tutta la famiglia, in quei tragici giorni del 1994. Ha raccontato la sua storia in un libro, altri li ha dedicati alla memoria dei quei giorni e alla riconciliazione. Ecco la sua testimonianza.

Yolande Mukagasana, sopravvissuta al genocidio. Vi perse tutta la famiglia.
Yolande Mukagasana, sopravvissuta al genocidio. Vi perse tutta la famiglia.

Nel 2010 è stata candidata al Nobel per la pace. Ha collezionato numerosi altri riconoscimenti di rilievo, dal “Premio Alexander Langer” al “Premio per l'intesa internazionale tra i popoli e i diritti umani” dell'Accademia europea, dal “Premio colomba d'oro per la pace” al “Premio donna del XXI secolo per la resistenza” del centro culturale belga Shaerbeeck, fino alla Menzione onorevole Unesco per l'Educazione alla pace.

Yolande Mukagasana è una sopravvissuta al genocidio del 1994 in Ruanda. In quei giorni ha perso tutti i suoi cari, il marito e i tre figli adolescenti, di 15, 14 e 13 anni. Ha raccontato il suo dramma in un primo libro, “La morte non mi ha voluta”, cui ne sono seguiti altri. Scrittrice e attivista, non perde occasione per testimoniare, raccontare, esortare, ricordare, anche chiedere conto senza paura a chi di quei giorni tragici ha la responsabilità morale.

La chiesa di Nyamata, in Ruanda, oggi memoriale del genocidio. Vi furono uccise oltre 10 mila persone (Questa e le due foto seguenti sono di Luciano Scalettari).
La chiesa di Nyamata, in Ruanda, oggi memoriale del genocidio. Vi furono uccise oltre 10 mila persone (Questa e le due foto seguenti sono di Luciano Scalettari).

«Sono passati più di vent'anni, ma mi sembra ieri. Nulla sarà mai come prima. Io non sarò mai più come prima, qualcosa è morto dentro, dopo che ho perso tutti i miei cari. Specialmente i miei figli, i miei bambini...».
Prosegue dopo un attimo di silenzio: «Anche noi sopravvissuti siamo vittime. E anche voi, voi che siete stati oggetto della disinformazione, in quei giorni terribili in cui non vi raccontavano cosa stava accadendo. Voi avete diritto alla verità.»
Di quei giorni, racconta poco, parla dell'abbattimento dell'aereo del presidente Juvénal Habyarimana, la sera del 6 aprile, della sua fuga coi figli, il giorno dopo, nascosti nella foresta per settimane, senza aver nulla da mangiare: «Non posso dimenticare che non avevo nulla da dar da mangiare ai miei bambini. Avevano fame e non potevo dar loro nulla». Racconta della sua vita di prima, della clinica che aveva messo in piedi, come infermiera, di un'esistenza normale, felice. Poi, il buio.

Scampata al massacro, Yolande si rifugia in Belgio, e già un anno dopo inizia a testimoniare, senza paura e senza mezzi termini: «Il 7 aprile 1995, nel primo anniversario dell'inizio dei massacri, ho cominciato a denunciare la Francia, che in risposta mi ha bandita dai suoi media. Ma se il governo francese mi ha sempre ostacolata, ho continuato a collaborare con la gente, con le associazioni francesi, che mi invitano e mi accolgono. Oggi? Hollande è il figlio spirituale di Mitterand, che ci ha uccisi: i francesi hanno partecipato al genocidio, non ho taciuto e non tacerò su questo, continuerò a dirlo e a scriverlo nei miei libri. Non si sono mai dissociati da quanto accaduto. Non hanno mai chiesto scusa!» Domandiamo se queste sue dichiarazioni così forti non la mettano in pericolo. Ma la sua risposta è netta: «Io sono già morta. Sono morta quel giorno con i miei figli. Non ho paura e non tacerò mai! Il genocidio non è caduto dal cielo. È stato pianificato. E non sarebbe potuto accadere senza appoggi e protezioni».

Yolande ripercorre brevemente la storia del Ruanda: in tanti ignorano che i massacri erano cominciati decenni prima. E che i primi ad aizzare l'odio furono i colonizzatori belgi, che introdussero un documento d'identità su cui era indicata l'etnia di appartenenza: fino a quel momento, essere hutu o tutsi non era tanto un'appartenenza tribale, quanto sociale. I tutsi pastori, gli hutu agricoltori. E si poteva passare da un gruppo all'altro, se per esempio si acquistavano almeno dieci mucche. Ma i belgi, col motto divide et impera, crearono una frattura insanabile. «Io sono nata dopo la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Ma questi diritti non li ho mai conosciuti! La prima volta che ho visto massacri è stato nel '59. Avevo cinque anni. Mio marito era orfano: nel '63 aveva perso entrambi i genitori nel massacro del giorno di Natale. In pochi lo sanno, ma il genocidio è iniziato nel 1992, in alcune zone del Ruanda. E l'Onu sapeva. Era stata proprio una suora italiana a lanciare l'allarme, la bergamasca Antonia Locatelli: chiamò la Bbc e Rfi per testimoniare. Il giorno dopo fu uccisa».

Una delle stanze dove sono stati deposti alcuni dei corpi ritrovati nelle fosse comuni alla scuola tecnica di Murambi. Vi fu perpetrato un eccidio di circa 50 mila persone.
Una delle stanze dove sono stati deposti alcuni dei corpi ritrovati nelle fosse comuni alla scuola tecnica di Murambi. Vi fu perpetrato un eccidio di circa 50 mila persone.

«Nonostante ciò», prosegue nella sua denuncia Yolande Mukagasana, «il presidente Habyarimana era accolto in Occidente come se niente fosse, nonostante i massacri di tutsi fossero già in corso. Bisogna dire la verità. Solo così l'umanità si protegge. E bisogna dire che tutte le uccisioni avvenute dal 1959 in avanti sono sempre restate impunite. Eravamo emarginati, ci chiamavano “serpenti” o “scarafaggi”, non potevamo fare determinati lavori, i bambini tutsi non andavano a scuola... E i massacri non avevano mai una causa, un mandante. “In seguito a eventi...” si diceva. Come fossero catastrofi naturali».

Ne ha per tutti, Yolande. E non risparmia fede e religione. «Per me in Ruanda non c'è mai stato cristianesimo. Il messaggio di Cristo non è stato correttamente annunciato. C'erano genocidari che uccidevano con la croce al collo, dicendo di agire in nome di Dio, dicendo che la Bibbia raccomandava lo sterminio dei tutsi. Il cardinale Giuseppe Bertello, oggi presidente del Governatorato del Vaticano, e allora nunzio apostolico in Ruanda, scampò lui stesso ai massacri, perché in quei frangenti di follia dava messaggi d'amore. Ecco, oggi io ho interpellato il Vaticano e chiedo che reagisca per aiutarci a ricostruire il cristianesimo in Ruanda. Ha il dovere di farlo, perché tanti religiosi nel 1994 hanno collaborato a distruggere, uccidere, violentare. Ci sono processi  e sentenze che lo testimoniano».

Un particolare del Memoriale del Genocidio di Kigali, la capitale ruandese. In questa stanza del museo sono appese le foto delle vittime. E coprono intere pareti.
Un particolare del Memoriale del Genocidio di Kigali, la capitale ruandese. In questa stanza del museo sono appese le foto delle vittime. E coprono intere pareti.

Ma la signora Mukagasana non vuole solo fare memoria e denunciare. Ha anche parole di speranza. Guarda al suo paese, oggi, e lo mostra come esempio di ricostruzione, non solo materiale, ma del tessuto sociale e culturale. «Oggi il Ruanda si è dato l'obiettivo di ricostruire l'essere e l'identità rwandese rubatici dalla colonizzazione. La gente ci chiede come ne siamo usciti. Quando si è toccato il fondo, non restano che due scelte: rimanerci o risalire. E noi abbiamo deciso per la seconda via. Abbiamo cominciato col cambiare la costituzione, che era legata all'ideologia coloniale e genocidaria. Poi abbiamo affrontato il capitolo “giustizia”: avevamo centinaia di migliaia di persone arrestate in attesa di giudizio, le carceri non bastavano, anche le scuole erano adibite a prigione. La comunità internazionale ci accusava di intrattenere un gigantesco carcere e diceva che per processare tutti sarebbero serviti più di cento anni. E così, ricorrendo alla giurisdizione ispirata nostra tradizione, abbiamo optato per i gacaca, tribunali popolari che hanno giudicato oltre un milione di persone. In quel periodo, il Ruanda ha abolito la pena di morte: all'inizio ero rattristata, non mi sembrava giusto in quel momento e dopo tutto quello che avevo passato, ma poi ho capito che era la scelta giusta per ricostruire il Paese. Oggi, a vent'anni di distanza, il mio Paese è magnifico. E ci è riconosciuto dal mondo intero: dal Fmi, dalla Banca Mondiale. Abbiamo il Parlamento con il più alto numero di donne al mondo, le donne sono ministre, poliziotte, militari, gestiscono imprese. Il Paese è stato ricostruito, è in fase di espansione economica, da noi è facile investire, anzi, invito gli italiani a venire: vedranno coi loro occhi di cosa siamo stati capaci».

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