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mercoledì 20 novembre 2019
 
Il teologo risponde
 

Il giusto rapporto con i nostri fratelli ebrei

16/10/2018 

LETTERA FIRMATA - Sono babysitter di due bambini ebrei. Non oso proporre ai genitori la fede cristiana, se non come testimonianza di amore. Faccio bene?

Certo che fa bene: la testimonianza è l’unica forma di evangelizzazione autentica. Ricordo tuttavia che a coloro che Giovanni Paolo II chiamò «i nostri fratelli maggiori» è stata consegnata la rivelazione e con loro Dio ha stabilito un’alleanza che non viene revocata. Il Vaticano II, nella dichiarazione Nostra aetate, così si esprime sul popolo d’Israele: «Tutti i fedeli di Cristo, figli di Abramo secondo la fede, sono inclusi nella vocazione di questo patriarca e la salvezza ecclesiale è misteriosamente prefigurata nell’esodo del popolo eletto dalla terra di schiavitù. Per questo [la Chiesa] non può dimenticare che ha ricevuto la rivelazione dell’Antico Testamento per mezzo di quel popolo con cui Dio, nella sua ineffabile misericordia, si è degnato di stringere l’Antica Alleanza, e che essa stessa si nutre dalla radice dell’ulivo buono su cui sono stati innestati i rami dell’ulivo selvatico che sono i gentili. La Chiesa crede, infatti, che Cristo, nostra pace, ha riconciliato gli Ebrei e i gentili per mezzo della sua croce e dei due ha fatto una sola cosa in se stesso».

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