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Emilia Guarnieri: «Il Meeting è frutto di un'amicizia cristiana»

15/08/2019  Dal 18 al 24 agosto torna il Meeting di Rimini, quest’anno giunto alla 40a edizione. «Un’esperienza che vive grazie al favore di Dio»: a tu per tu con una delle persone che diede vita a questa avventura

Una sera dell’estate 1979 un gruppo di amici di Comunione e Liberazione si raduna in una pizzeria di Rimini. In Italia sono appena finiti gli anni di piombo, l’Europa è ancora divisa dal Muro, il Sudamerica vive la stagione delle dittature. A un certo punto Antonio Smurro se ne esce con una battuta profetica: «Bisognerebbe fare un meeting per l’amicizia fra i popoli». Quella sera Emilia Guarnieri, moglie di Antonio, è a casa con le due bambine piccole. Ma da quel momento (e sino ad oggi) sarà leader nel gruppo che darà vita al Meeting di Rimini. Quest’anno siamo alla quarantesima edizione, che prende il titolo Nacque il tuo nome da ciò che fissavi da una poesia di papa Wojtyla. In questa intervista Emilia ripercorre, con Credere, le origini di una grande avventura umana e cristiana, prima che culturale.

«L’idea del Meeting nacque dallo slancio che proveniva dall’esperienza di CL unito alla vocazione all’ospitalità tipica di Rimini. Consapevoli che le grandi cose non si fanno da soli, ci siamo alleati con le realtà del movimento che avevano collegamenti con l’estero: il settimanale Il Sabato, l’editrice Jaca Book e il Movimento popolare. Pur radicato a Rimini, da subito il Meeting ha avuto un respiro nazionale e internazionale. Cominciammo a intessere relazioni con l’Abbé Pierre, la Comunità dell’Arche di Jean Vanier, i dissidenti russi... A un certo punto ci siamo resi conto che per condurre in porto il Meeting occorreva una soggettività precisa e comunionale ed è stata la nostra Fraternità di CL di Rimini a prendere in mano l’iniziativa. Poi è nata l’Associazione Meeting, trasformatasi successivamente nell’omonima Fondazione. All’origine del Meeting, è fondamentale ricordarlo, c’è un’esperienza di amicizia cristiana».

Come ha incrociato il movimento di CL?

«Avevo 15 anni, facevo la terza liceo classico; appena arrivata a Rimini, non conoscevo nessuno. A scuola ho visto persone molto amiche fra loro, in un ambiente segnato da un forte individualismo. Ho desiderato un’amicizia come quella e mi sono unita a loro. Il 4 ottobre 1962 ho partecipato alla prima giornata di Gioventù Studentesca (GS) e lì ho incontrato il movimento».

Cosa mancherebbe al suo modo di vivere la fede se non appartenesse a CL?

«Ero un’adolescente che aveva ricevuto una buona educazione in famiglia e dalle suore. Ma in quel momento quell’educazione e le domande sulla mia vita non si incrociavano. Andavo a Messa la domenica e uscivo dicendo: “Ma è tutto qui?”. L’incontro con GS è stato l’aprirsi di un orizzonte grande. Da questo al rendermi conto che quella era ed è la strada che il mistero di Dio ha scelto per me perché crescesse la mia esperienza cristiana c’è voluto del tempo. Ed è un cammino che tuttora non è concluso. Cosa cambierebbe alla mia fede se non fossi in CL? Tutto. Io sono davvero convinta che il Signore mi abbia “presa” e mi tenga con sé attraverso questa storia. E gliene sono molto grata».

Nessuno, all’inizio, poteva immaginare che il Meeting assumesse i contorni che conosciamo oggi. Come è accaduto?

«Innanzitutto grazie al favore di Dio, come ha detto don Giussani dopo la ventesima edizione: avrebbe potuto non essere così! Da parte nostra, determinante si è rivelata l’intuizione che il Meeting non poteva essere né un progetto né un possesso, ma l’obbedienza a una storia. I tremila volontari che ogni anno rendono possibile il Meeting sono l’espressione più evidente di questa gratuità. Nel 1985 don Giussani celebrò una Messa proprio per i volontari a Meeting finito, a luci spente e in quell’occasione si rivolse a loro così: “La meraviglia più grande del Meeting siete voi”, perché – aggiunse – “la gratuità è l’unico modo con cui l’uomo imita Dio”».

Persino un Papa è venuto a visitare il Meeting. Come ricorda quel il 29 agosto 1982 con Giovanni Paolo II?

«È stata una cosa totalmente inaspettata: quell’anno il Meeting avrebbe chiuso il 28, l’abbiamo allungato di un giorno perché Giovanni Paolo II si era “prenotato” per il 29. Ho tanti ricordi indelebili, fra cui questo: la notte prima dell’arrivo del Papa era venuto giù un diluvio pazzesco, per cui ci siamo dovuti reinventare la logistica e risistemare gli stand in fretta e furia. Il Papa sarebbe arrivato alle 14: un’ora prima, di colpo, mentre la gente continuava a lavorare, è calato sulla fiera un silenzio totale, assolutamente spontaneo: io credo che tutti in quel momento stessimo pregando, consapevoli della grazia che stavamo per vivere».

Dei tanti ospiti non credenti passati da Rimini, chi ricorda in modo particolare?

«Senz’altro Eugène Ionesco (drammaturgo e saggista rumeno, morto nel 1994, ndr), che per la mia generazione è stato un’icona del non senso della vita. Il percorso che egli ha fatto al Meeting − non uso la parola conversione, queste cose lasciamole decidere a Dio − è stato strabiliante. Arrivato molto distaccato (gli avevano detto che il Meeting era un convegno di cattolici integralisti, ndr), poi invece si è aperto al dialogo. Tant’è che nella prefazione agli atti del Meeting 1987, ha scritto: “Se avessi potuto vivervi un po’ più a lungo forse la mia vita sarebbe cambiata”. A testimonianza del rapporto profondo che si era creato, ci regalò il testo del Massimiliano Kolbe, un’opera lirica moderna, che l’anno successivo abbiamo messo in scena».

Nel 2015 il Meeting ospitò Mattia Fantinati dei 5 Stelle, il quale accusò pubblicamente CL di essere una lobby. Aprirsi al confronto vuol dire anche rischiare?

«L’altro è altro. Anche nella sua diversità, ultimamente è un bene. Questo dà una ragione profonda all’apertura. Che, se è davvero gratuita, non sai dove ti porta. Ma questo non spaventa chi ha un’identità chiara. Pensiamo a una persona innamorata: niente la turba, non ha paura di incontrare nessuno. È quando l’identità diventa ideologia che scatta immediatamente il bisogno di mettere dei paletti».

A detta di molti, il Meeting è cambiato: meno politica, maggiore apertura a sensibilità diverse. E, un passo indietro rispetto al “gigantismo” di alcune edizioni passate. C’è un rapporto tra l’avvento di papa Francesco e il “nuovo corso” del Meeting?

«A noi sta a cuore l’appartenenza alla Chiesa ed è seguendo la Chiesa che ciascuno di noi cambia. Non siamo cambiati, come Meeting, meccanicamente, ma in quanto apparteniamo a una realtà viva in movimento, com’è la Chiesa. Siamo grati a Francesco per gli orizzonti che ci ha aperto sui grandi temi delle periferie, dell’accoglienza del diverso e della vocazione alla testimonianza».

Quest’anno una delle principali mostre a Rimini sarà dedicata all’incontro tra Francesco e il Sultano. Un evento di 800 anni fa, ma il cui significato è ancora oggi attualissimo…

«Grazie al consolidato rapporto con la Custodia di Terrasanta abbiamo condiviso l’idea di valorizzare questa ricorrenza perché quell’incontro rappresenta una vera e propria icona del dialogo: Francesco va dal Sultano che non lo uccide, ma lo accoglie. E, al ritorno, Francesco invita i suoi frati, in partenza per la missione, ad adottare uno stile di fraternità e non di proselitismo».

Qual è il senso del titolo di quest’anno?

«Oggi c’è bisogno di persone in grado di stare in mezzo alle contraddizioni. Ma cosa costituisce la persona? Il poter fissare un volto. Sono le relazioni che definiscono tutti noi. Pensiamo alla Veronica: non era nessuno, è diventata quel che sappiamo perché ha fissato un volto. Vale anche per me: chi sarei se non avessi fissato un volto?».

Cosa augura al Meeting per il futuro?

«Che mantenga la capacità di obbedire alla realtà che gli viene incontro e a quella che il Signore gli mette davanti. Se perde questo, muore».

(Foto di Fabio Boni)

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