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«Non lasciamoci deprimere. Preghiera, speranza e creatività per una possibile rinascita sociale»

24/11/2020  Il Messaggio del Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana al Paese. «Una parola di consolazione in questo tempo che rattrista i cuori» e lo sguardo lungo del credente che nel buio della notte scruta i primi segnali dell'aurora: per far tesoro del dolore e della crisi, e costruire una società più giusta. Ribadita la scelta di voler collaborare con le Istituzioni. Richiamati il senso di responsabilità e unità. E per il futuro, un cantiere aperto.

La loro è «una parola di speranza e di consolazione in questo tempo che rattrista i cuori». I vescovi italiani si rivolgono al Paese con un Messaggio redatto dal Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana che coniuga la cruda lettura della reale con il calore della profezia: «Viviamo una fase complessa della storia mondiale, che può anche essere letta come una rottura rispetto al passato, per avere un disegno nuovo, più umano, sul futuro. "Perché peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla, chiudendoci in noi stessi" (papa Francesco, Omelia nella Solennità di Pentecoste, 31 maggio 2020)».

Il Messaggio, datato Roma, 22 novembre 2020, Solennità di Cristo Re, va intenzionalmente oltre i portoni delle chiese e vuole raggiungere tutti, cattolici, membri di altre confessioni o religioni, donne e uomini di buona volontà. In secondo luogo, la Cei conferma il desiderio di dialogare e collaborare con le Istitutioni. «Le Chiese in Italia stanno dando il loro contributo per il bene dei territori, collaborando con tutte le Istituzioni, nella convinzione che l’emergenza richieda senso di responsabilità e di unità: confortati dal magistero di Papa Francesco, siamo certi che per il bene comune occorra continuare in questa linea di dialogo costante e serio».

I giorni, le settimane che stiamo vivendo, scrivono i vescovi, rappresentano ujn tempo di tribolaziuone, un tempo di preghiera, un tempo di speranza, un tempo di possibile rinascita sociale.  

«Dietro i numeri ci sono persone che soffrono e muoiono. La fede ci aiuti a non deprimerci»

Un tempo di tribolazione, innanzitutto. «Dietro i numeri apparentemente anonimi e freddi dei contagi e dei decessi vi sono persone, con i loro volti feriti e gli animi sfigurati, bisognose di un calore umano che non può venire meno. La situazione che si protrae da mesi crea smarrimento, ansia, dubbi e, in alcuni casi, disperazione. Un pensiero speciale, di vicinanza e sostegno, va in particolare a chi si occupa della salute pubblica, al mondo del lavoro e a quello della scuola che attraversano una fase delicata e complessa: da qui passa buona parte delle prospet tive presenti e future del Paese. «Diventa attuale la necessità impellente dell’umanesimo, che fa appello ai diversi saperi, anche quello economico, per una visione più integrale e integrante» (Laudato si’, n. 141). Anche in questo momento la Parola di Dio ci chiama a reagire rimanendo saldi nella fede, fissando lo sguardo su Cristo (cfr. Eb 12,2) per non lasciarci influenzare o, persino, deprimere dagli eventi».

«Preghiamo. Sfogandoci  - "fino a quando Signore?" - e invocando misericordia: "Pietà di me, sono sfinito, guariscimi"».

  

«Questo tempo difficile, che porta i segni profondi delle ferite ma anche delle guarigioni, vorremmo che fosse soprattutto un tempo di preghiera», continuano i vescovi. «A volte potrà avere i connotati dello sfogo: «Fino a quando, Signore...?» (Sal 13). Altre volte d’invocazione della misericordia: «Pietà di me, Signore, sono sfinito, guariscimi, Signore, tremano le mie ossa» (Sal 6,3). A volte prenderà la via della richiesta per noi stessi, per i nostri cari, per le persone a noi affidate, per quanti sono più esposti e vulnerabili: «Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio» (Sal 16,1). Altre volte, davanti al mistero della morte che tocca tanti fratelli e tante sorelle e i loro familiari, diventerà una professione di fede: «Tu sei la risurrezione e la vita. Chi crede in te, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in te, non morirà in eterno» (Gv 11,25-26). Altre, ancora, ritroverà la confidenza di sempre: «Signore, mia forza e mia difesa, mio rifugio nel giorno della tribolazione» (Ger 16,19)».

«Alleniamo i nostri occhi a cogliere i segni di risurrezione, spesso nascosti»

«Se i segni di morte balzano agli occhi e s’impongono attraverso i mezzi d’informazione, i segni di risurrezione sono spesso nascosti, ma reali ancor più di prima», pountualizza il Messaggio del Consiglio permanente della Cei. «Chi ha occhi per vedere può raccontare, infatti, d’innumerevoli gesti di dedizione e generosità, di solidarietà e amore, da parte di credenti e non credenti: essi sono, comunque, “frutto dello Spirito” (cfr. Gal. 5,22). Vi riconosciamo i segni della risurrezione di Cristo, sui quali si fonda la nostra fiducia nel futuro. Al centro della nostra fede c’è la Pasqua, cioè l’esperienza che la sofferenza e la morte non sono l’ultima parola, ma sono trasfigurate dalla risurrezione di Gesù. Ecco perché riteniamo che questo sia un tempo di speranza. Non possiamo ritirarci e aspettare tempi migliori, ma continuiamo a testimoniare la risurrezione, camminando con la vita nuova che ci viene proprio dalla speranza cristiana. Un invito, questo, che rivolgiamo in modo particolare agli operatori della comunicazione: tutti insieme impegniamoci a dare ragione della speranza che è in noi (cfr. 1Pt 3,15-16)».

«È tempo di possibile rinascita sociale», il futuro è un cantiere aperto

  

La conclusione dello scritto è un cantiere aperto. «Ci sembra di intravedere, nonostante le immani difficoltà che ci troviamo ad affrontare, la dimostrazione che stiamo vivendo un tempo di possibile rinascita sociale. È questo il migliore cattolicesimo italiano, radicato nella fede biblica e proiettato verso le periferie esistenziali, che certo non mancherà di chinarsi verso chi è nel bisogno, in unione con uomini e donne che vivono la solidarietà e la dedizione agli altri qualunque sia la loro appartenenza religiosa. A ogni cristiano chiediamo un rinnovato impegno a favore della società lì dove è chiamato a operare, attraverso il proprio lavoro e le proprie responsabilità, e di non trascurare piccoli ma significativi gesti di amore, perché dalla carità passa la prima e vera testimonianza del Vangelo. È sulla concreta carità verso chi è affamato, assetato, forestiero, nudo, malato, carcerato che tutti infatti verremo giudicati, come ci ricorda il Vangelo (cfr. Mt 25, 31-46). Ecco il senso dell’invito di Paolo: "Siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera" (Rm 12,12). Questo è il contributo dei cattolici per la nostra società ferita ma desiderosa di rinascere. Per noi conta testimoniare che l’unico tesoro che non è destinato a perire e che va comunicato alle generazioni future è l’amore, che deriva dalla fede nel Risorto. Noi crediamo che questo amore venga dall’alto e attiri in una fraternità universale ogni donna e ogni uomo di buona volontà». 

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