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Il Papa: «Chi non ama invecchia prima e diventa cattivo». Indetto Sinodo speciale per l'Amazzonia

15/10/2017  Francesco canonizza 35 nuovi santi in piazza San Pietro e avverte: «No a una vita cristiana di routine, se si smarrisce l’amore, la vita cristiana diventa sterile». Poi all’Angelus annuncia un Sinodo speciale per l’evangelizzazione degli Indios in Amazzonia

«Se non si ama si invecchia prima, si diventa rigidi e cattivi». L’avvertimento di papa Francesco arriva in una piazza San Pietro gremita di fedeli e riscaldata dal sole dell’ottobrata romana. Il modello di come si ama, per i cristiani, sono i Santi. A cominciare da quelli la cui immagine campeggia sulla facciata della Basilica Vaticana e che il Papa ha appena canonizzato. Tra loro ci sono 30 martiri brasiliani, 3 martiri messicani uccisi ancora adolescenti, e due sacerdoti europei. Le loro biografie sono state ricordate brevemente dal cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi durante il rito di canonizzazione all'inizio della Messa. Presenti tanti pellegrini e delegazioni ufficiali provenienti dai Paesi d'origine dei nuovi Santi, salutate dal Papa all’Angelus. Tra loro, c’è anche il ministro dell'Interno Marco Minniti, che guida la delegazione italiana.

Ad essere canonizzati sono stati i brasiliani Andrea de Soveral e Ambrogio Francesco Ferro, sacerdoti diocesani, Matteo Moreira e 27 Compagni protomartiri del Brasile nel 1645; Cristoforo, Antonio e Giovanni, protomartiri del Messico nel 1527 e 1529; lo spagnolo Faustino Miguez, fondatore della Congregazione delle Suore Calasanziane Figlie della Divina Pastora, per l'educazione delle bambine, vissuto a cavallo fra ‘800 e ‘900 e l'italiano Angelo da Acri, detto “l’apostolo delle calabrie”, frate cappuccino morto nel 1739, che girò instancabilmente l'Italia meridionale per predicare il Vangelo e confessare.

Al termine della celebrazione, all’Angelus, il Papa annuncia un importante appuntamento per l’ottobre 2019: un’assemblea speciale del Sinodo dei vescovi per l’evangelizzazione dell’Amazzonia che si terrà a Roma. «Scopo principale di questa convocazione», spiega Francesco, «è individuare nuove strade per l’evangelizzazione di quella porzione del Popolo di Dio, specialmente degli indigeni, spesso dimenticati e senza la prospettiva di un avvenire sereno, anche a causa della crisi della foresta Amazzonica, polmone di capitale importanza per il nostro pianeta». Bergoglio spiega che questo evento è stato sollecitato dal «desiderio di alcune Conferenze Episcopali dell’America Latina, nonché la voce di diversi Pastori e fedeli di altre parti del mondo».

«Se si smarrisce l'amore la vita cristiana diventa sterile»

«I santi canonizzati oggi, i tanti Martiri soprattutto, indicano la via dell’amore», dice il Pontefice nell’omelia, «essi non hanno detto “sì” all’amore a parole e per un po’, ma con la vita e fino alla fine. Il loro abito quotidiano è stato l’amore di Gesù, quell’amore folle che ci ha amati fino alla fine, che ha lasciato il suo perdono e la sua veste a chi lo crocifiggeva. Anche noi abbiamo ricevuto nel Battesimo la veste bianca, l’abito nuziale per Dio. Chiediamo a Lui, per l’intercessione di questi nostri fratelli e sorelle santi, la grazia di scegliere e indossare ogni giorno quest’abito e di mantenerlo pulito. Come fare? Anzitutto, andando a ricevere senza paura il perdono del Signore: è il passo decisivo per entrare nella sala delle nozze a celebrare la festa dell’amore con Lui».

Francesco ricorda che la vita cristiana è «una storia d’amore con Dio» e mette in guardia dal pericolo di «una vita cristiana di routine, dove ci si accontenta della “normalità”, senza slancio, senza entusiasmo, e con la memoria corta. Ravviviamo invece», raccomanda, «la memoria del primo amore: siamo gli amati, gli invitati a nozze, e la nostra vita è un dono, perché ogni giorno è la magnifica opportunità di rispondere all’invito». Anche perché, aggiunge, l’amore «gratuito, tenero e privilegiato» è la fonte stessa della vita cristiana: «possiamo chiederci se, almeno una volta al giorno, confessiamo al Signore il nostro amore per Lui; se ci ricordiamo, fra tante parole, di dirgli ogni giorno: “Ti amo Signore. Tu sei la mia vita”. Perché, se si smarrisce l’amore, la vita cristiana diventa sterile, diventa un corpo senz’anima, una morale impossibile, un insieme di princìpi e leggi da far quadrare senza un perché».

«Quando il cuore non si dilata per amore, si chiude»

  

Talvolta, però, spiega il Papa, si prendono le distanze dall’amore. Questo accade «non per cattiveria, ma perché si preferisce il proprio: le sicurezze, l’autoaffermazione, le comodità... Allora ci si sdraia sulle poltrone dei guadagni, dei piaceri, di qualche hobby che fa stare un po’ allegri, ma così si invecchia presto e male, perché si invecchia dentro: quando il cuore non si dilata, si chiude».

Quando tutto dipende da quello che «mi va o mi serve», si diventa «rigidi e cattivi, si reagisce in malo modo per nulla» come gli invitati del Vangelo che arrivano perfino ad uccidere quanti portavano l’invito. Allora il Vangelo «ci chiede da che parte stare: dalla parte dell’io o dalla parte di Dio? Perché Dio è il contrario dell’egoismo, dell’autoreferenzialità». Egli – ci dice il Vangelo – «davanti ai continui rifiuti che riceve, davanti alle chiusure nei riguardi dei suoi inviti, va avanti, non rimanda la festa. Non si rassegna, ma continua a invitare. Di fronte ai “no”, non sbatte la porta, ma include ancora di più. Dio, di fronte alle ingiustizie subite, risponde con un amore più grande. Noi, quando siamo feriti da torti e rifiuti, spesso coviamo insoddisfazione e rancore. Dio, mentre soffre per i nostri “no”, continua invece a rilanciare, va avanti a preparare il bene anche per chi fa il male. Perché così fa l’amore; perché solo così si vince il male. Oggi questo Dio, che non perde mai la speranza, ci coinvolge a fare come Lui, a vivere secondo l’amore vero, a superare la rassegnazione e i capricci del nostro io permaloso e pigro».

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