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giovedì 14 novembre 2019
 
il papa
 

«L'annuncio credibile non è fatto di belle parole, ma di rinunce e vita buona»

20/10/2019  Francesco a San Pietro celebra la Messa per la Giornata missionaria mondiale: «I fratelli e le sorelle non vanno selezionati, ma abbracciati, con lo sguardo e soprattutto con la vita. Nella vita come nella missione bisogna alleggerirsi di ciò che non serve e rimpicciolisce il cuore»

«La missione dei cristiani è donare aria pura, di alta quota, a chi vive immerso nell’inquinamento del mondo; portare in terra quella pace che ci riempie di gioia ogni volta che incontriamo Gesù sul monte, nella preghiera; mostrare con la vita e persino a parole che Dio ama tutti e non si stanca mai di nessuno».

È una sorta di “mandato” quello che papa Francesco consegna a tutti i fedeli nella Messa celebrata nella Basilica di San Pietro in occasione della novantatreesima Giornata missionaria mondiale. Il Pontefice nell’omelia si sofferma in particolare su tre parole: “monte”, “salire”, “tutti”.

Il monte significa «che siamo chiamati ad avvicinarci a Dio e agli altri: a Dio, l’Altissimo, nel silenzio, nella preghiera, prendendo le distanze dalle chiacchiere e dai pettegolezzi che inquinano. Ma anche agli altri, che dal monte si vedono in un’altra prospettiva, quella di Dio che chiama tutte le genti: dall’alto gli altri si vedono nell’insieme e si scopre che l’armonia della bellezza è data solo dall’insieme». Francesco lancia un monito molto chiaro: «Il monte», dice, «ci ricorda che i fratelli e le sorelle non vanno selezionati, ma abbracciati, con lo sguardo e soprattutto con la vita. Il monte lega Dio e i fratelli in un unico abbraccio, quello della preghiera. Il monte ci porta in alto, lontano da tante cose materiali che passano; ci invita a riscoprire l’essenziale, ciò che rimane: Dio e i fratelli. La missione inizia sul monte: lì si scopre ciò che conta. Al cuore di questo mese missionario chiediamoci: che cosa conta per me nella vita? Quali sono le vette a cui punto?».

La seconda parola è un verbo di movimento: “salire”. Per adempiere alla missione, avverte il Papa, «bisogna lasciare una vita orizzontale, lottare contro la forza di gravità dell’egoismo, compiere un esodo dal proprio io. Salire, perciò, costa fatica, ma è l’unico modo per vedere tutto meglio, come quando si va in montagna e solo in cima si scorge il panorama più bello e si capisce che non lo si poteva conquistare se non per quel sentiero sempre in salita». Bergoglio lo spiega con una metafora: «Come in montagna non si può salire bene se si è appesantiti di cose, così nella vita bisogna alleggerirsi di ciò che non serve. È anche il segreto della missione: per partire bisogna lasciare, per annunciare bisogna rinunciare. L’annuncio credibile non è fatto di belle parole, ma di vita buona: una vita di servizio, che sa rinunciare a tante cose materiali che rimpiccioliscono il cuore, rendono indifferenti e chiudono in sé stessi; una vita che si stacca dalle inutilità che ingolfano il cuore e trova tempo per Dio e per gli altri. Possiamo chiederci: come va la mia salita? So rinunciare ai bagagli pesanti e inutili delle mondanità per salire sul monte del Signore? La mia strada è in salita o in “arrampicamento”?».

Francesco durante la Messa per la Giornata Missionaria Mondiale (Ansa)
Francesco durante la Messa per la Giornata Missionaria Mondiale (Ansa)

«Il nostro cuore vada oltre le dogane umane e i particolarismi fondati sugli egoismi»

La terza parola che risuona nelle letture odierne è: “tutti”: «Il Signore», dice Francesco, «è ostinato nel ripetere questo tutti. Sa che noi siamo testardi nel ripetere “mio” e “nostro”: le mie cose, la nostra gente, la nostra comunità…, e Lui non si stanca di ripetere: “tutti”. Tutti, perché nessuno è escluso dal suo cuore, dalla sua salvezza; tutti, perché il nostro cuore vada oltre le dogane umane, oltre i particolarismi fondati sugli egoismi che non piacciono a Dio. Tutti, perché ciascuno è un tesoro prezioso e il senso della vita è donare agli altri questo tesoro. Ecco la missione: salire sul monte a pregare per tutti e scendere dal monte per farsi dono a tutti».

Il Papa, dunque, sottolinea come «salire e scendere» sia lo stile di vita del cristiano, chiamato ad esseere «sempre in movimento, in uscita. Andate è infatti l’imperativo di Gesù nel Vangelo. Tutti i giorni incrociamo tante persone, ma – possiamo chiederci – andiamo incontro alle persone che troviamo? Facciamo nostro l’invito di Gesù o ce ne stiamo per i fatti nostri? Tutti si aspettano cose dagli altri, il cristiano va verso gli altri. Il testimone di Gesù non è mai in credito di riconoscimento dagli altri, ma in debito di amore verso chi non conosce il Signore. Il testimone di Gesù va incontro a tutti, non solo ai suoi, nel suo gruppetto».

Il Papa ricorda che il Signore ci invita a «fare discepoli» le persone che incontriamo: «Ma, attenzione», ribadisce, «discepoli suoi, non nostri. La Chiesa annuncia bene solo se vive da discepola. E il discepolo segue ogni giorno il Maestro e condivide con gli altri la gioia del discepolato. Non conquistando, obbligando, facendo proseliti, ma testimoniando, mettendosi allo stesso livello, discepoli coi discepoli, offrendo con amore quell’amore che abbiamo ricevuto».

Il Signore, conclude il Papa, ha infatti una «sorta di ansia per quelli che non sanno ancora di essere figli amati dal Padre, fratelli per i quali ha dato la vita e lo Spirito Santo». Un’ansia da placare andando con amore verso tutti, perché la missione «non è un peso da subire, ma un dono da offrire».

All'Angelus il ricordo del beato don Alfredo Cremonesi, martire del Pime

  

Al tema della missione è dedicato anche l’Angelus del Papa che ricorda che l’odierna Giornata missionaria mondiale è «un’occasione propizia affinché ogni battezzato prenda più viva coscienza della necessità di cooperare all’annuncio del Regno di Dio mediante un impegno rinnovato». In questa speciale giornata Francesco ricorda la Lettera apostolica Maximum illud del 1919 di Benedetto XV, promulgata «per dare nuovo slancio alla responsabilità missionaria di tutta la Chiesa». Anche oggi, ricorda il Pontefice, il messaggio di Benedetto XV «è attuale e stimola a superare la tentazione di ogni chiusura autoreferenziale e ogni forma di pessimismo pastorale, per aprirci alla novità gioiosa del Vangelo». E spiega: «In questo nostro tempo, segnato da una globalizzazione che dovrebbe essere solidale e rispettosa della particolarità dei popoli, e invece soffre ancora della omologazione e dei vecchi conflitti di potere che alimentano guerre e rovinano il pianeta, i credenti sono chiamati a portare ovunque, con nuovo slancio, la buona notizia che in Gesù la misericordia vince il peccato, la speranza la paura, la fraternità vince l’ostilità». Poi, prendendo spunto dal Vangelo odierno, il Papa ricorda che per vivere in pienezza la missione c’è una condizione indispensabile: «la preghiera, una preghiera fervorosa e incessante, secondo l’insegnamento di Gesù». E infine invita i fedeli arrivati in piazza San Pietro a chiedersi: «Prego per i missionari, per coloro che vanno lontano per portare la Parola di Dio con la testimonianza?».

Dopo l'Angelus Francesco ha ricordato che sabato, a Crema, è stato proclamato Beato il martire don Alfredo Cremonesi, sacerdote missionario del Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime). Ucciso nel 1953, «fu infaticabile apostolo di pace e zelante testimone del Vangelo, sino all’effusione del sangue. Il suo esempio ci spinga ad essere operatori di fraternità e missionari coraggiosi in ogni ambiente; la sua intercessione sostenga quanti faticano oggi per seminare il Vangelo nel mondo».

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