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domenica 17 novembre 2019
 
Montagna e fede
 

il prete alpinista che salva le anime... e anche i corpi

28/08/2015  Il sacerdote trentino, don Erminio Vanzetta, per più di 50 anni ha prestato servizio nel Soccorso Alpino. Nei ricordi del prete-scalatore i 52 caduti che ha solo potuto benedire, ma anche le tante vite tratte in salvo. Tante gratificazioni e un solo rammarico...

don Erminio Vanzetta a Vigo di Fassa
don Erminio Vanzetta a Vigo di Fassa

“Quando sento il rombo dell’elicottero, non riesco ancora a trattenermi. Mi precipito fuori dalla canonica e vado a informarsi se qualcuno è caduto”.  E’ il suo modo d’ammettere che si resta guide del Soccorso Alpino anche a 82 anni suonati. Un po’ come essere preti: lo sei per tutta la vita, anche se  non sei più parroco, per raggiunti limiti d’età. 

    E don Erminio Vanzetta, classe 1933, trentino doc di Ziano di Fiemme, è entrambe le cose. Da 57 anni è sacerdote. “Sono entrato in seminario a soli 12 anni”.  Ma ancor prima gli era entrata nel sangue la passione per la montagna.  Le prime ascensioni, come sempre, sono quelle sulle cime di casa e la guglia calcarea del Pollice sopra Ziano era perfetta per cominciare coi primi tiri di corda assieme al fratello, dopo aver pascolato le pecore. E poi le ascese dolomitiche sulle Torri del Vajolet, sul Catinaccio e il Sasspordoi.  Ma al giovane Erminio l’attrazione per la montagna va oltre il piacere di conquistare una vetta. C’è dell’altro che ha a che fare con chi le vette le frequenta.

Don Erminio, da giovane,  mentre celebra la messa in montagna
Don Erminio, da giovane, mentre celebra la messa in montagna

    Infatti, nel 1963, don Erminio, che era cappellano a Vigo di Fassa, si iscrive nel corpo del Soccorso Alpino, prendendo la  tessera numero 931.  L’occasione gli venne offerta dall’allora capo del Soccorso della valle dolomitica  che si presentò un giorno dal suo parroco ed esordì: “Reverendo, come tutti sanno non sono proprio un basabanchi, ma un prete nel nostro Soccorso alpino ci  starebbe bene”. Avuto il consenso del parroco, promise a don Vanzetta: “ Se ti fai la patente di guida alpina, ti regalo la prima corda”.  E lui s’iscrisse.   

     Parroco in Primiero, nel 1975 viene nominato capo della locale stazione del Soccorso. Sono gli anni in cui la la canonica di Tonadico è anche la sede del gruppo e magazzino per l’attrezzatura. Perfino il numero di telefono è lo stesso.  A rispondere è sempre lui, don Erminio, il curatore d’anime a tempo pieno, che se serve si cura anche dei corpi da salvare o da riportare pietosamente a valle. Reggerà quest’incarico fino al 1989. E da allora fino al 2004 resterà come vice-capo. Come sacerdote, invece, dopo aver fatto il parroco per tanti anni a Vigo di Fassa, da otto mesi è rimasto cappellano in aiuto del nuovo parroco. 

       Quanti nomi e volti, aneddoti e drammi, in tanti anni di servizio come guida. Quante vite salvate magari quando la speranza, quella sì, era già morta; e quante morti constatate, magari dopo aver ascoltato impotenti l’ultimo respiro di un moribondo. Nel raccontare si commuove più volte, come se le lacrime trattenute in tante altre occasioni, ora fosse sacrosanto versarle. I corpi recuperati senza vita ti restano più impressi. Li ha contati tutti, don Erminio: sono 52. Le vite salvate, quelle, per fortuna, sono molte di più, tante dall’averne perso il conto.  Piange nel raccontare di Johann, ventiduenne tedesco precipitato dalla Torre Finestra del Catinaccio a metà degli anni ‘70.  Quando lo raggiunsi era spacciato. Riuscii a impartirgli l’estrema unzione e mi morì tra le braccia.  L’anno dopo mi si presentarono davanti i suoi genitori. “Grazie  don Erminio. L’unica consolazione  è sapere che il nostro figlio è morto con un prete accanto”, mi dissero e mi bastò”.

Un ritratto del sacerdote alpinista da giovane
Un ritratto del sacerdote alpinista da giovane

Ma non sempre questo mestiere provoca gratitudine. “Come quella volta,  nel 1975, quando andammo a cercare un corpo su un canalone. Lo rintracciammo, a rischio della nostra vita,  seguendo i pezzi di cervello sparsi sulla neve. Era in una posizione pericolosissima. Forse fu la situazione peggiore in cui mi sia mai cacciato. Recuperata la salma, decisi di non farla vedere ai parenti. Il giorno dopo una zia della vittima mi volle vedere e m’accusò di aver riempito la bara di sassi e d’aver lasciato suo nipote lassù”, narra il sacerdote.  “Ammetto che non m’adirai mai così tanto.  Estrassi dalla tasca la foto dell’alpinista e gliela mostrai, prima di cacciarla via in malo modo”.

     Poi ci sono le storie a lieto fine. “Come un salvataggio effettuato nei primi anni ’80,  sulle  Pale di San Martino. Un escursionista veneziano in ferrata aveva voluto staccarsi dal cavo e proseguire  arrampicando. Cadde ma, per sua fortuna, l’impatto fu attutito da una lastra di roccia assai inclinata che lo fece scivolare. Lo recuperammo  col volto sfigurato e lo portammo al rifugio. Dopo tanti anni mi viene a trovare in sacrestia un bel giovanotto, per me sconosciuto: ‘sono quello che s’era spappolato la faccia’ mi disse. Volevo ringraziarla assieme ai miei genitori’”.  

    Don Vanzetta si ritiene un mezzo miracolato, perché un giorno scese  da un elicottero che pochi istanti dopo si sarebbe schiantato lì vicino. “Miracolata fu anche suor Giovannina, una religiosa cinquantenne di Lamon, scivolata da un sentiero mal tracciato sulle Pale di San Martino.  Soccorsa con molta cautela e trasportata giù con una semplice coperta, era ridotta assai male. Andai a visitarla all’ospedale qualche giorno dopo. E il primario incontrandomi mi chiese come avessi fatto a trasportare una donna con la spina dorsale lesionata, senza che rimanesse paralizzata”, ricorda la guida trentina. “Vuole la spiegazione? Le suore hanno la morte dura come i gatti”, risposi ridendo. 

    Ma è più complicato fare il prete o la guida del Soccorso Alpino? Lui si schernisce: “Non so come si faccia a salvare le anime, soprattutto perché le persone non me lo vengono a dire. Nel soccorso, invece, almeno si vede: come dire, c’è la prova”. La maggior difficoltà per un sacerdote-guida come lei? Trovare le parole da dire ai parenti della vittima. Non ci sono mai quelle giuste”, ammette. “Col tempo ho imparato a dirne sempre di meno”.  Poi rammenta la vecchia lezione di un istruttore a un corso d’aggiornamento. “Se vi trovate di fronte a un moribondo, poche parole, ma tenetegli la mano che non si senta solo nel momento estremo”, spiegava. E don Erminio ha sempre applicato questa semplice regola. Si tiene in allenamento don Erminio. Sale ancora in Marmolada e scia d’inverno. Ma ha un cruccio: “Non rimpiango le scalate, ma il soccorso, quello sì”, ammette. Perché, è vero, non si è mai pensionati. Né in clergyman né con l’imbrago.

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